Capitolo 9: La bancarotta dello Stato Italiano

Le lontane origini negli anni ’70 e ’80 del dissesto economico e finanziario, solo in parte frenato dall’adesione dell’Italia all’Eurozona. L’inesorabile crescita del debito pubblico, la mancanza delle riforme, la politica clientelare dei partiti, le scelte conservatrici e corporative del padronato e dei sindacati.

9.1. Il tradimento dei vincoli costituzionali di bilancio

Il “monopartitismo imperfetto” del regime italiano diviene subito evidente e si perfeziona soprattutto nella gestione consociativa e corporativa, contro Costituzione, del debito e della spesa pubblica. Secondo Giovanni Sartori, “almeno 3/4 della legislazione italiana tra il 1948 e il 1968 è stata approvata anche dai comunisti”. Lo stesso Giuliano Amato, nel ‘76, riflettendo sulla “società italiana degli ultimi 15 anni”, afferma che “il modulo spartitorio non è interno al blocco di potere democristiano, ma opera più largamente, coinvolge anche le altre parti sociali e politiche”. Infatti, già a partire dal ’59, quasi tutte le leggi di spesa sono adottate, per decisione unanime, in Commissione in sede legislativa (come nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni, dove rappresentava la regola). Solo dal 1976, quando in Parlamento arriva la pattuglia radicale, l’informazione sui lavori di commissione, la conoscenza e il dibattito sull’uso delle risorse pubbliche – negati all’opinione pubblica e allo stesso Parlamento – il rigore e il rispetto delle procedure di bilancio diventano dato centrale del confronto politico e parlamentare.

Il dissennato uso clientelare della spesa pubblica e i bilanci della partitocrazia – non solo il bilancio dello Stato ma anche i bilanci dei partiti, delle organizzazioni sindacali, delle Regioni eccetera – giocano un ruolo determinante nelle dinamiche di crescita del debito pubblico.

L’articolo 81 della Costituzione, che Luigi Einaudi definisce un “baluardo rigoroso ed efficace voluto dal legislatore costituente, allo scopo di impedire che si facciano maggiori spese alla leggera, senza avere prima provveduto alle relative entrate”, viene subito attaccato e superato dal “monopartitismo” del debito e della spesa pubblica (e del finanziamento pubblico).

Nel 1966, la Corte costituzionale consente “la possibilità di ricorrere, nei confronti della copertura di spese future, oltre che ai mezzi consueti, quali nuovi tributi o l’inasprimento di tributi esistenti, la riduzione di spese già autorizzate, l’accertamento formale di nuove entrate, l’emissione di prestiti e via enumerando, anche alla previsione di maggiori entrate”, autorizzando di soppiatto, e poi apertamente a partire dai primi anni ’70, lo scavalcamento del dettato costituzionale. La legislazione di spesa affida la copertura all’emissione e al collocamento dei titoli di debito pubblico da parte del Tesoro, con la formula, destinata a divenire di rito, di chiusura della legge: “Il ministro del Tesoro è autorizzato ad apportare al bilancio le variazioni occorrenti per il finanziamento della presente legge”. La denuncia di incostituzionalità da parte della Corte dei Conti rimane inascoltata.

Il colpo decisivo ai vincoli costituzionali di bilancio lo assesta l’introduzione nel ‘78 della legge finanziaria e del bilancio pluriennale. Con lo strumento della finanziaria si riesce, per utilizzare le parole profetiche di Einaudi, a “girare l’articolo 81, osservandolo nell’apparenza e violandolo nella realtà”, violando cioè il divieto di stabilire cumulativamente nuove entrate e nuove spese riunendole in un testo di legge che cammina in parallelo alla legge di bilancio. Inoltre, con l’introduzione del bilancio pluriennale, si condizionano le future annualità con impegni certi di spesa, a fronte di entrate non ancora certe. Si contribuisce così alla dinamica nota come “ciclo elettorale di spesa” e si alimenta il circolo vizioso “pressione clientelare – spesa pubblica – deficit – debito – rafforzamento della partitocrazia – aumento dell’imposizione fiscale”.

L’evasione fiscale pone l’Italia al primo posto, non tanto dei paesi Ue o Ocse, ma sul piano mondiale, compresi i paesi in via di sviluppo e i paesi emergenti. Secondo le diverse e più recenti stime, in Italia si evade un importo compreso tra 100 e 200 miliardi di euro all’anno. Si tratta di gettito tributario sottratto, non base imponibile sottratta, quindi sono davvero entrate tributarie che mancano ogni anno alle casse dello Stato, e sono tali da – se recuperate pure solo in parte – rendere non necessarie manovre finanziarie per qualche anno!

