La democrazia ha fatto il suo corso? Sfide e rischi del modello democratico nell’ultimo decennio

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A cura di No Peace Without Justice – Non c’è pace senza giustizia

 

Se la democrazia è stata l’idea politica di maggior successo partorita dal XX secolo, come dimostrarono, tra i tanti avvenimenti, il fenomeno di decolonizzazione e il crollo dell’Unione Sovietica, per il XXI secolo le sorti della democrazia sembrano essere cambiate. Sebbene circa il 40% della popolazione mondiale viva in paesi dove le libere ed eque elezioni sono la norma, il livello di attrazione del modello democratico non si è semplicemente fermato, ma è in costante diminuzione. Il problema non si limita al numero crescente di sistemi non democratici, ma si annida persino in molte democrazie nominali, dove i governi hanno intrapreso un graduale e silenzioso slittamento verso forme più autocratiche, mantenendo un’apparenza democratica attraverso le elezioni, ma senza i diritti e le istituzioni che costituiscono elementi altrettanto importanti per il funzionamento di un sistema democratico.

 

L’ultimo decennio in particolare, sotto la spinta della crisi finanziaria, ha visto la democrazia in forte difficoltà. Da 10 anni ormai, infatti, i diritti politici e le libertà civili sono protagonisti di un importante declino in tutto il mondo. La democrazia come accettata forma di governo dominante  non è mai stata così in pericolo come negli ultimi 25 anni. Nel corso dell’ultimo decennio, il numero dei paesi che hanno attraversato un restringimento delle libertà fondamentali è rimasto sempre più alto rispetto a quello dei paesi dove tali libertà sono sempre più garantite. Come si vede qui sotto, nel grafico fornito da Freedom House (Freedom in the World, Freedom House, 2016):

In questo grafico sono rappresentati in rosa i Paesi con un calo nelle libertà fondamentali, e in azzurro quelli in cui la garanzia di queste libertà è in crescita. Il periodo di tempo considerato è, appunto, il decennio dal 2006 al 2015.

 

Tra i principali fattori che hanno portato a questi dati vale la pena citare il modello di sviluppo cinese che sacrifica il rispetto dei diritti umani, la sfida lanciata da Putin ai valori liberali, l’ondata autoritaria in Medio Oriente e Nord Africa dopo la primavera araba e la diffusa repressione della società civile in seguito alle rivoluzioni colorate del 2003-2005. Anche l’ascesa di leader populisti in America Latina, la corruzione dilagante in molte aspiranti democrazie e la nascita di nuovi metodi più sofisticati di censura e controllo dell’informazione hanno contribuito ad un grave arresto della democratizzazione nel mondo (Freedom in the World, Freedom House, 2016).

Il grafico mostra che dopo anni di crescita dei paesi “free” (liberi), questi ultimi hanno subito un forte rallentamento. Il decennio 2005-2015 è stato il primo in cui si è registrato un calo in percentuale dei paesi liberi nel mondo (da 46% a 44%) con un parallelo ed equivalente aumento dei paesi non liberi (da 24% a 26%).  (Freedom in the World report, Freedom House, 2016)

 

L’ascesa del modello di sviluppo di Pechino ha infranto il monopolio del progresso economico che era stato fino ad oggi appannaggio del mondo democratico. Storicamente, oltre a garantire diritti e libertà, le democrazie si sono sempre dimostrate in grado di collocarsi al di sopra dei regimi non democratici in termini di ricchezza. Eppure, la crisi finanziaria del 2007-2008 ha portato alla luce le debolezze inerenti ai sistemi politici occidentali facendo loro perdere il monopolio del progresso economico. Secondo quanto mostra un rapporto del Pew Research Centre, sebbene il tasso di crescita economica della Cina stia diminuendo, il 77% della popolazione si ritiene più ricca di 5 anni fa ed è dunque soddisfatto della performance economica del proprio paese (Spring 2015 Global Attitudes Survey, PEW Research Center). La tendenza a prediligere una forte economia rispetto ad una buona democrazia è un fenomeno diffuso anche in altri paesi come la Russia:

Il grafico mostra in blu la percentuale di russi che danno la priorità ad una forte economia (“strong economy”) e in giallo coloro che ritengono che un efficiente sistema democratico (“good democracy”) sia più importante. È possibile che chi migliora la propria condizione economica sia portato ad essere soddisfatto a priori del proprio sistema democratico, senza badare allo stato di garanzia dei diritti e delle libertà civili (Global Attitudes & Trends, Chapter 3. Attitudes Toward Democracy, PEW Research Center, 2012).

