Gli attacchi di panico curati con Radio Radicale e gli scrittori su Facebook

Il Foglio
Matteo Marchesini

Dicevo che questo agosto è per me il mese dei bambini. Ma a quanto pare è anche il mese degli acciacchi. Fisici, e psichici: come si addice a un pubblicista saturnino, sedentario e somatizzante, che rifiuta di metter ordine nei suoi orari e nelle sue abitudini alimentari. Dopo l’otite, che resiste valorosamente agli antibiotici, da un passato che consideravo ormai lontano torna l’Attacco di Panico. È un attacco sontuoso, da manuale: come quelli inaugurali del ‘96, cioè della stagione in cui i picchi d’ansia non si erano ancora assestati sulla linea piatta dell’ipocondria. Il mattino del 21 agosto sto guidando sulla circonvallazione, ed ecco che non respiro. Subito collego il fiato corto a strani sintomi dei giorni scorsi, e m’invento una diagnosi catastrofica. Arrivo a casa rischiando un frontale. Dovrei tentare degli esercizi di respirazione, dicono, ma non ci riesco. Di solito un buon calmante è Radio Radicale. Accendo, sperando che ci sia il comizio estivo di un partito minore: forse riuscirò a rilassarmi perdendomi in astruse analisi politiche. Invece c’è un concreto dibattito sulle infrastrutture, credo dalla concretissima Rimini. Bene lo stesso. Mi sdraio, chiudo gli occhi. E la calma arriva: ma è una calma triste. Non ascolto il dibattito: come tanti affezionati della radio, in questi giorni, penso a Dino Marafioti. Non l’ho mai incontrato, l’ho solo sentito due o tre volte per la registrazione della mia rubrica. Ma ho vissuto a lungo con la compagnia del suo importante lavoro. Accanto a quella nasale e concitata di Spagnoli e a quella affettuosa di Martini, a quella sorniona e cullante di Rufi e a quella classicamente radiofonica di Targia, a quella suadente di Carretta e a quella notturna di Rendi, a quella medianica di Aversa e a quelle sbarazzine di De Angelis e Caforio, a quella cristallina di Reanda e naturalmente a quella pastosa di Bordin, Marafioti proponeva una voce volitiva e insieme lievemente fragile, che non sorvolava gli argomenti ma dava l’impressione di avanzare alla loro altezza, a poco a poco, a volte con un filo di esitazione capace di impreziosirli. Presto spengo la radio, e provo a stordirmi con Facebook. Leggo gli immancabili post qualunquisti sui temi del giorno e i deliri bovaristici, contemplo le foto kitsch di milf seguite da codazzi di ammiratori e mi fermo sulla Teledurruti di Abbate, che agita la sua zazzera aizzando gli amici contro i perbenisti di sinistra.

Ecco, gli scrittori su Facebook. Di solito simili a se stessi. Raimo punta sull’aforisma e il siparietto comico, ma con un’ironia non disgiunta da certa sensibilità edificante. Vitiello è ottimamente woodyalleniano, ma non rinuncia a una generosa militanza radicale. Carraro sbraca come certi suoi personaggi. Paris riduce i fatti letterari ad aneddoti da salotto romano, con la svagata sciatteria che ritrovo ora nei versi del suo "Fumo bianco": finte terzine dove tutto, la più corriva riflessione generazionale e il più improbabile erotismo latineggiante, è redento da un surrealismo non si sa quanto voluto, o meglio da un sottorealismo, da una carenza di realtà e pensiero che produce davvero effetti "fumisti". A proposito di fumismo. Un amico mi rimprovera perché canzono gli epigoni di Celati. "C’è di peggio" dice. Sarà, ma appunto perché hanno l’equivoco appoggio dei letterati sono più pericolosi del "peggio". Il loro bamboleggiamento con matti padani, "brache", "scoregge" e "che" anacolutici mi sembra filisteo. Del resto, nulla di nuovo. Ho davanti una pagina di Savinio che parla dei "pargoleggiamenti" di Tofano, "futile, onomatopeico e pupazzesco", paragonandone la compagnia a una famiglia di suoi conoscenti: "Benché forniti di nome e cognome, si facevano chiamare, lui Nano, lei Nana e il figlio Nanino. Praticavano quella forma di scemenza comune a tanta gente, che consiste nel deformare puerilmente i nomi e le parole (…) riducevano a forma puerile tutti gli atti della vita, e davanti a quelli più gravi manifestavano un ebetismo sorridente, con che si persuadevano di essere tre tipi molto buffi. ‘Buffo’ era la meta suprema delle loro aspirazioni. (…) Dichiaravano larbosa’ qualunque forma di serietà e ‘riposante’ la scemenza. Parlavano (…) un linguaggio convenzionale, composto di monosillabi e onomatopee (…) imitavano gli atteggiamenti ‘buffi’ dei pupazzi. (…) Davanti all’immoralismo e ai suoi rischi, si mantenevano prudenti come i visitatori del giardino zoologico davanti al recinto dei leoni; ma l’immoralismo costituendo appunto l’ideale delle loro animule borghesi, si erano foggiati di questo ‘ideale’ un succedaneo innocuo e incruento, equivalente delle sigarette denicotinizzate e del pane per diabetici". Con maggior talento, il Tofano di Savinio sta a metà tra i celatiani e un’altra tribù pure molto diffusa a Bologna: quella degli esperti di leziosi libri per bambini, in realtà dedicati ai loro leziosi genitori. Sono tribù a cui temo non si possa chiedere di descrivere neanche un banale attacco di panico, senza che lo riducano per prudenza a un "buffo", rassicurante fumetto.

 

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