Oltre alla dimensione dell’evasione, v’è anche l’implicazione che essa comporta sull’equità del sistema tributario. L’articolo 53 della Costituzione, che stabilisce il pagamento delle imposte in ragione della “capacità contributiva” di ciascuno e secondo “criteri di progressività”, è disatteso. L’imposta sul reddito delle persone fisiche è pagata solo dai lavoratori dipendenti e dai pensionati e, attraverso l’Ire (ex Irpef), la progressività agisce solo sui redditi da lavoro e da pensione, visto che quelli da capitale, da professione, da lavoro autonomo e da patrimonio riescono a sottrarsi in larga parte alla tassazione. I referendum radicali per l’abolizione del sostituto di imposta presentati nel ’94 e nel ’99 sono, in entrambi i casi, dichiarati inammissibili dalla Corte costituzionale.

9.2 L’evoluzione spaventosa del debito pubblico e il dissanguamento da interessi passivi

Nel secondo dopoguerra, grazie alle politiche inaugurate e sostenute da Luigi Einaudi, si consegue un drastico ridimensionamento del debito che scenderà progressivamente fino al 1964 (media 1947 – 1964: 39.6%).

Negli anni ‘70 si assiste a una sua progressiva e inesorabile crescita. Dal 1970 al 1979 il debito passa da 14,3 miliardi (di euro) a 98,6 miliardi: un aumento di quasi il 700 per cento. Il balzo è evidente anche se – più correttamente – si considera il rapporto tra il debito e il prodotto interno lordo, che passa dal 40,5% del 1970 al 60,6% nel 1979.

La crescita spaventosa del debito continua negli anni ’80: dai 118 miliardi (di euro) del 1980 ai quasi 600 miliardi nel 1989. Conseguentemente il rapporto tra il debito e il prodotto lordo passa dal 58% del 1980 al 93,1% del 1989. Successivamente si ha sì una decelerazione del tasso di crescita del debito, ma non tale da impedire l’emblematico “sfondamento” dei mille miliardi nel 1994, con il rapporto debito/Pil che arriva al massimo storico (121,5%).

Le misure adottate per rientrare nelle condizioni di adesione all’eurozona favoriranno certamente una decrescita (113,7% nel 1999, 108,7% nel 2001 e 103,7% nel 2004) ma troppo contenuta per un reale risanamento dei conti pubblici. Sicuramente molto distante dalle politiche virtuose seguite da altri paesi, in particolare dal Belgio.

Negli ultimi anni, assistiamo a un “galleggiamento” intorno al 105%, ma l’enorme volume già accumulato porta comunque ad aumentare il totale del debito, fino a raggiungere la cifra record di 1.596,7 miliardi di fine 2007 (103,5% del Pil) e di circa 1.664 miliardi a fine 2008 (105,8%).

Nei primi due mesi del 2009, il già stratosferico debito pubblico aumenta di ben 44 miliardi di euro sfondando il muro dei 1.700 miliardi, il che già fa prevedere un nuovo balzo nel 2009 del rapporto debito/Pil a oltre il 110%. Ogni nuovo nato che viene al mondo in Italia è già gravato di un debito di quasi 28.500 euro.

Il volume totale degli interessi passivi che l’Italia deve pagare per onorare il proprio debito pubblico assume dimensioni gigantesche. Nel trentennio che va dal 1979 al 2008 il totale degli interessi pagati espressi in euro 2008 ammonta a circa 2.740 miliardi di euro. Nel solo 2008, per interessi passivi sul volume del debito, lo Stato italiano spende 81 miliardi, pari al 5,15% del Pil, ma se si considera l’intero trentennio, l’incidenza degli interessi sul Pil è del 7,7%. Una tassa salatissima, e solo per pagare oneri finanziari maturati, non a fronte di prestiti necessari per sostenere investimenti, bensì per finanziare una spesa corrente spesso di tipo clientelare e di “regime”.

9.3 Cassa integrazione straordinaria, un altro caso di “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”

Il disegno originario della Cassa integrazione guadagni è chiaro e ben definito: strumento di garanzia del reddito dei lavoratori in costanza di rapporto, da attivare quindi a tempo determinato (massimo tre mesi) per cause transitorie e involontarie, limitatamente a eccedenze temporanee e non definitive. Questo assetto viene ben presto stravolto dal regime consociativo dei partiti di maggioranza e opposizione, dei sindacati confederali e delle grandi famiglie confindustriali. La magistratura funge da perfetta interfaccia di questo regime.