 

Oggi il modello democratico non è messo in discussione solo in alcuni casi isolati , ma sembra soffrire di veri e propri problemi strutturali anche in Occidente, dove si sta rimettendo in gioco il senso più profondo della democrazia. Secondo quanto descritto in un saggio dell’Economist (The Economist, 2013), la democrazia in Occidente è minacciata da forze provenienti sia dall’alto che dal basso. Da un lato, la globalizzazione viene considerata un fattore che influisce profondamente sulle tradizionali dinamiche delle politiche nazionali, modificando ampiamente i contorni definiti nei quali la democrazia si è storicamente espressa. Dall’altro, la nascita di forze all’interno delle compagini statali e le loro rivendicazioni di potere spingono inevitabilmente il modello democratico ad adattarsi di continuo anche a stimoli provenienti dal basso. Eppure la più grande sfida che la democrazia deve affrontare arriva dall’elettorato stesso. I deficit strutturali delle democrazie occidentali hanno richiesto spesso sacrifici di austerità ad un elettorato che si è lasciato in larga parte attrarre dalla seduzione della retorica populista, con il risultato che molti elettori sono rimasti disillusi dalla democrazia.

Il grafico descrive l’andamento delle percentuali di affluenza alle urne nell’ultimo decennio nel mondo (in blu) e in Europa (in rosso). Nello specifico sono riportati i dati di affluenza alle elezioni parlamentari. Si può vedere come sia nel mondo che in Europa si sia registrato un calo, eppure nel vecchio continente questo fenomeno sembra essere più accentuato (da quasi il 68% del 2006 al 62% del 2015). (International Institute for Democratic and Electoral Assistance, Voter Turnout Analyser)

 

In Europa le istituzioni sono state spesso giudicate incapaci di gestire crisi di notevole portata come l’ondata di migranti provenienti dalla Siria e da altri paesi. La mancanza di una risposta pronta e coordinata a livello europeo è stata seguita da crescenti livelli di ostilità atteggiamenti xenofobi che sono aumentati con il susseguirsi degli attentati terroristici degli ultimi mesi, specialmente dopo quello del 13 novembre a Parigi.

 

Anche oltreoceano, negli Stati Uniti, la fiducia nelle istituzioni democratiche è compromessa dall’intricato rapporto che intercorre tra ricchi individui, interessi particolari e risultati elettorali. Secondo uno studio di due scienziati politici, Martin Gilens e Benjamin I. Page (2014), piccoli gruppi di interesse hanno maggiore influenza rispetto ai cittadini sulle politiche del governo americano, le quali rispecchiano sempre più i desideri delle élite economiche e sempre meno quelli dei cittadini. Più tali élite si sentono minacciate dal sistema democratico, più queste ci investono per influenzare i risultati elettorali attraverso pressioni sulle forze legislative e il finanziamento di campagne. Ne segue una perdita di legittimità della democrazia agli occhi dei cittadini che, consapevoli di queste dinamiche, si sentono ignorati dalle istituzioni e giungono alla conclusione che negli Stati Uniti non è la maggioranza a governare. Anche l’illecita alterazione delle circoscrizioni elettorali, diffuso fenomeno meglio noto come gerrymandering, spinge i cittadini a non vedere più il proprio paese come un paese democratico. Per non parlare dell’attualità che ci riporta notizie di gravi casi di violenze commesse dalla polizia e rimaste impunite, di crescenti divisioni etniche e razziali e di notevoli diseguaglianze economiche.

 

È lecito quindi domandarsi se oggi il modello democratico, che inizia a perdere legittimità anche nelle democrazie più consolidate, quelle occidentali, sia ancora un modello di governo e di sviluppo valido per i paesi emergenti e in via di sviluppo. Il grafico che segue sembra fornire una risposta negativa.

Il grafico riporta il numero delle democrazie elettorali dal 1989 al 2014. Si noti come il tasso di democratizzazione sia notevolmente rallentato sin dalla prima metà degli anni novanta (Freedom in the World report, Freedom House, 2015), spingendo a credere che la democrazia abbia perso il suo fascino storico nei confronti dei paesi alla ricerca di una stabile e produttiva forma di organizzazione della società civile.

 

Il futuro del modello democratico nel mondo è incerto. Sebbene la storia moderna non abbia mai visto una democrazia consolidata crollare, ciò non vuol dire che ci si può permettere il lusso di ignorare i vari segnali d’allarme. Sia dall’interno che dall’esterno la forma di governo democratica subisce pressioni tali da richiedere una reazione. La particolarità (e al tempo stesso la pericolosità) del momento che stiamo vivendo consiste nella fine dell’associazione del concetto di democrazia a quello di ricchezza: per la prima volta ingenti numeri di cittadini in diversi paesi democratici si ritrovano a vivere l’ennesimo anno privo di miglioramenti del loro tenore di vita. Presumere che il modello democratico sia capace di resistere in eterno a qualsiasi minaccia potrebbe voler dire mettere a rischio la sua stessa stabilità.

Bibliografia:

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