La truffa del finanziamento pubblico ai partiti

La banda bassotti a montecitorioI blitz partitocratici con cui sono state modificate a poche settimane dal voto le leggi elettorali per le Politiche del 2006 e le Europee del 2009, hanno determinato, oltre alla restrizione artificiale della rappresentanza politica, la spartizione tra cinque partiti (PDL, Lega, Pd, IdV e Udc) del 94% dei finanziamenti pubblici erogati sotto forma di truffaldini rimborsi elettorali. Rimborsi che sono cresciuti, dai 47 milioni di euro del 1994 ai 300 milioni del 2009. 

Il 6 agosto il giornalista Eduardo De Blasi in prima pagina su Il Fatto quotidiano dimostra come un' eventuale caduta del Governo Berlusconi e il ricorso ad elezioni anticipate non eviterebbe una spesa di più di 100.000.000 agli italiani. Infatti, secondo la legge in vigore dal 2006 (legge n. 51) i partiti percepiscono i rimborsi elettorali a prescindere dalla durata effettiva della legislatura.

Secondo i calcoli di De Blasi:

"Se dal 2006 al 2010 ogni anno ci si è dovuti sobbarcare la spesa di quasi 100 milioni di euro (99.929.149,14 ogni anno) per finanziare le strutture politiche rappresentate nella XV legislatura, dal 2008 e fino al 2012 si dovranno comunque pagare ai partiti che contano eletti in Parlamento i rimborsi elettorali della tornata politica che ha dato vita alla XVI: sono 100.618.876,18 euro l’anno (503.094.380,90 quelli complessivi riconosciuti sui cinque anni), cui si sommano i rimborsi, sempre milionari, dovuti per le consultazioni regionali ed europee. Da quando è iniziato il governo Berlusconi, solo per i rimborsi elettorali delle politiche, sono stati spesi 600 milioni di euro. E il calcolo non tiene conto dei duecento milioni, che, volenti o nolenti, si dovranno sborsare. Una cuccagna."

Il nuovo video -  I radicali restituiscono ai partiti i soldi del finanziamento pubblico ai partiti

Le mani della partitocrazia frugano nelle tasche degli italiani da oltre 30 anni

Vignetta di Vauro, novembre 1990 - archivio Partito Radicale

I partiti hanno cambiato nome, il "finanziamento pubblico" anche, ma il movimento radicale resta l'unica organizzazione politica ad essersi sempre opposta a questa truffa.

Il giornalista del Fatto Quotidiano ricordava il quesito referendario promosso nel 1993, attraverso il quale il 90,3 per cento dei cittadini votanti si espresse a favore dell'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Ma quell'iniziativa referendaria non fu nè la prima nè l'ultima iniziativa.

Nel 1974, con l'approvazione di tutti i partiti tranne i liberali, entra in vigore la Legge n. 195, la prima a istituzionalizzare, a carico dello Stato, il sostentamento delle strutture dei partiti piuttosto che il sostegno all’iniziativa politica. Tale legge riconosceva i contributi ai partiti rappresentati in Parlamento, penalizzando quindi le nuove formazioni politiche.

I finanziamenti pubblici vennero giustificati come una risposta agli scandali per tangenti emersi nel 1965 con il caso Trabucchi e nel 1973 con lo scandalo petroli.

E' il periodo in cui i Radicali lavorano ai primi 8 referendum della storia repubblicana. Quello contro il finanziamento pubblico ai partiti è uno dei due quesiti che arriva ad essere sottoposto alla volontà dei cittadini (insieme a quello per l'abrogazione della Legge Reale).

Tribuna dei referendum - Appello al voto (1978)

L’11 giugno 1978 gli elettori sono chiamati al voto per l’abrogazione della Legge 195/74. Il referendum non passa, ma la percentuale dei voti favorevoli è molto alta, il 43,6%.

I promotori sostenevano che lo Stato dovesse favorire tutti i cittadini attraverso i servizi, le sedi, le tipografie, la carta a basso costo e quanto necessario per “fare politica”, non per garantire le strutture stesse dei partiti: queste dovevano essere autofinanziate dagli iscritti e dai simpatizzanti, in modo trasparente.

