Capitolo 16: Perché la resistenza può ancora vincere

A vedere la televisione, i talk show di Bruno Vespa, l’inflazione di trasmissioni religiose, i discorsi del Papa puntualmente rilanciati da tutti i telegiornali, ma anche i salotti televisivi di Floris, di Santoro, di Matrix, di Primo Piano, si direbbe che in Italia viga su questioni particolarmente delicate che riguardano la vita di tutti o che investono l’ordinamento e il funzionamento del sistema politico, un pensiero se non proprio unico come negli stati teocratici e negli stati formalmente totalitari, almeno nettamente prevalente contrastato da una isolata minoranza che tenta inutilmente di opporvisi. E’ questa l’immagine del paese che i media trasmettono ogni giorno e che riflette su tali questioni le scelte del Parlamento e gli orientamenti delle forze politiche, di centro destra come di centro sinistra. Ma è davvero così? I referendum e i sondaggi ci raccontano un’altra storia.

16.1 Dal 1974 la storia raccontata attraverso i referendum: l’altra faccia del paese

Quando nel 1974 il referendum abrogativo del divorzio, promosso dalla Chiesa, riesce a giungere al voto, il 60% degli elettori dice No alla abrogazione della legge Fortuna e, secondo le ricerche demoscopiche, tra di essi una cospicua parte di elettori democristiani e missini che si dissociano dalle scelte e dalle indicazioni dei loro partiti. Grande è la sorpresa dei partiti laici e del partito comunista, convinti che di andare incontro a una sconfitta o a una vittoria di stretta misura. Sette anni più tardi un’analoga richiesta di abrogazione della legge 194 sulla legalizzazione dell’aborto viene bocciata da una maggioranza del 70% di elettori.

Si dice: “ma si trattava di diritti civili ed era in atto in quegli anni un grande cambiamento dei costumi, la politica però è un’altra cosa”. Eppure anche sulla politica, sul fondamento stesso della politica – l’organizzazione dei partiti, i metodi di selezione della classe dirigente, la legge elettorale – i risultati sono ugualmente dissonanti rispetto alle volontà prevalenti dei partiti. Nel 1978 il referendum abrogativo del finanziamento pubblico, promosso dai radicali che rappresentano un misero 1% dell’elettorato, ottiene il consenso del 43,6% dei votanti, nonostante la legge venga difesa da uno schieramento, dal Msi al Pci, che rappresenta in Parlamento il 99% degli elettori. Ma anche sulla legge Reale, la prima delle leggi speciali sull’ordine pubblico, i favorevoli alla abrogazione sono quasi un quarto dei votanti.

Non si tratta solo del frutto di una temporanea e breve stagione politica. Quando quasi un quindicennio dopo, nel 1993, si torna a votare in condizioni di maggiore informazione sul finanziamento pubblico, a favore dell’abrogazione si esprime oltre il 90% degli elettori sul 77% dei votanti. Risultati non meno clamorosi ottiene il referendum che abroga il meccanismo proporzionale nella legge elettorale del Senato e dovrebbe aprire la strada all’ uninominale (82,7% di favorevoli). Una schiacciante maggioranza sceglie un diverso tipo di organizzazione e di finanziamento dei partiti politici e si dichiara a favore di un sistema elettorale di tipo anglosassone. Risultati ugualmente netti e consistenti hanno nello stesso anno i referendum per l’abolizione dei ministeri delle Partecipazioni statali (crocevia dei rapporti fra partiti e imprese pubbliche e strumento di intervento dello Stato nell’economia), dell’Agricoltura e del Turismo (competenze che la Costituzione assegna alle Regioni), il referendum abrogativo delle nomine governative nei consigli di amministrazione delle banche, l’abrogazione delle parti peggiori della legge sulle tossicodipendenze. Ancora due anni dopo, tre referendum riformatori sono vinti: sul soggiorno cautelare (63,7% di sì) sulla privatizzazione della Rai (54,9) per l’abolizione della ritenuta automatica delle trattenute sindacali su salari e stipendi (56,2); uno sull’abrogazione del secondo turno nella legge elettorale per l’elezione dei Sindaci è perso per poche centinaia di migliaia di voti (49,4 contro 50,6%), altri due ottengono il consenso di minoranze superiori al 30% (licenze commerciali e orari dei negozi).

16.2 L’annullamento dei referendum attraverso gli appelli all’astensione

Da allora praticamente tutti i referendum sono stati vanificati dagli appelli all’astensione. Da metà degli anni ’90 gli oppositori delle richieste di abrogazione preferiscono bloccarli con l’astensionismo (sommando le astensioni indotte dai loro appelli all’astensionismo fisiologico) anziché battersi a viso aperto per farli respingere con il voto. Solo nel ‘99 sul referendum che abroga la quota proporzionale della legge elettorale si è perso il quorum per un soffio, perché il governo non ha provveduto a ripulire le liste elettorali, soprattutto tra gli italiani all’estero, ma anche dei morti e dei non più residenti che ancora le affollavano: in quella occasione si recano alle urne il 49,6% degli elettori, oltre 24 milioni 477 mila su un totale di 49 milioni 309 mila e di questi vota a favore il 94,6%. In quel caso l’appello astensionistico viene lanciato dalla Lega Nord per interessi comprensibili, oltre che da Rifondazione comunista e dagli altri partiti minori (verdi, socialisti, Mastella, Udc) tutti interessati al mantenimento del proporzionale (con quanta miopia lo dimostrerà poi l’introduzione della soglia di sbarramento del 4%).

