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Relazione Commissione economia, I sessione: Politiche per la crescita economica e per il progressivo rientro dal debito pubblico

Soldi, manovra economica

Nei lavori di Commissione è stato analizzato il Caso Italia, fatto di un Capitalismo inquinato e di un utilizzo politico clientelare della spesa pubblica, che rappresentano i fenomeni che costituiscono le fonti di una società ingiusta, che “garantisce” un’economia in declino e che è fonte di squilibri e privilegi. Un sistema così fatto, basato su regole inefficienti, conduce inevitabilmente anche alla continua espansione del debito pubblico.

Analogie in tal senso, negli ultimi anni sono emerse a livello transnazionale e internazionale, analogie riprese in conclusione di questa relazione.

Il tema della crescita economica, della competitività del nostro sistema produttivo, la necessità di una riforma del sistema del welfare,  assieme al problema generato dall’abnorme debito pubblico, sono le cause di un mancato progresso della società nel suo complesso.

Queste sono, a nostro avviso, le priorità da affrontare per garantire libertà e democrazia effettiva, anziché formale.

Le nostre proposte di riforma degli assetti industriali, sindacali, fiscali finanziari, ci appaiono come l’unica strategia politica capace di incardinare l’alternativa liberale e riformatrice sempre più minacciata dalle spinte ribellistiche e dalle pulsioni giacobine che si affacciano sulla scena politica.

Com’è naturale, la stagnazione economica in atto si ripercuote negativamente sulle principali grandezze macro-economiche e sulle grandezze obiettivo di finanza pubblica, segnando il progressivo e inevitabile peggioramento della dinamica del debito pubblico, dell’occupazione, dei profitti delle imprese e quindi del reddito disponibile delle famiglie.

E’ stato fatto un costante riferimento al rapporto che intercorre tra regole, istituzioni, funzionamento dei mercati e opportunità per i cittadini.

Il debito pubblico è la conseguenza di un dissennato utilizzo politico clientelare della spesa pubblica che ha sterilizzato il paese, ormai incapace di produrre nuova ricchezza e destinato a consumare le riserve accumulate nel passato e ad ipotecando  il nostro futuro. Centrale nei lavori è stata l’illustrazione della proposta di modifica dell’articolo 81 della Costituzione che prevede un pareggio strutturale di bilancio, pareggio che non sia artificio meramente contabile come nel caso del pareggio nominale, prevedendo cioè  la possibilità di deficit in caso di necessità indotta dal ciclo economico o da eventi imprevisti e straordinari, in cui sono necessari investimenti pubblici, purché sia sempre accompagnato, sin dall’inizio, da un piano pluriennale di rientro. Accanto a ciò è stata prevista la necessità di modificare le procedure di bilancio, rendendole chiare, concentrate nel tempo ed in un solo documento, quindi comprensibili e controllabili da parlamentari e cittadini.

Si è poi fatta una considerazione tecnica: il problema del debito è anche un problema di conoscenza dei funzionari pubblici che devono supportare le scelte dei politici.

E’ stato quindi proposto un nuovo organo, il Consiglio di stabilità, una sorta di Fiscal council, che monitori costantemente l’andamento della finanza pubblica, consentendo a Governo e Parlamento di apportare gli opportuni aggiustamenti in corsa per prevenire i disavanzi di bilancio.

Tra le tante cause del debito pubblico, una su cui non ci si sofferma mai abbastanza e che è stata considerata è la seguente: i sistemi elettorali proporzionali tendono a generare elevati trend di spesa e scarsa efficienza decisionale delle istituzioni rappresentative, rafforzando ulteriormente i nostri argomenti a favore dell’adozione di un sistema elettorale maggioritario, precondizione necessaria per creare quelle maggioranze parlamentari che possano ambire alla realizzazione delle riforme necessarie alla crescita economica, quindi al rientro dal debito. In tutto questo, il sistema elettorale proporzionale ha prima prodotto il debito e poi impedito le riforme necessarie per il rientro dello stesso. A ciò si associa il persistente conflitto di interessitra politica ed economia, tra banche e industria, tra banche e finanza, male antico e mai sanato.

