Conoscenza Verità e Democrazia

Il diritto alla conoscenza degli atti e dell’attività della Pubblica Amministrazione, sia a livello globale che locale, corrisponde alla conoscenza da parte dell’individuo di una “propria” dimensione pubblica. La Pubblica Amministrazione è l’amministrazione della cosa pubblica di cui l’individuo è parte integrante e interessata.

Per questo il diritto alla verità è un’estensione delle facoltà di scelta, di controllo e di partecipazione del cittadino nell’amministrazione dello Stato e delle sue articolazioni regionali e locali, un elemento di democratizzazione della società.

Ma se da una parte l’evoluzione attuale del modello di cittadinanza, basato sulla domanda continua di accesso alle informazioni, ha portato a una larga condivisone dello slogan di Luigi Einaudi “conoscere per deliberare”, allo stesso tempo i poteri istituzionali ed extra-istituzionali che guidano le scelte politiche stentano a cedere lo spazio necessario a un reale e più esteso controllo democratico. Controllo inesistente nei regimi dittatoriali, ma che stenta ad affermarsi anche nei paesi cosiddetti democratici, comunque inclini al prepotere della “Ragion di Stato”
Dal globale al locale, il ricorso alla Ragion di Stato è il primo ostacolo al diritto alla conoscenza globale e locale, alla verità, all’esercizio della sovranità popolare e il primo strumento a servizio dei poteri reali illegittimi.

Un esempio è la formazione del bilancio dello Stato e degli Enti locali. Per molti dei Paesi che vivono una profonda crisi economica, un primo atto rivoluzionario sarebbe quello di rendere effettivamente conoscibili le voci reali della spesa pubblica, come i Radicali hanno tentato di fare già dai primi anni ’80, divulgando i dati sul debito pubblico italiano.
Oggi chiediamo, a partire dai Comuni e dalle Regioni, l’anagrafe pubblica delle attività economiche e la pubblicazione del bilancio consolidato, un conto unico che comprenda anche i dati di bilancio delle società partecipate dall’Istituzione regionale o locale.
Essenziali poi sono due elementi. Il primo è l’effettiva accessibilità delle fonti. La trasparenza, da sola, non assicura infatti la conoscibilità. Un insieme di informazioni e dati non organizzati e non elaborati possono risultare né leggibili e né utili. Vanno formulate proposte di presentazione e elaborazione di dati e informazioni. In questo senso sono essenziali le proposte di “open data” e agenda digitale.

Altro elemento assente ma altrettanto determinante è il dibattito pubblico. Alla democrazia rappresentativa va affiancata quella democrazia dibattimentale, richiamata da Sabino Cassese, che prevede procedure di partecipazione del cittadino nella fase della progettazione e formulazione delle politiche pubbliche.

I recenti scandali che hanno riguardato le amministrazioni locali nonché l’amministrazione dei fondi statali, nascono in gran parte da un sistema di controlli di natura meramente formale che si è dimostrato inadeguato. Dunque parlare di “trasparenza” rischia di essere riduttivo. In gioco c’è l’affermazione o meno dei diritti democratici e con essi le prospettive di progresso e sviluppo economico e sociale.

È questa la chiave “italiana”, “locale”, per comprendere quanto si profili centrale l’intuizione di Marco Pannella: “rendere universale il diritto alla verità, ovvero, in questa fase storica, il diritto umano e civile alla conoscenza di come lo Stato opera. L’aggettivo “umano” lega questo diritto al complesso dei Diritti Umani sanciti dalle Nazioni Unite, mentre con “civile” facciamo riferimento al cittadino come attore che aziona il diritto nei confronti dei poteri dello Stato – sia esso il governo o l’apparato istituzionale”.

La campagna del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito – sostenuta con alcune delle iniziative politiche in corso, già richiamate da Radicali Italiani – ha come scopo un preciso riconoscimento di questo diritto nel perimetro della giurisprudenza internazionale. Allo stesso tempo ritiene necessario l’impegno per diffondere questo diritto attraverso gli Stati, con la sostanziale riduzione delle clausole che fermano la conoscenza del cittadino.
L’Unione Europea può assumere di tutta evidenza, così come accaduto per la battaglia contro la pena di morte, un compito fondamentale nello spingere nella direzione auspicata gli stati membri e la dottrina comunitaria.

Sarebbe ancora più significativo se una campagna del genere partisse dall’Italia. Da un Paese caratterizzato da un altissimo tasso di corruzione, da mancanza di trasparenza e da uno Stato di diritto che produce diritti ineffettivi. Aspetti strutturali, denunciati e descritti dai Radicali in primis nel documento dal titolo “La Peste italiana”.
Rappresenterebbe ed evidenzierebbe, tale campagna, l’urgenza di un diffuso monitoraggio delle Democrazie.

*di Valerio Federico, tesoriere di Radicali italiani, e Simone Sapienza, Membro della Direzione di Radicali italiani

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Simone Sapienza

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