Se non ci fossero, dovremmo andare a prenderceli – Emma Bonino su Left

Di Ilaria Bonaccorsi, su Left in edicola n. 4/2017

È dura. Come sempre, e non ci gira intorno. È stanca? No. È sempre lì, questa la sorpresa ogni volta, e combatte. Qualche giorno fa, l’ex ministro degli Esteri Emma Bonino, insieme ai Radicali italiani ha organizzato un convegno, “Come vincere la sfida dell’immigrazione?”: perché è ora «di superare la logica della Bossi-Fini», una legge vecchia di quindici anni che ragiona per «rimpatri e accordi bilaterali» in un mondo che non è più quello. «Occorre scendere per strada e iniziare a dire la verità», dice. Sembra uno slogan ma non lo è. La pasionaria Bonino ha lanciato la mobilitazione per una Legge di iniziativa popolare che superi il vecchio impianto della Bossi-Fini e il racconto falso di una continua emergenza a cui far fronte respingendo i migranti, «tappandoli in Africa o costruendo muri e muretti». «Mentre invasione non è, ci servono». Bisogna cambiare il racconto e lavorare seriamente sull’integrazione.

Emma, che sta succedendo a Belgrado? Sono giorni che vediamo immagini terribili, migliaia di persone fare la fila al freddo e al gelo per un tozzo di pane…

Sì, sono stati fatti paragoni col ’43 e nel frattempo, non dimentichiamolo, ne sono affogati qualche centinaio nel Mediterraneo. Il punto rimane sempre lo stesso. Solo in questi primi venti giorni del 2017 sono sbarcate (salvate o non salvate) 2.800 persone, esattamente il doppio dell’anno scorso nello stesso periodo. E continuerà, questo è evidente, nonostante il periodo invernale. In più in Libia, come si sa, sono “tappati” (letteralmente tappati) in condizioni terribili di stupri e violenze più di 260mila, se non 300mila rifugiati provenienti da vari Paesi africani. La situazione è questa e, foto o non foto, ogni giorno che passa, si conferma il dato tra rifugiati e migranti. E l’unica cosa che viene in mente all’Europa è di tapparli da qualche parte. Bisogna poi tener conto che su dieci africani in mobilità solo uno tenta la strada europea, gli altri si muovono all’interno del continente, già fragili di loro, con conseguenze che si vedranno, forse, tra qualche anno.

«Usciamo per strada con una legge di iniziativa popolare per cambiare racconto sull’immigrazione», hai dichiarato così in occasione dell’incontro al Senato, dove hai lanciato con i Radicali Italiani la proposta di una mobilitazione nazionale su una Legge d’iniziativa popolare di riforma della Bossi-Fini…

Ho detto sostanzialmente che è inutile che ci riuniamo tra “già convinti”, e che quello che serve e che finora non c’è stato è una risposta coraggiosa ai vari stereotipi e bufale e menzogne che sono state rovesciate, senza mai un contraltare autorevole, sull’opinione pubblica italiana. In giro ci sono stereotipi di tutti i tipi: è un’invasione, ci rubano il lavoro, pesano sul bilancio dello Stato… tutte falsità. Su cui nessuno ha reagito molto, neanche dicendo banalmente che il declino demografico del nostro Paese – come quello della Spagna, del Portogallo, della Germania e della Bulgaria – fa sì che, per esempio, in Italia per mantenere un equilibrio tra forza lavoro e pensionati servirebbero 160mila nuove forze ogni anno per i prossimi dieci anni. Perché siamo un Paese e un continente che diventa sempre più vecchio. Per cui se non si dicono queste verità e invece continua a girare la voce che “ci rubano le pensioni”, oltre a salvare le persone, a fare il meglio che si può, a garantire assistenza a chi riesce ad arrivare, non cambierà mai nulla. Dobbiamo invece dare una risposta coraggiosa, dire delle verità anche scomode e proporre una politica che certamente di questi tempi non va per la maggiore, quella che porta a una necessaria integrazione. Perché, ripeto, a parte i valori, noi ne abbiamo bisogno. Questa sarebbe una politica – e devo dire che capita raramente – in cui gli interessi nazionali coincidono con i valori. Quindi, in teoria dovrebbe essere facilissimo portarla avanti, perché succede davvero di rado che gli interessi coincidano con i valori. Questa è una di quelle rare volte. Eppure non accade.

