Capitolo 11: Partitocrazia, dissesto idrogeologico, distruzione dell’ambiente

Le case polverizzate dal terremoto in Abruzzo, sotto le quali muoiono 300 persone, dopo quelle dei terremoti immediatamente precedenti di Assisi (Umbria) e di San Giuliano di Puglia (Molise) ci consegnano l’immagine emblematica di un paese incapace a governare la fragilità del suo territorio, sismico al 75%, su cui insistono almeno 80mila edifici pubblici da consolidare, 22mila scuole in zone a rischio, di cui ben 9mila prive di basilari criteri di sicurezza.

11.1 Un paese vulnerabile

Un problema, quello della vulnerabilità degli edifici, che non riguarda solo quelli storici o quelli pubblici, ma i milioni di vani dell’edilizia residenziale post-bellica, priva di qualità e non antisismica, costruiti nel corso dell’immensa e irresponsabile espansione urbana che ha invaso l’Italia negli ultimi 60 anni, in gran parte ignorando le norme antisismiche1. Eppure, dei 60 milioni di italiani, oltre la metà oggi vive in aree soggette ad alluvioni, frane e smottamenti, terremoti, fenomeni vulcanici. Almeno il 60 per cento dei comuni italiani è a rischio idrogeologico molto elevato, mentre il 67% si trova in zona sismiche. Un recente studio dell’Agenzia europea per l’ambiente ha documentato un progressivo aumento di catastrofi naturali in Italia, con una vertiginosa impennata a partire dall’inizio degli anni ’90. Terremoti, fenomeni vulcanici, frane e alluvioni, dal 1998 si stanno verificando con una frequenza tale, da rendere il nostro Paese tra quelli a più alto rischio di catastrofi ambientali. Oggi il 38% delle vittime di alluvioni in Europa sono italiane, con gravi costi – non solo in termini di vite umane – per la collettività nazionale.

11.2 Una dissennata gestione del territorio

Le cause più evidenti sono la diffusa cementificazione che ha invaso anche aree adibite un tempo alle piene dei fiumi – con evidenti responsabilità degli enti locali, che realizzano gli interventi più contrastanti con un’impostazione di prevenzione, giocandosi le sorti delle giunte comunali sui piani urbanistici e sulla destinazione delle aree edificabili2 ed una complessiva dissennata gestione del territorio con deviazioni di fiumi, costruzioni di dighe, cementificazioni di argini e deforestazioni.

Questo perché l’attenzione dei partiti è concentrata unicamente sulla realizzazione di opere e sui relativi finanziamenti. Prova ne è la difficoltà di dotarsi di norme sulla materia. Solo dopo infruttuosi tentativi negli anni ‘50 e ‘60 e i disastri del Vajont (1963) e dell’alluvione di Firenze (1966) si arriva nel 1970 a una legge nazionale (la 966) che definisce il soccorso e l’assistenza verso le popolazioni colpite da calamità naturali, affidandone la competenza al Ministero dell’Interno, legge che per oltre 10 anni resta inattuata, senza che nessuno adotti i regolamenti necessari ad attrezzare le prefetture. Dopo i terremoti del Friuli e dell’Irpinia i Radicali pongono il tema politico di una normativa capace di affrontare i temi della prevenzione. Da questo impegno nasce nel 1982 il Dipartimento della protezione civile che subirà successive evoluzioni, con un proliferare delle organizzazioni di volontariato e il perdurare di un’incapacità di interventi preventivi nell’organizzazione della vita collettiva.

11.3 Leggi inattuali e azione di surroga della protezione civile

La situazione attuale è di una protezione civile che, di fatto, surroga le carenze strutturali di un progetto che – nonostante l’adozione della legge quadro sulla difesa del suolo (la 183/89, sullo sfondo dell’aspro dibattito sulla ripartizione delle competenze tra centro e periferia), la produzione di diversi provvedimenti integrativi, la pubblicazione di due direttive europee, la tormentata vicenda del riordino delle materie ambientali – ancora non trova modo di soddisfare le necessità del Paese: una serie di leggi e regolamenti che in compenso contribuiscono a creare un sistema complesso di enti, con un’esplosione di competenze che impedisce la realizzazione dei piani necessari alla difesa del suolo pur previsti sulla carta3.

Esemplare la vicenda di Napoli, la provincia più densamente popolata d’Italia, con ben 2 aree vulcaniche – la vesuviana e la flegrea – ad alto rischio permanente, che oggi si trova in una condizione letteralmente schizofrenica: da un lato piani di evacuazione, dall’altro piani di ulteriore sovra-urbanizzazione, come l’Ospedale del Mare in costruzione nell’area vesuviana ad alto rischio, collocato nell’area “gialla” cioè da evacuare in caso di evento vulcanico o sismico. Questo ospedale prevede 450 posti (certo non utilizzabili in caso di calamità naturali) e costa ad oggi ben 198 milioni di euro.

