Ven(e)to di cambiamento

cronache del garantista
Simone Sapienza

In Veneto Renzi trionfa alle europee, la Lega perde consensi ma resiste a Padova. A poche settimane di distanza esplode lo scandalo Mose. Intanto il consiglio regionale approva una proposta di legge per un referendum sull’autonomia della regione. «Il Veneto spesso anticipa fenomeni che poi si diffondono nel resto del paese», spiega Marco Almagisti, professore di Scienze politiche all’università di Padova, intervistato da Alessia Cerantola e Daniela Sala, autrici dell’inchiesta "Ven(e)to di cambiamento", in onda questa sera alle 23.30 su Radio Radicale nell’ambito della rubrica settimanale di FaiNotizia.it. Nella regione Veneto il Pd alle elezioni europee del maggio scorso ha incassato il 37% dei consensi, staccando il Movimento 5 Stelle di 17 punti percentuali e la Lega di 22. Un consenso che Renzi avrebbe riscosso proprio tra gli imprenditori.

L’INDIPENDENZA DALLE TASSE
D’altra parte i movimenti indipendentisti, impossibili da inquadrare in un’unica corrente, se pure riscuotono un buon successo alle manifestazioni, a livello elettorale raramente ottengono risultati degni di nota. A marzo si è tenuto un contestato referendum online per l’indipendenza della regione: gli organizzatori hanno parlato di 2 milioni e 350mila votanti, i sì sarebbero l’89%. Numeri da plebiscito se sì considera che il corpo elettorale veneto è di circa 3 milioni e 700mila cittadini. Attendibile o meno, le conseguenze politiche del referendum non si sono fatte attendere: il consiglio regionale del Veneto ha approvato il 12 giugno un progetto di legge sull’indizione di un referendum consultivo sull’autonomia con cui in sostanza viene dato mandato al presidente della Regione, Luca Zaia, di aprire con il Governo un tavolo per discutere ulteriori forme di autonomia della regione. E intanto i rappresentanti del movimento Indipendenza veneta, guidati dall’avvocato Alessio Morosin, hanno consegnato 30mila firme al presidente del consiglio regionale Clodovaldo Ruffato per invitarlo ad approvare il referendum popolare per l’autodeterminazione del popolo veneto.

Alla base c’è una situazione di malcontento reale, soprattutto tra i piccoli e medi imprenditori che si sentono vessati dalle tasse di uno Stato che fa poco per garantire loro una reale competitività. Le tasse sono infatti la principale ragione della richiesta di indipendenza, tanto che il primo decreto del sedicente Governo veneto, il cosiddetto Consiglio dei dieci, figlio del referendum indipendentista è stato l’"esenzione fiscale totale", almeno fino a che non sarà operante la nuova fiscalità veneta. Marcello Messori, economista e direttore della School of European Political Economy della Luiss è scettico: «Con l’indipendenza ci sarebbe un vantaggio immediato ma di breve periodo ma sul lungo periodo le ricadute sarebbero negative. Non si può pensare di migliorare la propria competitività chiudendosi». Mario Carraro è un imprenditore padovano. La sua fabbrica produce sistemi di trasmissione per camion per conto di aziende come John Deere e Caterpillar. Ora la sua impresa è quotata in borsa, ha 2 mila dipendenti in Italia e 2 mila tra Cina e India. «Io non credo a questo sentimento così diffuso dei veneti a favore degli indipendentisti», osserva. «Negli anni la rovina del Veneto è stata gloriarsi di questo "piccolo è bello". Per questo abbiamo dei ritardi in innovazione, in ricerca, abbiamo un tessuto industriale incapace di riprendersi. I veneti sono un popolo di creativi ma non siamo riusciti a dare una dimensione sufficientemente grande a questo fenomeno e l’abbiamo lasciato implodere. Chi aspetta ancora il ritorno del 2007 si illude. Ora – conclude Carraro – dobbiamo decidere qual è il nostro fu- turo industriale».

