Scheda N°1 Campagne elettorali Radicali: “Certificati bruciati”, “Sciopero del voto”, “Vota Emma”, “Satyagraha 2009”

Campagne elettorali radicali diversissime, che molti “osservatori” definirebbero opposte nelle forme e nei contenuti, rappresentano in realtà il tentativo di rispondere a un unico problema: l’affermazione del diritto a conoscere per deliberare.

1972 e 1983: dal bruciare i certificati elettorali allo sciopero del voto

Dopo aver già bruciato le schede nel 1972, affrontando per questo denunce e processi, alle elezioni politiche del 1983 il Partito radicale decide di praticare l’”astensionismo votante”. Questa strategia deriva dalla consapevolezza che “ogni residuo diritto politico e costituzionale è stato ulteriormente sequestrato riservandone l’esercizio solamente alle forze politiche che abbiano depositato liste elettorali” e dunque, la presentazione delle liste elettorali si rende indispensabile “quale strumento tecnico-politico pregiudizialmente necessario” per garantire il proseguimento dell’azione antipartitocratica, e informare il maggior numero di cittadini.

Viene adottata così una forma di “sciopero del voto”, che si concretizza come un “boicottaggio nonviolento” delle elezioni, la cui pratica è chiaramente espressa nel volantino che il Pr distribuisce in campagna elettorale, ove si legge: “Il nostro primo impegno è di ottenere che il massimo numero di cittadini neghi a queste elezioni dignità e legittimità democratiche, con comportamenti capaci di costringere i partiti a cambiare politica: “scheda nulla, scheda bianca, astensione”. Anche noi faremo così: annulleremo le nostre schede, scriveremo su di esse i nostri programmi, le firmeremo perché siano riconoscibili”. Lo stesso volantino cita una “doppia diga” contro la partitocrazia e infatti agli elettori si propone anche una seconda opzione di voto: il voto alle liste radicali. “Per tutti coloro, invece, che non se la sentiranno di seguirci nel rifiuto, per coloro che non sono del tutto convinti o intendono comunque votare un partito, abbiamo predisposto una seconda diga per impedire che anche stavolta prevalga un voto partitocratico: le liste radicali”.

Tutti i partiti si mobilitano contro l’astensionismo. “Astensionismo è diserzione” recita ad esempio uno slogan del Msi, “Se non ti occupi di politica, la politica si occupa di te” è lo slogan del Pci, che in un altro slogan utilizza l’analogia dei colori: “il voto bianco è voto Dc”. “Non serve una scheda bianca, serve una scheda pulita” è lo slogan del Pli, pronunciato da una voce fuori campo durante uno spot televisivo. La campagna elettorale del 1983 è la prima campagna in cui il mezzo televisivo viene utilizzato in maniera sistematica. Anche per questo, pressoché quotidianamente si moltiplicano le iniziative radicali per garantire una corretta informazione, giungendo a investire la stessa magistratura denunciando l’allora Presidente della Rai Sergio Zavoli e i componenti del Consiglio di amministrazione della Rai-Tv per il reato di attentato ai diritti civili e politici del cittadino.

Il Pr chiede in concreto di ripristinare quelle condizioni atte a “garantire parità di condizioni, completezza ed obiettività di informazione”, e si rivolge alla magistratura, quale “ultima linea di difesa contro una occupazione dei pubblici poteri e servizi da parte di soggetti privati, quali i partiti, che li esercitano a fini di parte”.

Le urne danno al Pr il 2,2% dei voti con l’elezione di 11 deputati ed un senatore: nonostante la scelta astensionista, dunque, i Radicali tornano in Parlamento. In quella IX legislatura gli eletti radicali assumono un comportamento senza precedenti, rifiutandosi di partecipare alle votazioni in aula.

1999: “Vota Emma”, vendita degli averi per ricomprarsi l’informazione rubata

In occasione della campagna elettorale per le europee del ‘99 i Radicali riescono a dare non solo la dimostrazione concreta dell’importanza di informazione e comunicazione nella democraticità delle elezioni, ma anche della portata dirompente delle loro proposte. Riescono infatti a prendere alla sprovvista il regime, disponendo per la prima volta di ciò che in precedenza era mancato loro: le risorse finanziarie.

A sorpresa, infatti, decidono di investire parte del loro patrimonio (vendendo l’emittente Radio Radicale 2, una quota di minoranza di Radio Radicale, e il 100% di Agorà Telematica, uno dei primi internet provider italiani) al fine di conquistare per sé e per i cittadini italiani quel diritto a “conoscere per deliberare” che sino ad allora era stato negato. Viene così realizzata una massiccia campagna di propaganda elettorale sui mezzi di comunicazione: 406 spot televisivi sulle reti Mediaset, 100 su Telemontecarlo e 5.056 sulle emittenti locali, più 45 milioni di lettere autografe di Emma Bonino inviate in quattro diverse spedizioni postali. Per un investimento totale pari 24.450.000.000 di lire.