Due voci sono al centro della vostra proposta di Legge d’iniziativa popolare: un nuovo racconto del fenomeno migratorio e la costruzione dell’integrazione. Però al momento va per la maggiore, sia in politica che sui media, dire “l’integrazione non ha funzionato, rimandiamoli tutti a casa loro”…

Veramente l’integrazione non l’ha tentata mai nessuno, tantomeno in Italia. Ci sta provando la Germania con una legge piuttosto rigorosa ma molto chiara su diritti e doveri, e da questo punto di vista Merkel ha dimostrato una tenuta notevole perché sa e vuole far coincidere gli interessi con i valori: la Germania ne ha bisogno perché è in declino demografico.

Come facciamo allora a rovesciare il racconto?

Dobbiamo uscire per strada, anche sui media (se ci invitassero!), e cercare un dialogo sincero. Può piacere o non piacere, ma la verità è questa. Per questo stiamo concludendo la proposta di una Lip confrontandoci anche con le altre organizzazioni e i sindaci. È di fatto un superamento della Bossi-Fini, prende spunto dalle esperienze dei vari sindaci che si sono aperti allo Sprar (Servizio di protezione dei richiedenti asilo e rifugiati), un’accoglienza diffusa sul territorio e a piccoli gruppi. Rimane il fatto incontestabile che se non si supera la Bossi-Fini, i sindaci non possono violare la legge. Noi abbiamo 500mila irregolari, che ad oggi sono impediti dal fare un lavoro regolare. La stragrande maggioranza lavora in nero con tutte le conseguenze che comporta, dallo sfruttamento alla violenza. Nonostante la Bossi-Fini avesse previsto delle sanatorie (l’ultima nel 2012, di 700mila persone), non c’è nulla che faccia emergere il nero, come ha detto il prefetto Morcone al convegno. In Italia sono respinte oltre il 60% delle richieste d’asilo e una volta respinte non è che le persone tornano a casa loro, rimangono qui ma in una condizione irregolare. Non dobbiamo combattere gli irregolari ma l’irregolarità.

Eppure anche questo governo e questo nuovo ministro degli Interni, Minniti, continuano a parlare di rimpatri e di accordi bilaterali con i Paesi di provenienza dei migranti. Questo non aiuta a cambiare il “racconto”.

Il ministro non ha ancora spiegato bene il suo piano, anche nella riunione Stato-Regioni non ci sono state le audizioni, per cui aspetto che ci comunichi i dettagli. L’unica cosa di cui ha parlato è l’apertura di nuovi Cie più piccoli. Quello che so per certo è che i quattro Cie esistenti oggi in Italia certo non hanno dato buona prova, per essere gentili. Per il resto, noi abbiamo quattro accordi di rimpatri con Tunisia, Marocco, Senegal e Nigeria. Poi c’è una cooperazione molto discussa con il Sudan. Minniti ha fatto un giro in Libia per vedere se poteva chiudere un accordo con loro, dove appunto sono “tappate” 300mila persone. Ma a Tripoli non c’è un governo per cui non so bene con chi abbia parlato né credo funzionerà. Se il suo obiettivo, avevo sentito dire, era di rimpatriare 20mila persone, faccio solo presente che gli irregolari sono 500mila. Quindi ammesso anche che funzioni, ammesso che si rispettino i diritti umani (mi auguro…), l’obiettivo è di 20mila rimpatri, ne rimangono fuori 480mila. In aumento, peraltro, perché continuano ad arrivare e ad ingrossare questo esercito di irregolari. Che vogliamo fare? Sarebbe molto “razionale”, oltreché aderente ai valori universali, una politica di integrazione. Questa ad oggi non c’è, e noi proviamo a spingere perché si realizzi. Proviamo anche a togliere tutti gli stereotipi pericolosi – respingimenti, “lasciamoli annegare nel Mediterraneo” – con cui non si va da nessuna parte.

Per questo proponete una legge di iniziativa popolare?

Questa proposta non è solo dei radicali ma anche dei sindaci e di tutto il terzo settore di Milano. È nata dopo lunghe consultazioni e la sostiene chi sul terreno affronta il problema da tempo.

Nella vostra proposta, il lavoro sembra la chiave centrale per produrre integrazione. Parlate di sportelli ad hoc e di quote.

