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Influenti politici australiani chiedono inchiesta sulla guerra in Iraq

 Dall’Australia giunge la notizia che alcuni influenti politici australiani ed ex capi della difesa hanno chiesto al governo di istituire un’inchiesta indipendente, simile a quella condotta da Sir John Chilcot in Gran Bretagna, sul ruolo del loro paese durante l’invasione dell’Iraq.

L’inchiesta dovrebbe indagare sulle circostanze che hanno portato l’allora coalizione tra conservatori e liberali a partecipare all’invasione guidata dagli Usa del 2003 a cui l’Australia ha contribuito con 2.000 soldati, forze speciali incluse. Tra gli obiettivi figura anche la revisione dei poteri di guerra del governo, e trarre insegnamenti per il futuro.

La domanda è stata presentata dall’ex Primo Ministro liberale Malcolm Fraser (1975-1983), l’ex Ministro della Difesa Paul Barratt (1998-1999) e l’ex capo delle Forze Armate australiane Generale Peter Gration (1987-1993). La presentazione della proposta ha ricevuto il sostegno del senatore Scott Ludlam e di due deputati del Green Party, Melissa Parke (collegio di Fremantle) e Andrew Wilkie (collegio di Denison). Wilkie aveva invitato a istituire l’inchiesta già nell’agosto 2011.

I proponenti hanno redatto un documento intitolato: "Perché siamo andati in guerra in Iraq? Invito a un’indagine australiana" disponibile nel sito del Iraq War Inquiry Group http://iraqwarinquiry.org.au dove è anche possibile firmare l’appello a sostegno dell’iniziativa.

Fraser afferma, tra l’altro, che essendo l’Australia uno dei paesi accusati di aver scatenato una guerra illegale, non si tratta di riaprire vecchie ferite ma di "sviluppare una migliore comprensione di come vengono prese decisioni di guerra e di rafforzare le strutture di governo così da scongiurare azioni precipitose o sconsiderate in futuro".

La richiesta di una richiesta è supportata anche da una dichiarazione firmata da 30 studiosi importanti della politica e del diritto, ex diplomatici ed esperti nel campo della guerra e del conflitto.

"Col senno di poi", Fraser scrive: "vediamo che allora si agì freneticamente per creare prerequisiti attraverso la manipolazione dei giudizi dell’intelligence al fine di adattarli al caso, con tutta la raffinatezza che un tale compito richiede. L’opinione pubblica si è confusa sulla presunta esistenza di armi di distruzione di massa in fase di sviluppo o in possesso di Saddam Hussein, ed è stata posta in stato di allerta per giustificare ogni rivendicazione sia di ‘interesse nazionale’ che di ‘autodifesa’."

E aggiunge: "In tutto questo, il governo australiano può aver pensato di non aver altra scelta se voleva mantenere la fiducia degli Stati Uniti. E’ stato un errore di valutazione? Il governo ha riflettuto davvero in modo indipendente, avendo presenti le implicazioni per la nostra posizione con i vicini asiatici? Ha veramente valutato le informazioni che gli sono state sottoposte, o ha ignorato i punti deboli? Era intenzionale? Ha seriamente e oggettivamente preso in considerazione le questioni legali che circondavano l’invasione e ha agito in maniera davvero disinteressata?"

Secondo altri firmatari della proposta, il ruolo del Parlamento australiano è stato solo "ex post facto, quello di approvare decisioni già prese in una fase in cui il mancato sostegno finanziario avrebbe effettivamente tradito le forze armate". E aggiungono che la giustificazioni di Bush e Blair, che l’Australia ha accettato, "in seguito si sono rivelate esser fondate su informazioni false alle quali l’Australia aveva fatto affidamento".

Non resta che vedere come risponderà l’attuale governo australiano, guidato dalla laburista Julia Gillard.

Matteo Angioli

Articolo di Richard Norton-Taylor sul sito del Guardian

Il sito dell’Iraq Inquiry australiana

Il documento che illustra la richiesta

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