Quei filmati sull’orrore e il mistero dell’olandese. Il regista indagato (e scagionato) per Antonio Russo

Corriere della Sera
Ilaria Sacchettoni

Per essere un regista non sembrava goloso di immagini. Gli chiesero se avesse visto quei vhs e lui disse di no: «Non mi interessavano». «Curioso…» pensò l’ispettore della Digos ascoltando Renzo Martens, il testimone degli ultimi giorni di vita di Antonio Russo, il giornalista di Radio Radicale trovato con lo sterno sfondato il 17 ottobre 2000 a Tbilisi, in Georgia. Martens, 27 anni, olandese, regista, fu l’unico indagato per un omicidio che aveva il profilo di un’esecuzione, i toni del complotto e la vocazione all’insoluto, sepolto in un oceano di rogatorie, difficoltà e silenzi, anche diplomatici.

Furono i giornalisti di Radio Radicale a portare Martens in questura due anni dopo l’omicidio. Il ragazzo era di fronte all’ispettore che insisteva sui filmati. Immagini che il giornalista aveva passato in rassegna, febbrilmente, poco prima della sua morte, lungo la via che porta al confine con l’Armenia e, simbolicamente, alla toponomastica del genocidio. Vicino alla base russa di Vasiani.

Mesi prima, a luglio, c’era stato uno scontro fra la Federazione Russa, di cui Vladimir Putin era appena diventato presidente, e l’organizzazione non governativa del Partito Radicale Transnazionale di cui i russi chiedevano l’espulsione dall’Onu, mentre i Radicali ribattevano denunciando le violazioni dei diritti umani in Cecenia.

In quei vhs c’erano le immagini che avevano reso Antonio Russo emotivamente più fragile e professionalmente più forte. Le testimonianze da servire a un’opinione pubblica che, sui conflitti balcanici come sugli orrori ceceni, sembrava voltata dall’altra parte. Riprese delle operazioni a cuore aperto sui bambini e prelievi di organi alla presenza di adulti impotenti. Una galleria lunare che fotografava la subalternità caucasica all’ex impero sovietico e forse soddisfaceva l’urgenza di verità di Antonio, il ragazzo di Chieti, l’orfano adottato a sei anni che diceva di sé: «Sono certo di essere kosovaro».

Erano quelli i filmati per i quali sarebbe stato ucciso, un’azione esemplare per scoraggiare i nemici ambiziosi della verità ufficiale. Poi qualcuno aveva sfregiato la sua intimità, devastando il suo appartamento e rubando i vhs. Possibile, allora, che quelle immagini non avessero suscitato l’interesse di chi diceva di voler raccontare la guerra come Martens? «Girando per casa – è il racconto del giovane messo a verbale quel giorno, il 15 febbraio 2002 – mi capitò di vedere alcuni spezzoni». C’erano gli interni di un ospedale. E non solo: «Le riprese di operazioni chirurgiche su di un bambino con una madre a fianco che piangeva». Testimonianze incontrovertibili. «Ricordo che Russo voleva utilizzare le stesse immagini a un congresso a cui avrebbe partecipato in Italia». Eppure Martens assicurava di non averne voluto sapere di più: «Volevo realizzare il mio film autonomamente e comunque doveva essere un documentario che testimoniasse le reazioni della gente alla guerra». Il suo avvocato dell’epoca, Antonio Buttazzo, oggi, non sa dire se il regista abbia realizzato quel film o se la sua vera missione fosse incrociare Russo nei suoi ultimi, nervosi giorni di vita: «Martens fu indagato per concorso nell’omicidio di Antonio Russo. Quando la sua posizione fu archiviata tornò in Olanda» spiega. Stranezze e incongruenze che affiorano dodici anni dopo.

Il giovane regista, con in tasca un biglietto pagato dall’American Express, vuole filmare la guerra in Cecenia eppure atterra nella capitale georgiana, a Tbilisi. Dove Russo è in cerca di prove schiaccianti su crimini di guerra. In tasca ha l’indirizzo di Antonio che, dice, ha ottenuto tramite l’Organizzazione dei popoli non riconosciuti all’Aja. Vero? Falso? Certo, tra l’olandese piovuto dal nulla e l’esperto di guerre emarginate dai media, ci furono momenti di tensione. Il primo fu quando Martens confessò al giornalista di Radio Radicale di non avere idea di come varcare il confine. Un’approssimazione che suonava contraddittoria. «Dissi che comunque avrei tentato e lui mi apostrofò con uno “stupido” e “naif’”. Mi rimproverò di non aver centrato il modo di avvicinarmi al problema ceceno». Poi lo scontro definitivo. Poco prima di morire Antonio rimprovera Martens di aver lasciato entrare persone nel suo appartamento in sua assenza. In casa c’è il computer, l’attrezzatura, i vhs. Forse il giornalista, a quel punto, ha intuito qualcosa. Forse non vede più solo un ospite da proteggere in quel ragazzo che, a fronte di un progetto impegnativo, sembra possedere strumenti approssimativi. In ogni caso lo invita ad andarsene. Martens accetta, ma ormai di Russo conosce ogni cosa. Obiettivi, spostamenti, incontri. Il suo lavoro, forse, è concluso. Antonio non è più il reporter invisibile che si mescola ai profughi per raccontare la guerra ma un obiettivo possibile.

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