Si è preso atto di uno slittamento sempre più ampio della regia del controllo della “politica” sul mercato, che si trasferisce sempre più dallo Stato centrale agli enti locali. A questo scopo, gli strumenti in mano agli enti locali sono principalmente le società controllate e le fondazioni bancarie. Con i partiti che nominano o controllano i loro vertici.

Essi, infatti, esercitano un controllo diretto o indiretto su un’ampia serie di attività economiche, assai più estesa del settore pubblico “ufficiale”,  quello giuridicamente riconosciuto.

Gli enti locali hanno quasi abbandonato la missione per la quale sono nati, quella rappresentativa, assumendo un doppio ruolo di imprenditore e operatore finanziario.

Inoltre, attraverso il controllo sulle grandi società partecipate, che a loro volta con un meccanismo di scatole cinesi ne controllano decine d’altre, l’istituzione locale finisce per operare in un ambito economico che va ben oltre la comunità di riferimento.

Ad esempio, un elettore di Milano, determinando la politica economico-energetica di A2A, municipalizzata che fornisce energia in gran parte dell’Italia, impedisce un controllo a tutti gli elettori che non siano milanesi. La mancanza di controllo equivale ad una mancanza di democrazia, che ha come conseguenza la potenziale corruttibilità del sistema.

A proposito dell’esperienza in consiglio regionale del Lazio, è stata affermata con forza l’endemica presenza di un sistema collusivo tra politica, amministrazione ed impresa che ha reso di fatto impossibile qualsiasi alternativa al sistema. Esso si perpetuerà qualsiasi sia il colore politico di chi governerà in futuro il Lazio, potere sempre basato su controllo di società regionali.

Dal dibattito è emersa l’esistenza di un modello di potere che ha come perno il sistema delle cooperative, le quali hanno fagocitato molte PMI grazie a aiuti e prebende che di fatto le rendono monopoliste assolute del mercato. Esse possono, grazie alla propria capacità di produrre a prezzi a prezzo inferiore a quelli di mercato, anche col ricorso al facile accesso al credito, sono in parte causa del fallimento delle concorrenti aziende private. Ciò favorisce oggettivamente un’evasione fiscale che dovrebbe invece essere assolutamente contrastata dell’intero sistema Paese.

In Italia la politica garantisce le corporazioni in ogni settore della società civile: un altro tipico esempio sono le baronie universitarie. A questo proposito, è stata evidenziata la necessità della riforma universitaria per garantire l’economia della conoscenza.

Serve un’università meno burocratizzata per ottenere un sistema che sia contemporaneamente meritocratico ed equo: è necessario innanzitutto abolire il valore legale dei titoli di studio, a cui far seguire una libera imposizione delle tasse universitarie da parte degli atenei, e l’introduzione di un sistema credibile di prestiti d’onore agli studenti capaci, ma senza risorse economiche sufficienti.

Solo a titolo di esempio l’attenzione che la “politica” destina all’Università è la seguente: poiché il criterio di finanziamento della ricerca è basato sulla domanda e non sull’offerta di istruzione, alla fine i tagli maggiori alla ricerca li ha subiti il corso di ingegneria informatica, che è stato soppresso in molte università, poiché attrae pochi iscritti.

Inoltre, è necessario avere un collegamento costante col mondo del lavoro, in grado di formare i futuri lavoratori, dirigenti, professionisti, che sfoci nel superamento degli ordini professionali e di ogni possibile corporazione o cartello.

E’ evidente che se non si inverte questa tendenza l’Italia sarà sempre più marginale nel mercato della conoscenza, precludendosi una grande possibilità di sviluppo economico.

Dal dibattito è emerso un dato inquietante: la stessa riforma della scuola secondaria ha prodotto sacche di corruttela. In Sicilia, il Tar ha dichiarato illegittime le nomine di 500 dirigenti scolastici assurti al ruolo per cooptazione e non per concorso, cioè in violazione dell’articolo 97 della Costituzione.

L’Italia ha bisogno di informazione per fare riforme eque e condivise, che siano conosciute da tutti per evitare che la paura dell’ignoto impedisca la loro realizzazione soprattutto per quanto riguarda il sistema degli ammortizzatori sociali, la disciplina del diritto del lavoro, il sistema delle relazioni industriali.

Si deve realizzare di un nuovo sistema di welfare a garanzia di tutti i cittadini, un nuovo sistema che sappia assicurare continuità delle tutele sociali e dei percorsi professionali e lavorativi . Ciò deve costituire una priorità se si vuole il cambiamento nell’equità.

