La battaglia di Lepanto contro la scellerata Rita Bernardini e il fallimento delle politiche proibizioniste

droghe, marjiuana

Di Maurizio Bolognetti, Direzione Radicali Italiani e segretario di Radicali Lucani

 

Folgorato sulla via di Damasco dell’integralismo proibizionista, ho deciso di raccogliere l’invito degli amici del gruppo Lepanto e chiedere all’amica e compagna Rita Bernardini di abiurare. Se non dovesse farlo proporrò per la scellerata deputata radicale l’unica cura in grado di emendarne le colpe: il fuoco. Sì, un bel fuoco purificatore, un pubblico falò. Per la bisogna ho già chiesto a quelli del Ku Kux Klan e all’associazione “Amici dei narcotrafficanti” di contribuire all’acquisto delle fascine.

No, non è vero, non ce la faccio. Non riesco a dire: “Pentiti scellerata”. Non posso, perché ho nelle orecchie le parole del filosofo Fernando Savater che scrive: “la società esiste per aiutare gli individui a realizzare i loro desideri e rettificare i loro errori, non per immolarli punitivamente agli idoli della tribù”.

A quale idolo vogliono sacrificare le migliaia di persone che dall’uso terapeutico della Cannabis potrebbero trarre giovamento? Perché si continua a difendere una politica fallimentare, che ha trasformato un problema sanitario in un problema di ordine pubblico? Perché quelli del gruppo Lepanto, anziché indire una crociata, non accettano di ragionare con serenità sui costi del proibizionismo?

Sempre Fernando Savater, intervenendo nel 1988 a un convegno organizzato dal Partito Radicale in quel di Bruxelles, affermava: “La persecuzione contro la droga è una deviazione della persecuzione religiosa: oggi la salute fisica è il sostitutivo laico della salvezza spirituale”.

Ma al di là delle interessanti considerazioni di Savater, dovremmo chiederci se l’approccio proibizionista abbia prodotto risultati positivi o se per caso non abbia contribuito alla diffusione e all’uso di ogni tipo di droga, per le dinamiche scatenate da un approccio che ha consegnato il mercato nelle mani della criminalità organizzata, garantendo alle narcomafie eccezionali profitti. La liberalizzazione di cui qualcuno parla è quella che vige adesso e che ha scatenato una guerra inutile e perdente. Non a caso noi vogliamo regolamentare, legalizzare e controllare, dividendo, per esempio, il mercato delle cosiddette droghe leggere dal mercato delle cosiddette droghe pesanti.

Giancarlo Arnao, nel suo interessante libro “Proibito capire”, scriveva: “L’idea di proibire l’uso delle cosiddette droghe ha nella storia molti precedenti cui vale la pena accennare, anche perché riguardano in particolare due sostanze che poi sono entrate nell’uso comune: caffè e tabacco. A Costatinopoli nel 1611 i fumatori di tabacco venivano messi alla berlina. In Iran nel 1628 ai commercianti di tabacco venivano mozzate le orecchie e il naso; nel 1670 venivano puniti versando loro piombo fuso nella gola. Nel XVII secolo vigeva la proibizione del tabacco in Baviera, Sassonia, Cantone di Zurigo; nell’impero ottomano era condannato a morte chi fumava tabacco.” Lo stesso Arnao, nel ricordare il fallimento del proibizionismo sugli alcolici, cita anche il tentativo di proibire l’utilizzo voluttuario di tè e caffè, laddove nel XVII secolo alcuni governi prevedevano per i trasgressori la prigione o pene corporali.

Come è noto, la passione per il tabacco non è affatto venuta meno e qualche risultato è stato ottenuto non attraverso il taglio di nasi e orecchie, ma attraverso una capillare opera di informazione sui rischi connessi all’uso e all’abuso e attraverso il divieto di campagne pubblicitarie.

Il tabacco uccide nel nostro paese migliaia di persone e altrettanto dicasi per l’abuso connesso all’utilizzo di sostanze alcoliche, ma nessuno oggi pensa di risolvere la questione attraverso un approccio proibizionista e, a dire il vero, l’uso di alcol è abbondantemente pubblicizzato con messaggi a volte sconcertanti.

E allora, perché questa crociata del Gruppo Lepanto? Fortuna, che i “nostri”, almeno per ora, si siano limitati alle preghiere e non abbiano proposto di versare piombo fuso in gola alla povera Bernardini.