Il requisito della transitorietà viene minato già nel ’64, l’estensione del campo di applicazione della Cassa è continua e culmina nel ’68 nell’istituzione dell’intervento straordinario; ma tutto ciò si rivela inadeguato a fronteggiare le crisi occupazionali, ma soprattutto la fame atavica di aiuti di Stato di Fiat, Alfa Romeo, Olivetti… al punto che nel ‘72 si elimina del tutto il requisito della transitorietà, rendendo possibile la concessione di proroghe senza limiti di tempo. L’introduzione nel ‘75 della crisi di mercato tra le cause integrabili ordinarie è poi il tipico esempio di ratifica legislativa di una “prassi” consolidata. Nel ’77 si introduce una nuova ipotesi di causa integrabile, quella della “crisi aziendale di particolare rilevanza sociale”, una fattispecie omnibus alla quale vengono ricondotti i “fatti” più disparati. Subito dopo anche il fallimento diviene causa integrabile e, anno dopo anno, si assiste alla proliferazione incontrollata di interventi settoriali e fattispecie speciali di erogazione del trattamento straordinario.

Nel ’91, la legge 223 tenta di mettere ordine nella materia, ma fallisce i due obiettivi dichiarati, quello di destinare la cassa integrazione straordinaria solo ai lavoratori temporaneamente eccedenti e quello di arginare l’abuso di uno strumento tanto costoso per le casse dello Stato, quanto inutile al fine di salvare posti di lavoro. Negli anni successivi, si afferma al contrario la prassi amministrativa di concedere un periodo di integrazione salariale straordinaria, per lavoratori che già si sa essere in esubero, in palese violazione di legge e nell’assoluta assenza di sanzioni. In linea di massima, la giurisdizione si limita al controllo sulla regolarità delle procedure, senza entrare nel merito della effettiva sussistenza della causa integrabile, giustificativa dell’intervento straordinario.

In realtà su tutti i fronti – legislazione, amministrazione, giurisdizione – si procede con il metodo dell’emergenza: un’emergenza cercata e mantenuta per assicurare i massimi margini di discrezionalità. Il risultato è una spesa completamente fuori controllo: solo nel periodo 1977-2002 lo Stato destina alla Cassa, al netto dei contributi da aziende e dipendenti, 250mila miliardi di vecchie lire, senza che un solo posto di lavoro sia salvato. Negli anni Duemila l’istituto registra un consistente attivo, ma alla distorsione “storica” se ne aggiunge una non meno grave: la Cassa integrazione delle grandi imprese decotte, sempre regolarmente accontentate dai governi, viene pagata in gran parte dalle altre imprese, quelle più piccole e competitive, che pur contribuendo in modo decisivo a finanziare l’istituto raramente ottengono di accedervi. In questo modo, si ha una distrazione grave di risorse dalla parte sana del sistema produttivo a quella malata, e un sistema di tutela contro la disoccupazione involontaria, basato sul massimo di favore per le grandi imprese e sul completo disinteresse per le imprese più piccole e per i loro dipendenti: un vero e proprio mercato politico delle tutele, secondo l’impietosa definizione di Massimo D’Antona.

Per porre fine al sistema della cassa integrazione straordinaria e creare i presupposti per una riforma degli ammortizzatori sociali equa, di tipo universalistico, i Radicali promuovono nel 1994 un referendum popolare. La raccolta delle firme si conclude con successo, ma la Corte costituzionale l’anno dopo boccia il referendum per “la lunghezza e l’estrema complessità del quesito”. L’ennesima sentenza adottata in base a criteri ulteriori, rispetto a quelli previsti dall’art. 75 della Costituzione. I cittadini italiani, “incapaci” di capire, vanno messi sotto tutela. Tutelato è, invece, il potere dei partiti, dei sindacati e delle grandi imprese.

9.4 La “sindacatocrazia”, l’altra faccia della partitocrazia

L’articolo 39 della Costituzione stabilisce che “l’organizzazione sindacale è libera” e senza “altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali”, ma a condizione che “gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.” Ogni organizzazione democratica si basa sulla periodica e regolare verifica del consenso dei propri associati, che devono essere liberi di aderire o recedere in qualsiasi anno. La mancata attuazione dell’articolo 39 ha comportato anche la negazione di questo elementare principio. Per l’automaticità del rinnovo e macchinosità della disdetta, in molti o non riescono a disdire o nemmeno ricordano di essersi iscritti al sindacato, magari da molti anni.

