Aborto, così sta vincendo lo "stato etico" degli obiettori

Dalla Rassegna stampa

Racconta il professor Carlo Bastianelli che nel 1978, al suo arrivo, al reparto di Piccola chirurgia dell'Università al Policlinico Umberto I di Roma prestavano servizio un primario e due aiuto, tre assistenti, due anestesisti e uno psicologo, e venivano effettuate 110 interruzioni di gravidanza alla settimana. Oggi ad operare c'è un solo ginecologo, lo stesso di allora ormai alla soglia della pensione, e un anestesista a mezzo servizio, i quali riescono ad assicurare tra gli 8 e 12 interventi settimanali. Non c'è quasi più nessuno che insegni come si pratica un aborto e quando i pochi non obiettori della vecchia guardia appenderanno il camice al chiodo, sarà difficile per le nuove leve garantire il ricambio generazionale.

E questa una delle conseguenze più significative del notevole aumento dell'obiezione di coscienza tra i ginecologi, gli anestesisti e il personale medico nei centri di interruzione di gravidanza registrato negli ultimi anni in Italia. Nella relazione annuale sull'applicazione della legge 194, il Ministero della salute fa sapere che i ginecologi obiettori sono passati dal 58,7 per cento del 2005 al 71,5 del 2008, stabilizzandosi l'anno successivo intorno al 71 per cento. Il primato dell'obiezione va alle regioni meridionali, dove si osservano , percentuali superiori all'80%: 1'82,2 per cento in Basilicata, l'83,9 in Campania,1'82,8 in Molise e 1'81,7 in Sicilia. Tra i dati ufficiali e i numeri raccolti sul campo dagli operatori emerge tuttavia una discrepanza, che disegna un quadro se possibile ancora più allarmante della diffusione dell'obiezione di coscienza a 34 anni dalla legalizzazione dell'aborto nel nostro Paese. Da quella che a tutti gli effetti fu una conquista per le donne, criminalizzate dallo Stato, che a migliaia ogni anno mettevano la propria vita nelle mani delle "mammane", spesso perdendola, o si affidavano - quelle più abbienti - ai cosiddetti "cucchiai d'oro". Oppure intraprendevano dolorosi viaggi della speranza verso paesi in cui abortire non era reato, aiutate e sostenute solo dal Cisa di Adele Faccio - il Centro d'informazione sulla sterilizzazione e l'aborto - e dal Partito Radicale. Ma fu anche, la 194, l'esito di un compromesso politico, che impose la limitazione della pratica dell'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) alle sole strutture pubbliche e la clausola dell'obiezione di coscienza per i medici. Non la migliore delle leggi, dunque, ma gli italiani la difesero a larghissima maggioranza in occasione del referendum abrogativo voluto dalla Chiesa qualche anno dopo. A ragione, visto che, nonostante i suoi limiti, la 194 ha permesso di ridurre del 50 per cento il numero di aborti dal 1982 ad oggi. A oltre trent'anni di distanza, però, la 194 appare nuovamente sotto attacco, con il ricorso massiccio all'obiezione di coscienza che ne ostacola l'operatività, quasi fino a paralizzarla, e il diritto delle donne ad abortire minato da quello dei medici a non praticare l'interruzione di gravidanza. Un conflitto dai risvolti certamente politici e ideologici, ma alimentato con dolo della demagogia più grezza. L'Aied (l'Associazione italiana per l'educazione demografica) e l'Associazione Luca Coscioni hanno avanzato soluzioni giuridiche a garanzia della piena applicazione della legge 194, come la previsione di bandi specifici per medici non obiettori e l'istituzione di un albo che permetta alle pazienti di sapere in anticipo chi è obiettore e chi no; e l'hanno fatto promuovendo un convegno sull'obiezione di coscienza per il quale era stato chiesto il patrocinio del Comune di Roma. Il sindaco Alemanno, così solerte a concederlo pochi giorni prima alla Marcia per la Vita, non ha nemmeno risposto.

Ecco, allora, che il dibattito sulla 194 e sull'obiezione di coscienza assume un respiro più ampio. Ed è inevitabile in un tempo come il nostro, in cui si torna a fare politica sul corpo delle donne e non solo delle donne. Un tempo nel quale si coltiva il progetto di uno "Stato etico" di fatto, i cui confini ricalcano quelli dell'esistenza umana, dal concepimento al fine vita; dove la libertà di scelta e l'autodeterminazione sono subordinate alla tutela della persona anche quando essa non c'è ancora, come nel caso dell'embrione, e al rispetto di una morte, quella naturale, che potrebbe non arrivare mai. Persona, diritti, interessi, sono termini propri del linguaggio liberale e illuminista che i conservatori hanno dovuto far proprio per difendere il principio della indisponibilità della vita, ha spiegato Piergiorgio Donatelli ordinario di Bioetica e Storia della filosofia morale, intervenendo al convegno dell'Aied e dell'Associazione Coscioni. E proprio grazie alla manipolazione del linguaggio si tenta di erodere le acquisizioni liberali e democratiche, gettando le basi per una società intollerante e fanatica. Accade anche per il principio dell'obiezione di coscienza, che ha ben poca ragione di esistere nel caso di professioni scelte su base volontaria - come quelle sanitarie, in cui la coscienza sta nell'osservare gli standard deontologici e non quelli personali del medico - e alla quale nella stragrande maggioranza dei casi non ci si appella per convinzioni etiche o religiose, ma per far carriera e occupare posti di potere. E di democrazia che si parla, dunque, e della nostra libertà. Ancora una volta. E ancora una volta diventa fondamentale l'informazione, soprattutto tra i più giovani che nel nostro Paese, come dimostrano i sondaggi, poco o nulla sanno di contraccezione e sessualità e danno per scontate le conquiste delle generazioni precedenti. Mentre la libertà è una frontiera che va conquistata ogni giorno.

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