Torna in mente Savater e i concetti ottimamente espressi nel 1988.

Sempre Arnao fa riflettere quando definisce il proibizionismo moderno un proibizionismo di tipo verticale, che suddivide il campo “fra sostanze “buone”, il cui uso è lasciato alla responsabilità individuale, e sostanze “cattive”, rigorosamente proibite a chiunque e in qualsiasi circostanza”.

Domanda: perché proibire l’uso della cannabis anche a scopo terapeutico e consentire l’uso di sostanze come il tabacco e l’alcol?

Sia chiaro, non vorrei suggerire ulteriori crociate, ma semplicemente sottolineare quanto afferma Arnao, laddove alcuni film che raccontano l’America del proibizionismo sugli alcolici dovrebbero farci capire quanto fallimentare si sia rivelato quell’approccio. In “C’era una volta l’America”, non a caso, c’è una scena in cui i gangster piangono la fine del proibizionismo.

Scriveva Amato Lamberti nel 1988: “E’ il proibizionismo che consegna alle organizzazioni criminali sia il monopolio che il controllo e la direzione delle dinamiche espansive del mercato delle droghe nel mondo”.

E’ davvero curioso notare che l’alcol, il cui abuso dà dipendenza fisica e che ha una dose letale e gravi effetti sul fronte della tossicità acuta e cronica, sia legale, mentre la cannabis, che non ha una dose letale, sia proibita.

Molto ci sarebbe da dire sul fallimento delle politiche proibizioniste e si potrebbe parlare del costo della burocrazia nelle guerre alla droga; ci si potrebbe interrogare sugli effetti devastanti prodotti dalla liberalizzazione proibizionista ad iniziare da aberrazioni giuridiche. Nel suo “La legge sulla droga:l’irrazionalità e l’arbitrio”, Luigi Ferrajoli ricordava che la legge penale non può e non deve avere lo scopo di sanzionare la morale, ma unicamente il compito di punire comportamenti dannosi per i terzi. Leggi che violano un principio fondamentale della tradizione giuridica liberale: la non punibilità degli atti contro se stessi.

Il proibizionismo è fallito e certe preghiere bisognerebbe rivolgerle al legislatore, affinché ne prenda finalmente atto, e non a chi vuole far prevalere la ragionevolezza, magari garantendo ad un malato la possibilità di mitigare sofferenze o beneficiare di riconosciuti effetti terapeutici.

Ma tant’è, c’è sempre chi preferisce imbastire crociate e negarsi al confronto e al dibattito, quello che manca da sempre.

Scriveva Thomas Jefferson nelle sue “Note sullo stato della Virginia”: “Se il governo ci prescrivesse le medicine e le diete, il nostro corpo sarebbe come la nostra anima. Così in Francia una volta l’emetico è stato proibito come medicina e la patata come genere alimentare”.

Nel concludere la quattro giorni antiproibizionista del 1988, Marco Pannella affermava: “Per quanto mi riguarda preferisco dire antiproibizionismo per quel che nell’immaginario collettivo dei nostri popoli, del nostro tempo significa questo…abbiamo privilegiato la parola antiproibizionismo, un concetto che ho sempre teso nella mia esistenza ad allargare a un atteggiamento rispetto allo Stato, rispetto al diritto e rispetto al crimine…”.

No, non abiuriamo e con orgoglio ci nutriamo della forza che nasce dall’iniziativa antiproibizionista di Rita Bernardini e della volontà di lavorare per avere leggi migliori a cui danno corpo i nostri deputati con la proposta di legge 5380.



SEGUICI
SU
FACEBOOK

Sostieni le nostre iniziative con almeno 1 € - Inserisci l'importo » €

Nota sui commenti: i commenti lasciati dagli utenti del sito non vengono ne' censurati ne' verificati in base al contenuto. I commenti con link non vengono pubblicati. Per i commenti si utilizza la piattaforma Diqsus che memorizza sui suoi server tutti i dati degli utenti, compreso l'indirizzo IP in caso di eventuali segnalazioni per abusi o violazioni di legge. Tutti possono lasciare commenti, quindi non c'e' alcuna verifica sull'appartenenza degli utenti al partito o al movimento Radicale.