A questo proposito, a partire dalla necessaria introduzione di un sistema di welfare to work e di tutele particolari per donne e giovani, il dibattito si è incentrato sui c.d. contributi silenti. Come accadde per la battaglia per il divorzio, che permise la complessiva riforma del diritto di famiglia, allo stesso modo la campagna sui silenti può essere l’elemento scatenante per evidenziare le contraddizioni dell’intero sistema previdenziale, aprendo la discussione sulla necessità di riforma. Per quanto riguarda il diritto del lavoro, analoga importanza ha assunto la proposta di moratoria dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per la libertà di assumere.

Si tratta di un esperimento triennale, che propone di innalzare da 15 a 30 la soglia dei lavoratori che divide in due parti il mercato del lavoro, per stimolare nuove assunzioni. Poiché su questo tema ci si contrappone su convinzioni aprioristiche, noi vogliamo fare una prova sul campo con un monitoraggio annuale di cui verrà informato il  Parlamento e il Paese. Ciò al fine di verificare se la nuova regola giuridica è in grado di incrementare, come auspichiamo, l’occupazione, se fa crescere la dimensione della piccola impresa, con un aumento della competitività complessiva del sistema.

Per incrementare la competitività del sistema produttivo è stata ricordata la nostraproposta di modifica dell’articolo 41 della Costituzione, che prevede l’introduzione del principio della concorrenza in Costituzione per evitare ingiusti arricchimenti a favore di monopoli o cartelli di imprese.

Un dato impressionante è emerso nel corso dei lavori: le piccole imprese, che rappresentano il 94% del sistema produttivo nazionale, giungono a pagare per tasse e imposte sino al 68% del proprio fatturato. Per una questione di giustizia e di rispetto del principio dello Stato di diritto, è necessario “impedire che escano ingiustamente dal mercato”, con misure necessarie per impedirne il fallimento, proseguendo nella campagna politico-parlamentare relativa alla proposta di legge relativa al ritardo nei pagamenti alle imprese da parte della PA e delle grandi imprese che le utilizzano come banche, a cui affiancare la nuova proposta di legge relativa all’iva per cassa, evitando cioè di far pagare agli imprenditori l’iva fatturata, anche se l’incasso per i servizi o i beni resi non è ancora avvenuto. A ciò aggiungendo al danno le beffe.

Grande attenzione dei partecipanti ha destato l’analisi relativa alle comparazione fatta tra cause del capitalismo inquinato italiano e cause del capitalismo inquinato dalla finanzia globale. Le connessioni emerse dal dibattito sono le seguenti: esiste una commistione tra politica e finanza privata che trova livelli sovranazionali di composizione degli interessi comuni. Nello specifico, si è evidenziato in termini analitici, la sinergia esistente tra sistemi monetari occidentali basati sul debito (pubblico e privato) e livello della spesa pubblica. Oltre a ciò si è notata la  distorsione prodotta nell’allocazione ottimale dei capitali pubblici e privati che ha generato bolle speculative come ad esempio nel 2000 quella relativa l’internet economy, o nel 2007 quella immobiliare, mentre si sottocapitalizzano settori bisognosi di maggiori investimenti come in quello dell’agricoltura, dell’energia alternativa, e dell’industria manifatturiera in genere.

A tal proposito, ci si è soffermati sul ruolo della moneta, così come concepita e “prodotta” negli attuali sistemi “democratici” occidentali: essa è parte nella realizzazione di tali distorsioni. Ciò è stato reso possibile da una connivenza tra la politica bisognosa di creare debito pubblico per garantire diritti, quindi consenso elettorale, e oligarchia finanziaria che ha perseguito l’obiettivo di una espansione smisurata della massa monetaria in circolazione garantita da un sistema basato sulla continua espansione dei debiti pubblici e privati, anziché sul risparmio necessario a finanziare l’industria manifatturiera. La finanza dovrebbe essere strumento ausiliare alla produzione economico-industriale, mentre è divenuta un potere autoreferenziale scollegato dalla realtà economica.