11.4 Il caso Napoli: disattesi i progetti di rottamazione edilizia e di area metropolitana

Con l’elezione di Marco Pannella nel consiglio comunale di Napoli, all’inizio degli anni ’80 – quando la popolazione dell’area “gialla” era di 200.000 abitanti, mentre ora sono 700.000 – i Radicali pongono la necessità di un riequilibrio economico-territoriale, da realizzare con la decongestione dei pesi urbanistici, con l’estensione dell’area metropolitana oltre la provincia e la rottamazione dell’edilizia post-bellica, priva di qualità e non antisismica (proposta poi estesa, sul piano nazionale, con il “Manifesto per la rottamazione edilizia post-bellica priva di qualità e non antisismica” di Aldo Loris Rossi; e sul piano internazionale, con il “Manifesto di Torino” dello stesso Rossi approvato nel 2008 dal XXIII congresso mondiale dell’Unione internazionale degli architetti).

Una proposta che sembra farsi strada dopo l’elezione di Bassolino nel 1993 alla presidenza della Regione Campania, che recepisce la strategia nei piani regolatori, ma che rischia di essere definitivamente pregiudicata dallo scandalo dei rifiuti campani. Un fatto quest’ultimo che ha radici antiche ed è emblematico di come la partitocrazia abbia stretto in una morsa la Campania, regione-simbolo di un degrado generalizzato. Infatti si parla per la prima volta di inceneritori ben 46 anni fa, nella legge speciale per Napoli che allo scopo stanzia 3 miliardi. Dal ‘62 al ‘75 si susseguono ben 10 amministrazioni comunali guidate dalla Dc (che occupa per 13 anni l’assessorato alla Nettezza urbana, per controllarne il grande bacino di voti) mentre il costo dell’impianto lievita fino a 10 miliardi nel ‘73, quando scoppia lo “scandalo dell’inceneritore d’oro” che costringe l’assessore alle dimissioni.

Dal ‘75 all´83 governa un’amministrazione guidata dal Pci, che occupa anch’esso per l’intero periodo l’assessorato alla Nettezza urbana, mentre sono emanate due norme fondamentali: la direttiva europea 442/75, che impone la raccolta differenziata alla Comunità, e il DPR 915/82 che la recepisce in Italia e la precisa. Ma Comune e Regione, nelle amministrazioni di vario colore che si succedono, le ignorano. Dall´83 al ‘93 torna il vecchio centrosinistra, che continua a disattendere le leggi vigenti, integrate dalla direttiva europea, la 156/91, ritardando ancora l’avvio della raccolta differenziata attuata già in tutta Europa.

11.5 La Campania sepolta dai rifiuti

Nel ‘93 una legge regionale istituisce i consorzi obbligatori dei Comuni: una legge singolare che costringe anche i più piccoli e dispersi sulle colline – che per secoli hanno risolto il problema riciclando i loro modesti rifiuti nelle campagne – a consegnarli due volte alla settimana a camion che li trasportano in discariche lontane e spesso sature.

Da allora il potere dei consorzi cresce a dismisura, divenendo il fulcro di una politica centralista che si rafforza nel ‘94 con l’istituzione del commissario straordinario all’emergenza rifiuti. Un’emergenza che, di proroga in proroga, dura ben 14 anni e si cronicizza. Intorno al centro decisionale si crea una micidiale rete di lottizzazione clientelare, che aggrega interessi politici, imprenditoriali, tecnici, professionali, gestionali, camorristici in un blocco sociale parassitario, che dilapida 4 miliardi di euro provocando il disastro ambientale in atto. Per valutare la potenza e la pervasività di tale blocco di interessi, basti considerare che esso, piuttosto che ridursi, si è rinvigorito con i 10 commissari straordinari, nonostante la presenza tra loro di prefetti e un ex capo della Polizia di provata esperienza. Se l’emergenza rifiuti ha resistito anche a questi ultimi, significa che è ormai una “emergenza democratica”, irrisolvibile se non si smantella il suddetto blocco di interessi e la politica criminogena, interessata a “non risolvere” il problema.

A nulla serve la consapevolezza della gravità della situazione complessiva, descritta nella relazione finale della Commissione bicamerale sui rifiuti del 27 febbraio 2008, dove si legge, per quanto riguarda ad esempio la Sicilia, che “vi è da parte di Cosa Nostra l’assunzione in proprio dell’attività d’impresa, senza peraltro l’assunzione del connesso rischio, potendo contare sulle tecniche di dissuasione proprie dell’associazione mafiosa”; e che “l’intero affare è stimato intorno ai 6 miliardi di euro nei prossimi venti anni… Aggiungiamo a questi numeri 392 milioni di fondi europei provenienti da Agenda 2000 per il finanziamento delle opere infrastrutturali per la raccolta differenziata. Stiamo parlando del maggiore afflusso di denaro pubblico in Sicilia degli ultimi vent’anni”. A questo denaro vanno sommati, con l’ultimo provvedimento sull’emergenza rifiuti, altri 1,4 miliardi di euro prelevati dal contributo Cip6 – in violazione della normativa europea (che ne consentirebbe l’utilizzo solo per la frazione organica) che dovrebbe servire a finanziare fonti rinnovabili e che in Italia, invece, è destinato a lavorazioni di derivati dal petrolio.

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