Giustizia: scuola Diaz; undici anni di attesa per la sentenza… ma la tortura non entra in aula


di Alessandra Fava

Il Manifesto, 15 giugno 2012

Il 13 luglio arriva in Cassazione il processo contro i manifestanti condannati in appello a un secolo di carcere. “La Corte di Cassazione ristabilirà l’esatta proporzione di ciò che è successo”. Sono le parole usate dall’allora sottosegretario all’interno Alfredo Mantovano poche ore dopo la lettura della sentenza di appello che condannava i poliziotti dell’irruzione alla scuola Diaz a oltre un secolo di carcere. Era il 18 maggio 2010.
L’ennesimo ribaltamento del processo, questa volta per sempre: è quello che temono in centinaia - parti civili, manifestanti pestati e associazioni - che per quasi undici anni hanno aspettato verità e giustizia su un massacro autorizzato dal Viminale.
Questa sera, o all’inizio della prossima settimana, ascolteranno in Cassazione la sentenza finale di un processo che per la prima volta nella storia italiana ha tentato di dimostrare punibili reati penali commessi da forze di polizia.
Dai verbali falsi all’attribuzione di reati inesistenti accollati a cittadini innocenti (ricordiamo che un centinaio furono accusati di resistenza e associazione a delinquere, con gli stranieri impossibilitati a tornare in Italia finché non fu archiviata la pratica); dalla violenza fisica al limite della tortura (parola tornata per la Diaz come era apparsa per Bolzaneto) fino alla costruzione del teorema del black-bloc e l’avvallo dell’azione punitiva da parte dei vertici della polizia (questo un aspetto relativo soprattutto allo spezzone che ha visto assolto in Cassazione poche settimane fa l’allora capo della polizia Gianni De Gennaro): la Diaz è stato un processo storico come storica fu l’ovazione delle vittime, nell’aula bunker del tribunale genovese, alla lettura della sentenza di appello della terza sezione presieduta da Salvatore Sinagra, poco prima di mezzanotte a maggio di due anni fa, quando fu ribaltata la sentenza di primo grado (che considerava responsabile il solo capo del VII nucleo Vincenzo Canterini per lesioni e concorso in lesioni) e condannava invece 25 poliziotti su 28 imputati. Tra di loro c’erano i vertici della polizia: 4 anni per Giovanni Luperi, 4 per Francesco Gratteri allora direttore dello Sco per i falsi verbali, 5 anni a Vincenzo Canterini il capo del VII nucleo quello allenato dagli americani e 4 anni ai capisquadra Basili, Tucci, Ledoti e Compagnoni per le lesioni e 3 anni e 8 mesi a Massimo Nucera per la falsa coltellata.
In questi anni sono stati tutti promossi o mai allontanati dagli incarichi pubblici: Luperi è capo del dipartimento analisi dell’Aisi, Gratteri dell’antiterrorismo, Canterini si è occupato di traffici in Romania, per non parlare di De Gennaro uscito completamente estraneo alle vicende genovesi e oggi sottosegretario di Stato.
Questa settimana alla quinta sezione della Cassazione, abbiamo ascoltato la requisitoria del procuratore generale Pietro Gaeta. Il magistrato ha sostenuto che l’impianto di due tribunali tiene e che i poliziotti vanno condannati anche se ha dato il diniego all’applicazione del reato di tortura al posto di quello delle lesioni, chiesto dalla procura generale di Genova, perché non è previsto dalla nostra legislazione (la storia di Bolzaneto si ripete).
L’altro ieri è stato il turno dell’avvocatura di Stato che con l’avvocato Salvatore Salvemini ha chiesto l’annullamento con rinvio delle condanne perché gli autori dei falsi e delle violenze non sarebbero quelli individuati. Per altro nessuno nega che le botte ci siano state. Le ferite non sono più “pregresse”, come ebbe a dire in prima battuta il portavoce del Viminale Sgalla ai giornalisti allibiti che vedevano quella notte uscire barelle con troppa gente massacrata e sanguinante. Anche Salvemini afferma che “l’operato della polizia è stato grave nella conduzione della perquisizione della Diaz ed è inaccettabile il ferimento dei ragazzi”. Però non sono gli imputati gli autori: “Io non rispondo dell’operato di tutta la polizia perché qui sono in sede penale dove vanno trovate responsabilità individuali che finora sono state addossate in maniera approssimativa e con errore”.
Così si torna al punto di partenza. Al pool di magistrati genovesi che, a fatica e con coraggio, svicolando parecchi freni a mano tirati anche all’interno della procura genovese, hanno creduto alle decine di parti offese e ad agosto 2001 iniziarono ad indagare sulla base delle denunce.
Si torna alla partenza come al gioco dell’oca, a quelle foto di reclute ventenni, invece di maturi poliziotti, che arrivavano dal Viminale ai pubblici ministeri Enrico Zucca e Francesco Albini Cardona, per di più con grandissimo ritardo. Alle lentezze e ai mille lacciuoli messi a un’inchiesta che dava fastidio a tutti. I due pm non sono stati promossi per niente. Ma hanno costruito un impianto di prove, compresa quella delle false molotov portate alla scuola Diaz nella notte dalla polizia e raccattate in corso Italia sempre dalla polizia. E poi le prove della partecipazione di Luperi e Gratteri nella compilazione dei falsi verbali.
Bastano poche ore, o pochi giorni, per sapere se verranno condannati i poliziotti e saranno costretti, con sentenza definitiva, a lasciare i loro incarichi e a pagare i risarcimenti alle vittime. E che cosa succederà del processo che il 13 luglio arriva in Cassazione contro i manifestanti accusati di devastazione e saccheggio e condannati in appello a un secolo di carcere.

Fonte:

Sostieni i Radicali Italiani con almeno 1 € - Inserisci l'importo » €