Nel 1981 vengono introdotte le prime modifiche, con la legge 659. L’ostruzionismo parlamentare radicale volto a bloccare l’istituzione dell’indicizzazione dei finanziamenti e ad ottenere maggiore trasparenza dei bilanci dei partiti, fa si che il testo approvato pur prevedendo il raddoppio dei finanziamenti pubblici, includa anche il divieto per i partiti e per i politici (eletti, candidati o aventi cariche di partito) di ricevere finanziamenti dalla pubblica amministrazione, da enti pubblici o a partecipazione pubblica.

Il finanziamento pubblico ai partiti viene abolito nell’aprile del 1993

Nonostante l'ampia vittoria referendaria a dicembre dello stesso anno viene “aggiornata” la legge e i rimborsi elettorali iniziano a chiamarsi contributo per le spese elettorali. Il 27 marzo 1994 si svolgono le elezioni: il rimborso è erogato in un’unica soluzione per un ammontare complessivo nella legislatura, tra Camera e Senato, di 47 milioni di euro.

Nel 1997, con la legge “Norme per la regolamentazione della contribuzione volontaria ai movimenti o partiti politici”, si reintroduce il finanziamento pubblico ai partiti: ciascun contribuente può destinare una quota pari al 4 per mille dell'imposta sul reddito, al finanziamento dei movimenti e partiti politici, senza poter indicare a quale partito. La data per l’erogazione in favore dei partiti viene fissata entro il 31 gennaio di ciascun anno.

E' proprio nell'estate del 1997 che i radicali danno vita a una serie di iniziative con cui, in banconte da 10.000 timbrate, restituiscono i soldi del loro rimborso ai cittadini.

archivio partito radicale - banda bassotti Trevisto, 7 luglio 1997 - L'iniziativa dei Riformatori di restituire la parte del finanziamento pubblico spettante alla Lista Pannella ai contribuenti

Roma, 15 agosto 1997 - Restituzione del finanziamento pubblico spettante alla Lista Pannella

Le immagini delle iniziative radicali contro il finanziamento pubblico ai partiti

Come si è arrivati ai milioni di euro di oggi

Nel giugno 1999, viene emanata una nuova legge, “Norme in materia di rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e referendarie”: un vero e proprio finanziamento pubblico, trattandosi solo di un teorico rimborso elettorale, che non ha alcuna attinenza diretta con le spese effettivamente sostenute per le campagne elettorali.

I fondi sono 4 oltre a quello previsto per le consultazioni referendarie: uno per la Camera, uno per il Senato, uno per le elezioni al Parlamento europeo e uno per le elezioni regionali.

Il fondo si costituisce in occasione della consultazione elettorale e si eroga in rate annuali; in caso di scioglimento anticipato della legislatura si interrompe l’erogazione. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa ammonta a 193.713.000 di euro.

Il 21 maggio 2000 si votano sette referendum radicali, fra cui quello per l’abolizione del rimborso spese per le consultazioni elettorali e referendarie. Ancora una volta è negato il diritto dei cittadini ad essere informati (addirittura Berlusconi consigliò gli elettori di non andare a votare perché erano “referendum comunisti”!): nessuno dei referendum raggiunge il quorum.

A luglio 2002 viene emanata la legge recante “Disposizioni in materia di rimborsi elettorali”.Il fondo diventa annuale, ma almeno sopravvive la norma che prevede l’interruzione dell’erogazione in caso di fine anticipata della legislatura rispetto alla naturale scadenza. L’ammontare da erogare, per Camera e Senato, nel caso di legislatura completa passa da 193.713.000 di euro a 468.853.675 euro.

Il 26 febbraio 2006, con la legge n. 51 l’erogazione è dovuta per tutti e cinque gli anni di legislatura indipendentemente dalla sua durata effettiva. Con quest’ultima modifica l’aumento è esponenziale.

Cosi si consuma l'ennesima strage di legalità e di diritto in Italia: il voto referendario viene dimenticato e i cittadini, di Governo in Governo, di legislatura in legislatura, continuano a pagare per qualcosa che non vogliono.

Testo scritto con l'ausilio dei materiali redatti da Antonella Casu, Antonio Cerrone e Simone Sapienza nella preparazione a La Peste Italiana



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