La strategia comunicativa si caratterizza per la capacità di trasmettere agli elettori la durata e l’efficacia delle lotte e iniziative radicali degli ultimi 30 anni, espressa attraverso l’immagine e l’identità di Emma Bonino e canalizzata nella fiducia di garantire ancora quelle azioni politiche che ne avevano contraddistinto la storia.

In pratica, la lista Emma Bonino riesce a ribaltare il deficit comunicativo determinato dalla sostanziale assenza nei programmi di informazione, attraverso un investimento finanziario in messaggio politico “diretto”, che consente di raggiungere un numero elevato di cittadini italiani, anche attraverso l’innovativo incrocio dei diversi canali disponibili: pubblicità sui media, invii postali e internet, telefonate.

Una circostanza irripetibile. L’impresa politica compiuta alle elezioni europee del ‘99 dai Radicali non è, oggi, in alcun modo riproponibile perché è stata messa fuorilegge. Infatti, nel febbraio del 2000 è approvata la legge n.28 (della cosiddetta par condicio), la quale, nel disciplinare l’accesso ai mezzi di informazione politica radiotelevisiva, comprime enormemente la possibilità per un soggetto politico di svolgere propaganda elettorale attraverso spot televisivi. In pratica, si passa da un regime in cui lo spot può essere acquistato dal singolo partito e collocato liberamente nei palinsesti (dovendo rispondere esclusivamente a leggi di mercato) a un regime in cui se ne limita la frequenza giornaliera, la collocazione nel palinsesto e persino in parte il contenuto.

Al sostanziale divieto di spot elettorali introdotto dalla legge sulla par condicio (basti pensare che da allora ciascun soggetto gode in media di meno di 2 messaggi autogestiti al mese sulle reti Rai, in orari e con modalità di basso ascolto) non segue tuttavia un incremento rilevante degli spazi di comunicazione politica offerti a parità di condizioni. Infatti, sebbene la legge 28/2000 preveda l’obbligo per le emittenti nazionali di trasmettere programmi di comunicazione politica, l’applicazione effettiva data dalle emittenti, in violazione di legge – con la colpevole inerzia delle istituzioni di controllo, in primis l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni – fa sì che la comunicazione politica sia a lungo marginalizzata e addirittura negata, nonostante essa sia la giustificazione adottata per vietare gli spot televisivi a pagamento.

A fronte della sistematica riduzione degli unici spazi ad accesso diretto e garantito, cioè quelli di comunicazione politica (messaggi politici sterilizzati e tribune sospese, marginalizzate o, addirittura abrogate, come è accaduto da un anno a questa parte) è costantemente cresciuta la centralità delle trasmissioni “gestite” da un singolo conduttore televisivo, artificiosamente ridotte a trasmissioni di informazione al solo scopo di eludere il rispetto di una più stringente normativa.

Tutto ciò, unitamente a una giurisprudenza lassista degli organi di controllo, ha determinato una compressione della capacità di raggiungere l’elettorato – sia nei periodi normali che in quelli di campagna elettorale – da parte delle forze politiche estranee all’assetto politico di potere che, nella realtà dei fatti, si è trasformato in un monopartitismo perfetto.

La giustificazione politico-ideologica del divieto di spot televisivi, introdotto con la legge 28/2000, si è dimostrata dunque puramente strumentale al monoblocco partitocratico, rispetto a qualsiasi proposta politica “alternativa” a quella prevalente.

Satyagraha 2009

Oggi come allora – in vista delle elezioni europee del giugno 2009 per le quali sono già negati i diritti democratici di chi non appartiene a una delle due gambe del regime di monopartitismo e agli “oppositori” scelti come ufficiali – i Radicali si impegnano in “un’azione diretta nonviolenta di Satyagraha 2009 per la verità storica sulla scomparsa dello Stato di diritto e della Democrazia compiuta dal regime partitocratrico”, a partire dalla redazione di questa documentazione sul Sessantennio di storia repubblicana seguito al Ventennio fascista. In tal modo essi preannunciano la partecipazione alle elezioni con la “Lista Bonino-Pannella”, volta innanzitutto a utilizzare i residui strumenti di campagna elettorale per informare i cittadini sull’avvenuta cancellazione della democrazia e sulla necessaria lotta di liberazione.

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