di N.R.
Ding Zilin piange ancora suo figlio, ucciso da un proiettile che gli ha spezzato la schiena. Aveva 17 anni, e assieme a migliaia di suoi coetanei, sedici anni fa, la notte tra il 3 e il 4 giugno del 1989 era nella piazza Tienanmen di Pechino: chiedevano democrazia e libertà, come simbolo avevano adottato la statua della libertà. Né democrazia, né libertà, né riforme: il governo comunista di Pechino mandò l’esercito e la protesta venne repressa con brutalità nel sangue. Ancora oggi non sappiamo quante furono le vittime: centinaia di sicuro, migliaia forse; comunque un massacro.
Ding Zilin, assieme a un altro centinaio di familiari di vittime della repressione, ha costituito un gruppo, “le madri di Tienanmen”. Con il coraggio della disperazione, sfidano il regime. Attivisti per i diritti umani come Hu Jia e intellettuali come Bao Tong, in questi giorni hanno subito intimidazioni ed energici “inviti” a lasciar passare l’anniversario senza celebrarlo. E anche Ding Zilin è stata “avvertita”: agenti di polizia hanno interrogato lungamente suo marito, e lei è stata messa sotto sorveglianza.
Tutto ciò non ha impedito a Ding Zilin di scrivere e rendere nota una lettera indirizzata al presidente cinese Hu Juntao che è un vero e proprio “j’accuse” nei confronti del regime. Il governo, scrive la donna, “cavalca l’odio nazionalista nei confronti del ‘nemico’ Giappone pretendendo le scuse per gli eccidi del passato? Un’operazione senza senso…voi e i vostri predecessori avete cancellato dai libri la memoria del massacro del 4 giugno. Oggi onorate come dei Mao Zedong e Deng Xiaoping, o altri, le cui mani sono lorde del sangue del popolo”.
Al regime, conclude Ding Zilin, “non resta che chiedere perdono davanti alla Storia”.
Ding Zilin si appella alla Comunità Europea perché non revochi l’embargo sulla vendita di armi alla Cina: “La decisione di porre l’embargo è stata presa in diretta conseguenza dei fatti della Tienanmen. Da allora le cose sono forse cambiate? Il governo continua a pensarla nello stesso modo; e allora perché bisognerebbe revocare l’embargo? Solo perché sono passati sedici anni?”.
Secondo il rapporto 2005 di Amnesty International lo scorso anno circa 800mila persone sono state arrestate”per attività contro la sicurezza dello Stato”. I reati per i quali è prevista la pena di morta sono ben sessantaquattro, e tra l’altro è punibile con la pena capitale anche la frode fiscale. Le esecuzioni state almeno 3400, ma c’è chi dice che possono essere state diecimila circa. Sono stati accertati e documentati numerosi casi di tortura. Contro questa brutalità e questa dittatura si batte Ding Zilin, e si sono battuti i caduti della Tienanmen. Il cui ricordo e sacrificio in Occidente, in tanti hanno dimenticato, e in Italia in modo particolare.