IL TOUR DEL MALCONTENTO
Per capire chi sono gli indipendentisti, che cosa vogliono e quale seguito riscuotano effettivamente tra i veneti, le autrici del reportage sono andate a Padova, Treviso, Vicenza, Bassano del Grappa e Venezia. Si inizia da Zero Branco, piccolo comune in provincia di Treviso, dove a maggio si è tenuta quella che gli organizzatori hanno definito la "quarta manifestazione di massa in terra veneta", per la proclamazione di indipendenza della Repubblica Veneta. La manifestazione di Zero Branco è stata organizzata da Plebiscito.eu, lo stesso gruppo che ha promosso il referendum. La costola politica di Plebiscito.eu si chiama Venetosì, e proprio a Zero Branco si è presentata alle elezioni comunali in tutta fretta, dopo il successo riscosso dal referendum. Il candidato sindaco, Giannarciso Durigon, ha però ottenuto solo il 7% dei voti. A Vicenza Alessia Cerantola e Daniela Sala hanno incontrato Alessandro Zagonel, avvocato di Luigi Faccia, coinvolto nell’inchiesta della Procura di Brescia che ad aprile ha portato all’arresto di 24 persone .con accuse gravissime: associazione con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico. Una sorta di fotocopia di ciò che accadde nel 1997, quando i Serenissimi occuparono piazza San Marco a Venezia, simbolo della Repubblica Veneta. Tra i Serenissimi del ‘97 c’era anche Luigi Faccia. Faccia si è dichiarato prigioniero di guerra ed è stato tenuto in custodia cautelare in isolamento per più di un mese. FaiNotizia ha raggiunto al telefono anche Erika Pizzo, figlia Marco Ferro, l’altro venetista che al momento dell’intervista era ancora in carcere. Lei stessa è stata arrestata insieme alla madre nel corso della retata. Ora sia Faccia che Ferro sono stati rilasciati, in attesa di giudizio. La battaglia per difenderli si è trasformata in una battaglia per la libertà di opinione, tanto che l’avvocato di Faccia ipotizza anche un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

"BASTEREBBE IL VENETO"
«Le istanze degli indipendentisti sono comprensibili e legittime afferma Valerio Federico, tesoriere di Radicali Italiani – ma non è l’indipendenza la risposta. La via da seguire è un’Europa con regole certe». Riguardo alle proposte concerete e ai motivi di disagio delle imprese Federico spiega: «Le piccole e medie imprese hanno bisogno da una parte di tempi certi della giustizia che al contrario è al collasso, dall’altra di accedere al credito delle banche che sono ostaggio delle fondazioni. Lo Stato insomma non mette gli imprenditori in condizione di poter fare il loro lavoro». Ma l’impegno dei Radicali in Veneto è storico ed è indicativo per descrivere la prevedibilità della crisi e gli errori da parte della stessa classe imprenditoriale che oggi mostra il proprio dissenso. Nel 1997 i Radicali in occasione della manifestazione a Treviso per la restituzione dei soldi del finanziamento pubblico ai partiti, organizzarono un convegno rivolto in particolare agli imprenditori dal titolo "Basterebbe il Veneto. Liberazione del lavoro e dell’impresa: è possibile subito, più difficile e forse troppo tardi domani".

Si anticipavano i temi di quelli che sarebbero stati i 20 referendum Radicali del 2000 su fisco, sanità, previdenza, imprese, lavoro e giustizia. Maurizio Turco fu uno dei protagonisti delle numerose spedizioni radicali che avevano l’obiettivo di animare, tra movimenti e imprenditori, l’impegno per una comune campagna di riforme economiche liberali: «Dicevamo a tutti che sarebbe stato sufficiente incardinare una campagna referendaria in Veneto per raggiungere l’obiettivo nazionale della raccolta firme su 20 quesiti per la rivoluzione liberale. Ci furono innumerevoli incontri con le realtà più attive sul territorio ma non ci fu un riscontro da parte loro. Unica eccezione fu Fabio Padovan e la Life». Benedetto Della Vedova, in quegli anni era dirigente della Lista Pannella, attualmente è sottosegretario del ministero degli Esteri. Seguì da vicino la campagna radicale e quando la Lega Nord indisse le elezioni per la costituzione del Parlamento del Nord si candidò e verme eletto con la Lista Pannella antiproibizionista e referendaria: «Basta prendere in mano oggi pubblicazioni come Terzo Stato, creato nello studio di Aurelio Candido, sotto la direzione di Marco Pannella, inviato già nel 1996 a migliaia di imprenditori, per accorgersi che il Veneto paga più di altre regioni i 20 anni di non riforme. E dire che le riforme che servono sono quelle di cui noi parlavamo inascoltati». Nel 2000 i Radicali tentarono il tutto per tutto attraverso la vendita di una parte dei beni patrimoniali, ne scaturì lo storico risultato della Lista Bonino alle elezioni europee e il successo nella campagna solitaria di raccolta firme. Nella primavera successiva però i referendum furono sconfitti dalla mancanza di quorum. «Determinante – racconta Turco, oggi tesoriere del Partito Radicale – fu la decisione di Berlusconi di non votare quei quesiti. Di sicuro è stata un’occasione persa. Avremmo affrontato 15 anni fa quelli che sono ancora i problemi cruciali di questo Paese».

 

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