Governo dei flussi migratori

Sconfiggere la grande bugia  

Le evidenze emerse dal dossier Governance delle politiche migratorie tra lavoro e inclusione sociale

(Leggi la versione sintetica del dossier – Leggi anche “Tutto quello che sai sugli immigrati è falso. Piccolo prontuario per un racconto (finalmente) veritiero sull’immigrazione)

Immigrati: in Italia solo l’8,2% della popolazione e sono decisivi per compensare la flessione degli italiani

Su 500 milioni di europei dell’Unione, solo il 6,9% è costituito da immigrati: la quota di stranieri varia dal 45,9% del Lussemburgo allo 0,3% della Polonia, mentre l’Italia con una quota dell’8,2% è allineata agli altri grandi paesi europei come la Germania (9,3%), il Regno Unito (8,4%) e la Francia (6,6%). Nel nostro Paese l’aumento significativo degli immigrati nel corso dell’ultimo decennio ha controbilanciato la flessione degli italiani, consentendo il mantenimento del livello complessivo della popolazione.

Meno pagati, più poveri, poco istruiti, ma fanno crescere il PIL (100 miliardi l’anno)

Una quota maggiore di immigrati è occupata rispetto a quella degli italiani, ma i loro stipendi sono inferiori a quelli dei nativi e decrescono nel tempo: il 48% è a rischio povertà. Gli immigrati sono meno istruiti e a loro sono riservate quasi esclusivamente le mansioni meno qualificate e meno retribuite rifiutate dagli italiani (3D jobs: dirty, dangerous, demanding), ma il loro contributo alla crescita della ricchezza nazionale è considerevole (quasi 8 punti di PIL, 100 miliardi l’anno).

Rallenta la crescita degli immigrati: da 515 mila del 2007 a 250 mila del 2015

Diminuisce il flusso annuo d’immigrati in Italia, da 512 mila ingressi del 2007 a 250 mila del 2015, anche a causa della crisi economica: è finito un ciclo e che si stia andando verso un modello di immigrazione più maturo con il consolidamento delle comunità di migranti esistenti (negli ultimi anni prevalgono gli arrivi per ricongiungimento, su quelli per lavoro). Ma l’Italia sta diventando, con la chiusura dei confini degli altri paesi europei, sempre meno paese di transito e sempre più residenza finale dei richiedenti asilo, ma mancano completamente le strutture per la loro integrazione attraverso il lavoro.

Per mantenere l’attuale livello della popolazione italiana in età lavorativa serve un flusso aggiuntivo di 157 mila immigrati l’anno

Per mantenere sostanzialmente inalterata la popolazione italiana dei 15-64enni nel prossimo decennio, dal momento che gli italiani diminuiranno dal 2015 al 2025 di 1,8 milioni di unità, è necessario un aumento degli immigrati di circa 1,6 milioni di persone, con un flusso d’ingressi annui di 158 mila stranieri nel 2020 e di 132 mila nel 2025 (157 mila in media ogni anno). È questo il fabbisogno d’immigrati dell’Italia, indispensabile per compensare la riduzione della popolazione italiana in età lavorativa causata dalla diminuzione delle nascite, e per salvaguardare l’attuale forza di lavoro indispensabile per garantire l’attuale capacità produttiva del Paese e per rendere sostenibile il sistema previdenziale.

Asilo: respinto in Italia oltre il 60% delle domande, rischio irregolarità per almeno 100 mila immigrati

Con un aumento del numero delle domande di protezione e un tasso di non riconoscimento che è giunto, nei primi sei mesi del 2016, al 60% è altissimo il rischio che decine di migliaia di persone non lascino il nostro paese, ma vi rimangano pur impossibilitati a svolgere una regolare attività lavorativa, destinati al lavoro nero e allo sfruttamento.

 

Le proposte di Radicali italiani  

(Vai allo schema delle proposte)

Deve essere superato l’impianto della legge Bossi-Fini, eliminando tutti quegli elementi che hanno in questi anni, da un lato, penalizzato quanti hanno scelto di stabilirsi nel nostro Paese e dall’altro hanno permesso il perpetrarsi di situazioni di irregolarità e sfruttamento. Devono essere previsti meccanismi diversificati di ingresso per lavoro, a partire dall’introduzione di un permesso di soggiorno temporaneo per ricerca di occupazione attraverso attività d’intermediazione pubbliche e private tra datori di lavoro italiani e lavoratori stranieri e dalla reintroduzione del sistema dello sponsor. Verrebbe meno così la necessità di fissare quote d’ingresso poiché sarebbe il mercato a stabilire l’effettiva necessità di lavoratori stranieri in base alla domanda, come del resto avviene in altri stati europei.

E ancora, vanno introdotte forme di regolarizzazione su base individuale degli stranieri irregolari, nel caso sia dimostrabile l’esistenza in Italia di un’attività lavorativa, di legami familiari, sulla modello spagnolo del “radicamento”.

È indispensabile che i centri d’accoglienza migliorino la qualità dei loro servizi e siano monitorati costantemente. Soprattutto siano interfacciati strutturalmente con i servizi pubblici e privati per il lavoro (centri per l’impiego, agenzie private per il lavoro, onlus). Ciò non sarà possibile senza un significativo rafforzamento numerico e qualitativo – anche attraverso servizi dedicati all’immigrazione – dei Centri per l’impiego, finanziato con i fondi strutturali europei, in modo che siano in grado di erogare con efficacia servizi di formazione professionale e avviamento lavorativo.

Al fine di costruire canali legali e sicuri d’arrivo in Europa, si propone di implementare i programmi di reinsediamento, favorire la creazione di corridoi umanitari attraverso la concessione di un visto umanitario (art. 25 del regolamento europeo sui visti) anche con l’intermediazione di organizzazioni ed enti privati (sponsorship) e permettere a persone con evidente bisogno di protezione internazionale la presentazione di domande d’asilo nei paesi limitrofi alle aree di crisi, attraverso la rete del Servizio europeo per l’azione esterna e le singole rappresentanze diplomatiche degli Stati membri. Per quanti giungono nel territorio europeo e chiedono protezione, va determinato lo Stato membro competente per l’esame della domanda tenendo conto innanzitutto delle esigenze familiari o umanitarie del richiedente asilo e va garantito il ricorso al rispetto del principio dell’unità familiare e delle clausole discrezionali del regolamento di Dublino.

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