In cerca di alleati

Corriere della Sera
Paolo Franchi

Il primo e più importante segnale che viene dalle primarie del Pd lo dà l’elevatissima partecipazione. E si tratta di un buon segnale, prima ancora che per il Pd, per una democrazia, la nostra, che non sarà in pericolo, ma certo vive tempi a dir poco difficili. Si può discutere a lungo sull’opportunità di chiamare gli elettori, anziché gli iscritti, a scegliere il segretario di un partito; e anche chi scrive ha espresso su questo giornale più di un dubbio in proposito. Ma oltre due milioni e mezzo di persone che, in una domenica di autunno, si mettono serenamente in fila per votare, nonostante sul Pd non smetta di grandinare, di tutto ci parlano, fuorché di una stranezza: costituiscono un evento democratico di cui dovremmo ragionare con calma tutti, maggioranza compresa.
I dirigenti del Pd, a cominciare dai tre candidati, comprensibilmente se ne compiacciono. Hanno ragione ma, fossimo in loro, ci andremmo cauti. Resta largamente da stabilire quanto una così vasta mobilitazione sia espressione di una fiducia che, nonostante tutto, non è venuta meno; e quanto invece testimonino, più semplicemente, di un potenziale di opposizione che (anche in questo caso: nonostante tutto) continua ad esserci, e coglie l’unica occasione che gli viene offerta per farsi sentire, nella speranza che il Pd, finalmente, si metta in ascolto e cerchi di formulare risposte politiche convincenti, lasciandosi alle spalle, per cominciare, il tempo delle guerre intestine.

Il rischio più grave per la sopravvivenza stessa del partito è stato superato: gli elettori delle primarie hanno confermato il voto degli iscritti. Pier Luigi Bersani segretario vuol dire che un’intera stagione della storia del Pd, quella intestata, ben più che a Dario Franceschini, a Walter Veltroni, verrà più o meno cortesemente archiviata. Addio «vocazione maggioritaria» che trascolora in una pretesa di autosufficienza, addio malcelate ambizioni bipartitiche, addio partito leggero del leader. Il Pd non diventerà magari un partito socialdemocratico all’italiana, ma certo cercherà di tornare a tessere, al centro con l’Udc, ma pure a sinistra, la trama delle alleanze, di ritrovare radici antiche nella società e di cercarne di nuove. Un ritorno all’indietro, che rischia di mettere in discussione le fondamenta stesse del nostro bipolarismo? È probabile, anzi, è certo, che Franceschini, che pure ha accolto con grande fair play il risultato, e forse pure Ignazio Marino, che ha ottenuto un successo più significativo del previsto, la vedano così. Ma così hanno deciso le primarie. Quelle primarie che proprio loro hanno voluto assai più di quanto le avrebbe volute il vincitore.
 

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