Ci sono tante possibilità, certo uno dei problemi più grandi è l’inadeguatezza dei nostri centri per l’impiego. Sia per gli italiani che per gli stranieri, i centri regionali per l’impiego sono sottodimensionati. Tanto per farti capire: i centri per l’impiego in Inghilterra hanno al loro attivo 78mila operatori, i nostri 9mila. I 78mila operatori inglesi, che ovviamente costano circa 6 miliardi di stipendi, sono molto efficaci, trovano lavoro entro 6 mesi e il costo del sussidio ai disoccupati è sceso a 5 miliardi. In sintesi, loro hanno 78mila operatori, pagano 6 miliardi di stipendi e 5 miliardi di sussidi. Noi abbiamo 9mila operatori, paghiamo 500milioni di stipendi, peccato però che paghiamo 25 miliardi di sussidi.

Questo a chi o a che cosa giova?

Non lo so, perché i centri per l’impiego valgono anche per gli italiani che cercano lavoro. Sono i centri che, se potenziati, evitano la guerra tra poveri. Anche perché non sono limitati a migranti o rifugiati, ma sono aperti a tutti. Questa non è una strada miracolosa ma è una delle vie da seguire. L’altra è l’emersione del nero. Il problema è mettersi nell’ottica che questa non è un’emergenza, che non li possiamo affogare tutti nel Mediterraneo né li possiamo “tappare” per sempre in Africa, perché ne abbiamo bisogno. Tra un po’ dovremo andare a cercarli. Per giunta la normativa che regge tutta questa vicenda risale a 15 anni fa. Nel frattempo il mondo è cambiato, sarebbe bene che ci dessimo una regolata anche noi.

Ma perché a livello europeo non si cambia il regolamento Dublino?

Sai che i trattati europei si modificano all’unanimità e come è del tutto evidente questa unanimità in Europa non c’è. Tant’è che hanno creato muri e chiuso le frontiere dappertutto. Non c’è la volonta politica di cambiare Dublino.

Quindi, come fare un passo in avanti?

Veramente noi siamo un passo indietro, dovremmo capire chi arriva, dovremmo metterci in ascolto e dovremmo imparare le cifre che riguardano noi. Studiare non è un reato.

Sì, ho capito, ma la storia dell’invasione come la cambi?

Con una leadership politica che dice, rischiando tutto quello che deve rischiare, guarda Merkel, “io le porte non le chiudo”.

Merkel però rischia di perdere le prossime politiche per queste sue posizioni…

Ne dubito. La gente una volta che è correttamente informata poi convive con il fenomeno. Tutti noi ci viviamo con queste persone, ci facciamo assistere da loro, le impieghiamo… Il problema semmai è che bisogna avere la volontà politica di cambiare questa realtà e io ai giovani che mi chiedono cosa possono fare rispondo sempre: innanzitutto puoi studiare, così diventi un po’ più resistente alle bufale dei vari Le Pen, Salvini…

Mi preoccupano di più quelli che non chiedono nulla, i vari Salvini d’Italia.

Ho capito anche io, ma se nessuno – siccome è impopolare, siccome si perdono le elezioni che tanto si perdono comunque -, reagisce in modo autorevole a livello politico, è difficile cambiare. Pensiamo invece alla nostra storia, ci sono molti modi. Anche all’inizio della cam-
pagna sul divorzio, come sull’aborto, siamo stati travolti da slogan del tipo “uccidete la famiglia”… Ci abbiamo messo un po’ di anni, ma ci siamo arrivati. Insomma, bisogna dire alla gente di pretendere dai leader politici che comincino a dire la verità. Sarà impopolare, ma non c’è altra partenza possibile che il coraggio di dire la verità. Che peraltro i cittadini già sanno, perché gli italiani non sono razzisti, semmai non sopportano il disordine e hanno una certa idiosincrasia nei confronti della povertà… Se nella notte vai nelle stazioni, le comunità di diseredati sono piene di italiani, migranti, e spesso solidarizzano tra di loro. Sono tantissimi gli anziani italiani che dormono al freddo, solo che in noi scatta una certa rimozione della povertà. Invece se arriva lo “sceicco” musulmano con tanto di concubine, gli stendiamo il tappeto rosso.

E tu dici che se i politici abbracciassero quello che chiami “il coraggio della verità”, agli italiani passerebbe la paura?

Esattamente. Io non voglio più sentire parlare di invasione, di emergenza, ma di un fenomeno destinato a vivere con noi dal momento che siamo il continente più ricco al mondo che sta progressivamente invecchiando e che ha un giardino d’infanzia a meno di 300 km di distanza. Il movimento dei popoli poi è sempre stato globale, pensiamo ai 20milioni di italiani che si sono spostati tra le due guerre. Per cui non è che non si può fare o non si può governare. Si deve.

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