Bonino: «Addio Schengen? Questa Ue ha perso la testa»

il Mattino – 24/01/2016
Francesco Lo Dico

Sulla terrazza del Terminus, dove il suo intervento al meeting ”Per gli Stati generali delle città e del federalismo” dei Radicali è stato salutato con un’ovazione, Emma Bonino solleva le braccia mentre il vento le agita il bavero del giacchetto. «Siamo sotto questo cielo» sembra dire in silenzio mentre le luci di Napoli fibrillano dietro di lei. «Lagarde ha ragione, se fallisce Schengen l’Europa rischia di chiudere i battenti», dice con un filo di voce l’ex ministro degli Esteri, già Commissario europeo.

Presidente, avrebbe ancora senso l’Unione europea se dovessero tornare le frontiere dappertutto?
«È un pericolo che bisogna tentare di scongiurare con tutte le forze. Purtroppo si tratta di un auspicio, piuttosto che di una concreta speranza. L’Europa ha dato in questi mesi cattiva prova di sé. Soltanto l’integrazione e la rimozione delle barriere possono assicurare pace e sicurezza. Libertà per le merci equivale a libertà di movimento per le persone: l’abolizione di Schengen sarebbe la pietra tombale sull’Europa immaginata dai fondatori. Non sognarono muri da alzare e filo spinato da attorcigliare alle frontiere».

Le ultime dal Financial Times parlano addirittura di piano drastico per blindare la frontiera macedone.
«Un autentico delirio. I trafficanti di esseri umani sono come i trafficanti di droga. Chiuso un canale se ne trova un altro, se possibile ancora più pericoloso. Evidentemente il cimitero del Mediterraneo non è ancora abbastanza spazioso. L’ho detto l’altro giorno al commissario Moscovici: che ci piaccia o no, è certo che nei prossimi tre anni arriveranno in Europa tre milioni di migranti. Ma invece di parlare di integrazione, ai summit si continua a perdere tempo con il pallottoliere delle quote di redistribuzione e l’irrisolvibile puzzle degli egoismi nazionali. I populisti ringraziano sentitamente».

Si rischia di dar loro ragione, quando tuonano contro Bruxelles.
«Proprio così. Mi spiace dirlo ma vedo un’Europa smemorata, che ha perso di vista i suoi principi fondativi e i capisaldi che ne hanno ispirato le sue architetture. Non si tratta tanto di crisi bancarie, di polemichette sulla flessibilità, di accapigliamenti sugli zero virgola. C’è in gioco qualche cosa di più decisivo e profondo: è in corso una crisi di valori».

E c’è chi approfitta per urlare all’invasione o chi denuncia i rischi di accogliere in casa migliaia di islamici.
«In materia si sono consolidati sin troppi stereotipi. Degli africani che decidono di espatriare, soltanto uno su dieci si dirige verso l’Europa: i restanti nove sono migranti intercontinentali. Restano in Africa, dove molte città sono oberate da carichi demografici sempre più insostenibili. Eppure laggiù nessuno strepita contro l’invasione. E poi che dire delle menzogne sugli islamici, che per tutti i media rappresentano la quota più ampia dei profughi sbarcati qui da noi? La verità è che la maggior parte di quanti sono giunti nelle nostre coste sono cristiani».

Diceva tuttavia che arriveranno qui da noi tre milioni di persone. Possibile che in Europa si faccia finta di non sapere? 
«L’Europa è un continente ricco circondato da un giardino di infanzia, ossia i paesi africani del Mediterraneo e del Medio Oriente. É evidente che i popoli si muovano: polizia costiera o no, arriveranno lo stesso dove vogliono andare».

Eppure la logica prevalente è quella del ”Nimby”. Ognuno sbarra le porte della propria casa.
«É proprio questa la grande miopia di Bruxelles. Di fronte all’emergenza, che ancora ieri ha visto morire in mare venti bambini nell’Egeo, l’Europa dovrebbe pensare a un serio piano sui diritti e sui doveri dell’integrazione, piuttosto che a stratagemmi per respingere chi è disperato. Integrare due o tre milioni di persone è un problema, non un’invasione. Ma se non si ha il coraggio di affrontare una vera discussione su cosa dobbiamo dare e cosa dobbiamo pretendere da chi viene a bussare alla nostra porta in cerca d’aiuto e di un futuro, non ne verremo mai a capo».

Renzi, su questo e altri punti critici, ha battuto i pugni sul tavolo tedesco. Ha fatto bene?
«Si tratta di screzi da archiviare in fretta. Il 29 Merkel e il premier si chiariranno. Ci sono questioni assai più importanti sul tavolo». 

Da Libia e Siria giungono notizie nient’affatto esaltanti.
«L’impressione è in effetti che il piano di pace si sia incagliato nelle reciproche diffidenze di Tobruk e Tripoli. Per quanto riguarda Damasco, marca male anche laggiù. Al momento i guai maggiori non vengono però dalle divisioni tra sunniti e sciiti». 

Molti Stati europei avvertono l’arrivo dei migranti come una minaccia alla forza lavoro dei cittadini autoctoni. Un’obiezione fondata?
«Puri argomenti strumentali. La verità è nei numeri degli esperti. L’Europa subirà un calo demografico spaventoso. Si calcola che entro il 2050 avremo bisogno di 50 milioni di immigrati per sostenere il sistema di welfare e pensionistico attualmente vigente. Chi li fa nel Vecchio continente 50 milioni di figli nei prossimi trent’anni? Si può discutere di come integrarli, certo. Ma dei migranti, che ci piaccia o no, abbiamo un disperato bisogno».

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