L’afflizione cavernosa del nostalgico Bordin

Il Foglio

L’afflizione dei giornalisti politici si appresta a diventare topos letterario. Dacché si è insediata al governo la giunta del Preside Mario Monti, il mestiere del retroscenista è stato svuotato gradatamente di contenuto e dignità. Come si fa ad arabescare intorno al nulla? La perfetta compattezza dell’esecutivo, la devozione pubblica e personale dei ministri nei confronti del loro premier, l’oggettiva inclinazione alla riservatezza di ogni corpo accademico, combinata al tacito sdegno nutrito da ogni ottimate rispetto alla missione plebea di chi deve reperire informazioni politiche di straforo, scoraggiano anche i maliziosi e inducono semmai al vaticinio e all’analisi, più spesso alla noia. Il volto, anzi la voce che meglio compendia tale smarrimento è quella di Massimo Bordin, titolare della rassegna stampa mattutina su Radio Radicale: "Quello che è abbastanza scomparso dai giornali è il dibattito tra i partiti. Dopo l’overdose di retroscena, da almeno 15 giorni non abbiamo più grande spazio sulla battaglia politica interna ai partiti". Anche Massimo Bordin, che sul retroscenismo ha costruito la chiave di volta della sua trasmissione, oggi si dispera in diretta e mette la sua voce cavernosa al servizio di una nostalgia comune a molti.

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