“Privatizzate Viale Mazzini: Non si può esseri guidati dalle sentenze dei giudici”

Il Riformista
Michele Anselmi

La parola d’ordine, al piano nobile di viale Mazzini, è «valutazione complessiva», che poi significa una sola cosa: «Non facciamo della faccenda Mineo un secondo caso Ruffini». Succede che i posti che contano, dentro la Rai, siano diventati sub judice. Letteralmente: almeno da quando il giudice ha disposto il reintegro di Paolo Ruffini al timone di Raitre e il Tribunale del Lavoro di Roma ha confermato la decisione respingendo il reclamo in senso opposto formulato dalla Rai. Risultato: tutto fermo, bloccato, paralizzato. Non si fa una nomina per timore di essere smentiti il giorno dopo, con conseguenti danni non solo di immagine e ripercussioni sulla gestione aziendale, artistica, produttiva. Così, riunitosi ieri mattina alle 10.30, il cda della Rai non ha potuto far altro che soprassedere sul fronte degli incarichi, rinviando tutto alla prossima settimana su indicazione dello stesso direttore generale Mauro Masi. All’ordine del giorno, tra le diverse pratiche aperte, c’è la sostituzione di Corradino Mineo, direttore di RaiNews24, con l’esterno Franco Ferraro, in arrivo da Sky e – si dice – gradito alla Lega. Masi non ha ritirato la proposta, ma nelle ultime settimane la situazione s’è ingarbugliata per bene. Fioccano le carte bollate: Giovanni Masotti, rimosso da Londra, ha fatto già recapitare un ricorso d’urgenza, ex articolo 700, e rilascia dichiarazioni di fuoco sul centrodestra che pure dovrebbe essergli amico («Non contano merito ed esperienza, vogliono solo dei maggiordomi); Antonio Caprarica, appena tornato nella capitale inglese, a sua volta ha messo in mezzo gli avvocati per essere stato destituito dalla direzione del Giornale Radio; perfino Antonio Di Bella, direttore di Raitre per poche settimane e dall’8 giugno a disposizione del direttore generale, si sarebbe rivolto a uno studio legale. «Fanno bene, ci sto pensando anch’io: una bella causa. Non vorrei essere l’unico rimasto fregato», confessa Carlo Freccero, a lungo direttore di Raidue, ora alla guida del piccolo ma combattivo canale digitale Rai 4. «Doveva andare a Ruffini prima del reintegro, ma a questo punto la direzione di Rai Premium spetta a me di diritto, non ci sono dubbi. Mica possono retrocedermi», rivendica l’estroso inventore di programmi. Se gli chiedi un parere sullo stallo alla Rai, anche alla luce del cda di ieri, la risposta è lapidaria: «Occorre privatizzare, solo così si potranno eliminare i guasti di una conduzione tutta politica e per nulla manageriale. La Rai usa la gestione delle risorse umane secondo logiche bizzarre. Vige la meritocrazia della fedeltà. Infatti le chiamano nomine, un termine che sa di vecchio, invece che scelte industriali». Non troppo diversamente la pensano due membri della Commissione di vigilanza Rai. Il radicale Marco Beltrandi avverte: «Dopo la bocciatura dell’appello contro il reintegro di Ruffini, il cda deve evitare di compiere il medesimo errore rimuovendo Mineo dalla direzione di RaiNews24. Sarebbe un caso di destituzione illecita e discriminatoria, ancora più grave ed emblematica del caso Ruffini». Mentre per Giorgio Merlo, del Pd, «la vicenda Ruffini, come quella di Santoro, di Caprarica e forse un domani di Mineo, ci portano ad una sola conclusione: un’azienda come la Rai non è credibile se ogni scelta che fa è sottoposta al giudizio della magistratura per via dei ricorsi che vengono puntualmente presentati». Dunque? «O si riforma subito la governance dell’azienda oppure si deve prendere amaramente atto che la Rai è ormai un’azienda a sovranità limitata». Saranno fischiate le orecchie a Masi, che già ha il suo bel daffare con lo scontento Berlusconi e la diffidenza del Pdl. Intanto i due consiglieri di opposizione, Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten, hanno spedito al presidente della Rai una lettera che prende spunto proprio dall’ordinanza del Tribunale del Lavoro. «In considerazione delle motivazioni del collegio giudicante, riteniamo sia doveroso, oltre che opportuno, sospendere qualsiasi procedura di nomina di competenza consiliare. Il monito che dobbiamo tutti – consiglio di amministrazione e direttore generale trarre da questa vicenda è che gli avvicendamenti di vertice sono legittimi se avvengono in un quadro di autonomia dell’azienda, se rispondono a reali interessi aziendali e se, nella giusta esigenza di tutela anche degli interessi dei singoli, non violano le norme di legge e dei contratti». In pratica, si chiede «una pausa di riflessione». Subito accordata, come s’è visto. D’altro canto, risulta che anche i consiglieri di centrodestra comincino a nutrire dubbi sul modo di procedere del direttore generale, considerato pasticcione, fonte di continui ripensamenti, di scarsa lungimiranza. E intanto i vertici della Rai saranno ascoltati il 27 luglio in commissione di Vigilanza, alle 14. La convocazione del cda, con il presidente Paolo Garimberti e il direttore generale Mauro Masi, fa seguito alla lettera inviata da Sergio Zavoli nella quale si esprimeva l’esigenza di un incontro tra Commissione e Rai per fare il punto «dei problemi risolti, di alcuni in attesa di esserlo, di altri in sofferenza e attorno ai quali va addensandosi una temperie non di rado affidata ai contenziosi legali e alle pronunce della magistratura».

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