Tutto ciò ci ha condotti all’attuale crisi che è innanzitutto finanziaria, e solo di riflesso economica, che ha reso manifesta l’insostenibilità del meccanismo basato su produzione di moneta e debito pubblico e privato, rendendo evidente una situazione di insolvenza sistemica.

Preso atto di ciò tre sono le possibili vie di fuga: a)una iperinflazione, b) una serie di manovre recessive che si dovranno attuare per almeno un decennio, con tutte le conseguenze in termini di giustizia e stabilità sociale, oppure c)il default controllato dei debiti sovrani.

Tra tutte, in termini di costi sociali complessivi, riteniamo che l’ipotesi di default controllato di debiti sovrani sia quella meno dannosa per tutte le parti in causa.

Ovviamente un’ipotesi del genere, al fine di evitare pratiche speculative al limite della legalità, non può che essere realizzata in maniera concordata tra tutti gli Stati coinvolti, sia in veste di debitori che come creditori, concordata anche con  Banche Centrali e le Istituzioni Finanziarie Private, nelle sedi istituzionali esistenti come FMI, ONU, Banca dei Regolamenti Internazionali. Nelle stesse sedi andranno prese le misure opportune ad evitare nell’immediato che tale soluzione comporti delle conseguenze negative a livello sistemico. Inoltre, sempre nelle stesse sedi, è necessario, a nostra avviso, riformare il sistema monetario internazionale.

La nostra preoccupazione in merito al problema del debito e della moneta è relativo, innanzitutto, al deficit di democrazia e di libertà individuali che questi può determinare se non governati. 

Lo stesso euro è stato definito moneta al di fuori delle regole Ue poiché sono salatati tutti i parametri relativi a deficit annuale(3%) debito complessivo (60%) e inflazione(2%).

Da più parti è venuto l’invito a proseguire questa analisi e ricerca al congresso del Partito Radicale nonviolento, transnazionale, transpartito, che si svolgerà a Roma dall’8 all’11 dicembre, perché individuata come sede più adeguata per trasformare queste riflessioni in proposte di azione politica.

Apparentemente al di fuori dal comune sentire, dal dibattito seguente le relazioni è stata avanzata anche una proposta di sostituzione della moneta cartacea, con la moneta elettronica e la proposta di un “no cash day”

Oltre a quanto sopra detto in termini di proposte concrete da perseguire e realizzare, tre sono le priorità su cui il movimento potrebbe concentrarsi il prossimo anno, a causa dell’urgenza e della quasi totale mancanza di proposte politiche su questi argomenti.

1) Liberalizzazione della rappresentanza sindacale, quale presupposto per

l'efficienza del sistema di relazioni industriali.

Sino a quando non si garantirà a tutti i sindacati la rappresentatività fondata sull’effettivo consenso e non su una presupposta maggiore rappresentatività non si potrà mai avere una capacità di rispondere effettivamente alle necessità dei lavoratori, non si riuscirà mai a realizzare un’efficiente contrattazione di secondo livello, ormai da tutti considerata fondamentale. La vicenda di Marchionne, che qui non valutiamo nel merito, ha però avuto il pregio di far emergere la rinnovata volontà di sindacati e Confindustria nel tutelare loro stessi e non i lavoratori, grazie al metodo concertativo.

Siamo per una piena libertà sindacale, per una piena attuazione dell’artico 39 della Costituzione come precondizione per un’effettiva ed efficace tutela dei lavoratori, di tutti i lavoratori. I referendum della Fiat sono un dato su cui riflettere.

2) Liberalizzazione dell'ordinamento bancario e finanziario italiano come presupposto per un sentiero di ricapitalizzazione dell'impresa italiana da sempre sottocapitalizzata.

 

Il sistema bancario protetto e non competitivo continua ad essere il centro di tutto, ma non risponde di niente.

Patti di sindacato, scatole cinesi, incroci azionari, rapporti di compenetrazione tra banche e imprese, cumuli di cariche dirigenziali, conflitti di interesse, sono tutti strumenti volti a garantire grande potere a piccoli capitalisti impauriti dal confronto concorrenziale e del tutto marginali sul piano della competizione internazionale.

E’ necessaria la riforma di questo sistema a partire dall’asse che lega fondazioni a banche.

3) Abolizione del monopolio pubblico nel settore della Scuola e della Università quale presupposto per un sistema di formazione più equo e più efficace

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