Negli anni ‘90 il movimento radicale tenta la via del referendum abrogativo. Il voto del ‘95 registra il raggiungimento del quorum (57,1%) e la vittoria dei “Sì” (56,2%) che cancella la norma dello Statuto dei lavoratori che prevede l’obbligatorietà delle trattenute per l’iscrizione al sindacato. La volontà popolare viene però truffata dalle “parti sociali”, che si accordano per riprodurre nella contrattazione collettiva le norme abrogate: il sistema resta sostanzialmente immutato, e il referendum è come se non si fosse tenuto. Nel voto della primavera del 2000, questa volta per cancellare le trattenute per i pensionati, il referendum non raggiunge il quorum (32,2% di votanti, 61,8% di “Sì”), perché centro-sinistra, centro-destra e sindacati si associano in una martellante campagna mediatica a favore dell’astensione, alla quale non viene data un’effettiva possibilità di replica. Il sistema delle trattenute automatiche resta in piedi e continua a fruttare alle confederazioni sindacali – tra lavoratori attivi e pensionati – oltre un miliardo di euro ogni anno.

I Radicali cercano di intervenire anche sui Patronati sindacali con referendum abrogativi, i cui esiti sono gli stessi registrati in occasione delle trattenute automatiche. I Patronati portano alle casse del sindacato circa 350 milioni di euro ogni anno e, sommando i 225 milioni di euro che affluiscono dai Centri di assistenza fiscale, si arriva ad oltre due miliardi di euro ogni anno. A questi dati vanno aggiunte le immense proprietà immobiliari dei sindacati, il cui valore reale è impossibile quantificare, non avendo il sindacato un bilancio consolidato. Si tratta comunque di centinaia di migliaia di metri quadrati di immobili, ricevuti in regalo dallo Stato nel 1977 e per di più, dal 1992, esentati dal pagamento dell’Ici.

9.5 Pensioni, cartina di tornasole della determinazione dell’Italia a non risanare i conti pubblici

Nella storia della Repubblica, nessun Governo si dimostra in grado di affrontare il problema delle pensioni che ha costi enormi per lo Stato e contribuisce fortemente all’aggravamento del debito. Almeno fino al ‘92, quando Giuliano Amato vara, con il sostegno della Lista Pannella, le prime riforme in un quadro di assoluta emergenza finanziaria. Da quel momento si susseguono gli interventi in materia (Dini 1995, Maroni 2004, Prodi 2007) connotati tutti da un denominatore comune: scaricare il peso degli interventi sulle legislature successive e sulle generazioni più giovani, per salvaguardare gli interessi corporativi e i privilegi difesi innanzitutto dai sindacati.

Già nel gennaio 1983, Marco Pannella intraprende uno sciopero della fame e della sete con l’obiettivo di assicurare immediatamente un sostanziale incremento delle pensioni minime, a cominciare dalle pensioni sociali, che la proposta radicale mira a elevare da 165.550 lire mensili ad almeno 300.000. Nell’agosto 1983, all’inizio della nuova legislatura, gli eletti radicali presentano – subito dopo il discorso programmatico del Presidente del Consiglio Bettino Craxi – una vera e propria mozione di fiducia alternativa, che vede la questione delle pensioni tra i punti centrali: il sistema partitocratico muove per le pensioni integrate al minimo (in modo indiscriminato, con interventi a carattere puramente assistenziale) 20.000 miliardi ogni anno per interessi elettorali e clientelari, mentre l’intervento proposto – destinato solo a chi ne ha veramente bisogno – richiederebbe circa 1.500 miliardi. Lo scandalo provocato dai dati forniti dai Radicali porta, nel giro di due anni, al raddoppio delle pensioni minime.

Nel ‘99, allo scopo di superare le gravi carenze della riforma Dini, i Radicali promuovono un referendum sulle pensioni di anzianità, che nel gennaio 2000 la Corte costituzionale dichiara inammissibile.

Nel 2006 i parlamentari radicali presentano una proposta di legge (aggiornata e di nuovo depositata nel 2008) per innalzare gradualmente l’età pensionabile per tutti, uomini e donne, a 65 anni. Secondo i calcoli dell’Inps, la riforma radicale porterebbe a risparmiare, a regime, oltre 7 miliardi di euro all’anno, quanto basta per riformare il sistema degli ammortizzatori sociali e per adottare politiche di “welfare to work”. La proposta viene completamente censurata dai media e ignorata da partiti e sindacati. Intanto la spesa pensionistica continua ad assorbire i due terzi della spesa sociale e il 15% del prodotto interno lordo. Inoltre, con Emma Bonino ministro per le Politiche europee, i Radicali denunciano la discriminazione nei confronti delle donne, la cui età pensionabile (60 anni) è più bassa di quella degli uomini (65). L’appello resta inascoltato e due anni dopo, con la sentenza del novembre 2008, la Corte di giustizia delle Comunità europee condanna l’Italia, per aver mantenuto in vigore una normativa in base alla quale i dipendenti pubblici hanno diritto a percepire la pensione di vecchiaia a età diverse, a seconda che siano uomini o donne.

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