Un appello analogo viene promosso invece l’anno dopo da Berlusconi, che li definisce “referendum comunisti”: riguardano di nuovo l’abolizione della quota proporzionale della legge elettorale della Camera, l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti sotto la nuova truffaldina forma di rimborso elettorale, ma anche temi come la disciplina dei licenziamenti, la separazione delle carriere e il divieto di incarichi extragiudiziari dei magistrati, tutte proposte che, a parole, facevano parte del suo programma di governo: Su tutti questi temi, se si esclude la disciplina dei licenziamenti, i referendum ottengono vaste maggioranze di votanti fra coloro (oltre il 35% dell’elettorato) che si recano alle urne.

16.3 La scandalosa campagna della Chiesa sulla legge 40

La campagna astensionistica più grave e scandalosa è anche la più recente: quella promossa dalla Chiesa, in aperto contrasto con le norme elettorali che espressamente vietano gli appelli all’astensione da parte dei ministri del culto, contro i referendum abrogativi riguardanti la legge 40 del 2004 sulla fecondazione assistita. La Chiesa italiana ne ha fatto il cavallo di battaglia per conseguire un ulteriore e più stretto condizionamento della politica e del Parlamento. Inoltre, contrabbandando l’astensione come una esplicita bocciatura dei referendum, ne ha fatto lo strumento di una rivincita culturale del clericalismo nei confronti della laicità dello Stato. In realtà il forte astensionismo è il prodotto di diversi fattori: la complicazione e la difficile comprensione dei quesiti rimasti in vita, dopo che era stato dichiarato inammissibile dalla Corte Costituzionale il referendum abrogativo dell’intera legge; la cattiva informazione, scarsa e manipolata; una campagna intimidatoria e menzognera di carattere pseudoscientifico, contro la quale i migliori scienziati devono continuamente cimentarsi; la sistematica depoliticizzazione del dibattito purtroppo subita e non sufficientemente contrastata da una parte dello schieramento referendario. Se la Chiesa fosse stata così convinta di poter sconfiggere l’opinione pubblica laica, avrebbe scelto la strada della chiara opposizione alla richiesta di abrogazione referendaria. Se così avesse fatto, si sarebbero confrontate lealmente due forze ugualmente motivate e ugualmente intense: con ogni probabilità le posizioni laiche sarebbero uscite nettamente vincitrici.

16.4 Dai sondaggi un’Italia laica e non in sintonia con i partiti

Se davvero le cose stessero come pretende di presentarle il pensiero – come chiamarlo? unico? dominante? – che la Chiesa, gran parte della classe politica, l’intera informazione televisiva, molte testate giornalistiche tendono ad accreditare, non solo non si spiegherebbero questi risultati referendari (anche quelli nei quali non è stato raggiunto il quorum), ma non si spiegherebbe neppure il responso univoco che da quasi quaranta anni danno tutti i sondaggi, condotti dalle più diverse e accreditate società demoscopiche. L’andamento di queste risposte, costante nel tempo, dimostra che la società italiana è, nei suoi valori e nei suoi orientamenti di fondo, niente affatto in sintonia con la Chiesa per quanto riguarda i diritti civili e le questioni cosiddette etiche e con i partiti sulle grandi scelte istituzionali e politiche. Al contrario, se una sintonia c’è e si mantiene intatta con il trascorrere del tempo, è proprio con coloro come i radicali che si oppongono a questa immagine artefatta della società italiana e sono per questo oscurati e messi a tacere.

Il caso più significativo è quello dei sondaggi sull’eutanasia, un’ipotesi condannata dalla Chiesa alla stregua di un omicidio e che l’intera classe politica senza eccezioni considera inattuale ed esclude tassativamente di prendere in considerazione nell’agenda politica. I sondaggi registrano puntualmente, in un ragguardevole lasso di tempo, maggioranze favorevoli a un legge sull’eutanasia.1 Percentuali assai più alte si sono registrate sul caso Welby e anche sul caso Englaro nonostante la campagna criminalizzante negli ultimi giorni di Eluana e l’intervento del governo nella questione. Ugualmente nette le maggioranze persistenti degli intervistati che si dichiarano favorevoli all’aborto. Ma anche sulla procreazioni assistita, sulla quale si è svolto da poco un referendum che non ha raggiunto il quorum, si registrano percentuali favorevoli a riprendere in considerazione la legge2.

Peraltro questi orientamenti coinvolgono almeno in parte la comunità dei cattolici praticanti. Lo stesso Pontefice ha dovuto recentemente lamentare la dissociazione esistente la comunità dei fedeli e i dettami della Chiesa di Roma, nei comportamenti riguardanti la moralità sessuale (in particolare per quanto riguarda divorzio e uso dei contraccettivi) 3.

Quando sono interpellati sulla riforma dello Stato e dell’economia, sulla liberalizzazione del mercato del lavoro, sui partiti o sui sindacati, il che accade per la verità meno spesso di quanto non avvenga sui temi cosiddetti etici, gli italiani mostrano di avere idee abbastanza chiare sul tipo di Stato che vorrebbero e appaiono molto meno conservatori nei confronti del sistema esistente, di quanto sia la “classe” che pretende di rappresentarli, e anche in questo caso consonanti con chi propone riforme radicali4.

Hanno dunque torto quei politici, quei costituzionalisti, quei politologi che attribuiscono alla scarsa o nulla cultura democratica degli italiani la crisi del nostro sistema politico. Le poche volte che il popolo italiano è stato investito di un reale confronto democratico, ha dimostrato di esserne all’altezza e di saper compiere scelte democratiche, liberali, riformatrici. Da tempo questo non è più possibile. Non è il popolo a essere poco democratico, è la partitocrazia che soffoca e impedisce l’esercizio della democrazia, sostituito con compromessi di potere cui corrispondono contrapposizioni fittizie che allontanano e precludono all’agenda politica i temi che riguardano la vita del diritto e il diritto alla vita.

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