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IL CARCERE DEI DIRITTI VIOLATI.


Emma Bonino, parlando in piazza in occasione del 25 aprile, ha definito il carcere una cloaca sociale nella quale vengono scaricati tutti i problemi che la società non è in grado di affrontare.
Nei giorni successivi il presidente del Senato, Renato Schifani, presumibilmente dopo avere informato il presidente della Repubblica delle sue intenzioni, sottolineata la gravità della situazione, si è riservato di investire con urgenza del problema le altre autorità dello Stato.
Purtroppo fino a oggi il “governo dei tecnici” non è riuscito a realizzare qualcosa di significativo per avviare a soluzione la crisi. A fronte dello scandalo del sovraffollamento - circa 67.000 detenuti per una capienza di 45.000 - il ministro Paola Severino ha adottato un decreto pomposamente definito “svuota carceri”, convertito in legge il 17 febbraio.
Accanto ad alcune opportune modifiche del Codice di procedura penale, è stato ampliato da un anno a diciotto mesi il tempo conclusivo di pena che, ricorrendo determinate condizioni, il condannato può trascorrere non in carcere ma agli arresti domiciliari. Mancano ancora i dati relativi all’efficacia del provvedimento, ma secondo molte stime la riduzione sarà minima. Tra l’altro, allarma la tendenza alla crescita del numero dei ristretti in carcere pur in assenza di particolari esplosioni di criminalità. A fronte dell’aumento continuo della popolazione detenuta, l’idea che si propone è quella dell’aumento progressivo dei “posti letto”.
Saranno 80.000 a fine legislatura, diceva l’ex ministro Alfano; e anche con il nuovo governo l’idea di costruire nuove carceri riaffiora. Eppure il problema, per la democrazia, è quello del come ridurre il numero delle persone condannate alla pena della reclusione, o di restringere i casi della cosiddetta “carcerazione preventiva”, considerando il carcere, in una caso e nell’altro, una restrizione della libertà dettata da estrema necessità.
Il fatto è che oggi la politica criminale, anziché ispirarsi alla prospettiva del diritto penale minimo, con la deflazione dei reati e con l’individuazione per quanto riguarda la pena di sanzioni diverse dal carcere, è dettata dalla logica di un intervento repressivo continuamente crescente. La tendenza non è nata oggi. Se nel corso degli anni novanta il numero dei detenuti era inferiore ai 50.000, nel 1999 è salito a 51.000, e nel 2000 a 53.000, significative avvisaglie di quel che stava per arrivare. Poi la crescita è stata costante.
Tale prospettiva dà il senso di un cambiamento radicale nella concezione stessa della pena in Italia. Quasi a voler dire: nella società neoliberista per ogni tipo di devianza marginale, comunque determinata, la risposta è una sola, il carcere, cioè l’esclusione. Non a caso si è parlato di un passaggio dallo stato sociale allo stato penale.
Sembra infatti che l’abbandono del welfare imponga di governare in altro modo, più semplice, la criticità sociale. Di qui la criminalizzazione e la carcerazione crescenti. Certo, è difficile che il governo Monti possa invertire la rotta, o anche solo dare un qualche sostegno alla giusta richiesta del partito radicale di un provvedimento di amnistia-indulto. E però dando una prima risposta alla sollecitazione del presidente Renato Schifani il Parlamento potrebbe adottare con urgenza qualche intervento riformatore, come un’abrogazione parziale della legge sulle droghe (Franco Corleone, già sottosegretario nel primo governo Prodi, ha ricordato di recente che un terzo di coloro che ogni anno entrano in carcere deve rispondere di detenzione di sostanze stupefacenti).
Nel clima che si determinerebbe, i magistrati potrebbero essere indotti a utilizzare in modo più discreto la custodia cautelare in carcere degli indagati. Cosa avverrà? Certamente bisognerà trovare un rimedio per questa situazione che, oltre a determinare la violazione di diritti fondamentali delle persone, disonora il nostro paese.
 
La Repubblica

Fonte: http://www.detenutoignoto.com/2012/05/il-carcere-dei-diritti-violati.html

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