La crisi europea? Ha già 10 anni

Dalla Rassegna stampa

I leader europei, a differenza dell'ex presidente americano George Bush (padre), non hanno mai avuto un rapporto difficile con la "visione d'insieme". Hanno sempre saputo come volevano che fosse il loro continente. Ma avere una visione e tradurla in pratica non è la stessa cosa. E in questo secondo frangente i leader dell'Unione Europea si sono regolarmente dimostrati inadeguati.
Questa tensione fra obbiettivi e capacità di conseguirli sta andando in scena per l'ennesima volta in questo dopo-vertice. I leader del vecchio continente ormai concordano sulla visione d'insieme di quello che dovrebbe diventare l'Unione Europea: un'unione economica e monetaria completata da un'unione bancaria, un'unione di bilancio e un'unione politica. I problemi cominciano appena la discussione si sposta su come - e soprattutto quando - creare queste ultime tre unioni.
Il problema è che esistono due approcci diametralmente opposti per tradurre in pratica tutto questo. Una strategia parte dal presupposto che l'Europa ha disperatamente bisogno di adottare subito le misure per rafforzare l'unione: le iniezioni di capitale per le banche vanno fatte all'istante, si deve procedere immediatamente in direzione di una mutualizzazione del debito ed è necessario che la Bce o un Meccanismo europeo di stabilità rafforzato acquistino fin da subito i titoli di Stato dei Governi in difficoltà.
Con il tempo, secondo questa visione, l'Europa potrebbe costruire le istituzioni necessarie per completare queste misure. Potrebbe creare un'autorità di vigilanza unica sulle banche, rafforzare i poteri della Commissione europea o creare un Tesoro europeo. Allo stesso modo potrebbe rafforzare il Parlamento europeo. Ma per costruire le istituzioni ci vuole tempo, e di tempo ne è rimasto drammaticamente poco, con il rischio di assalti agli sportelli, crisi del debito sovrano e tracollo dell'euro che si profila all'orizzonte. Ecco perché le nuove misure devono avere la priorità sulla costruzione delle istituzioni.
L'altra visione è che procedere con le nuove misure prima che siano state create le nuove istituzioni sarebbe sconsiderato. Mettere in comune il debito prima che le istituzioni europee abbiano la possibilità di mettere il veto alle politiche di bilancio degli Stati servirebbe solo a incoraggiare altri comportamenti scriteriati da parte dei Governi nazionali. Procedere con iniezioni di capitale nelle banche prima che sia stata istituita l'autorità di vigilanza comune non farebbe che incoraggiare gli istituti a prendersi ancora più rischi. E consentire alla Bce di esercitare la supervisione sulle banche prima che il Parlamento europeo abbia acquisito il potere di vigilare sulla Bce stessa avrebbe il risultato di aggravare il deficit democratico dell'Unione Europea e scatenare una crisi di rigetto nella popolazione.
Non è la prima volta che l'Europa si trova in una situazione del genere: successe già negli anni 90, quando fu presa la decisione di creare l'euro. A quell'epoca c'erano due scuole di pensiero: una di queste sosteneva che dare vita a un'unione monetaria senza una convergenza delle politiche economiche e prima di completare le riforme istituzionali era una follia. L'altra, al contrario, riteneva che il sistema monetario esistente fosse rigido, fragile e vulnerabile alle crisi. La costruzione delle istituzioni europee non era più rimandabile: meglio creare l'euro il prima possibile, le riforme e le istituzioni importanti sarebbero seguite. Si può dire, generalizzando un po' ma neanche tanto, che il primo schieramento era composto soprattutto da Paesi del Nord Europa, mentre nel secondo predominavano quelli del Sud.
La crisi valutaria del 1992 fece saltare gli equilibri fra i due fronti contrapposti. Quando il sistema di tassi di cambio europeo andò in pezzi, la tesi di chi sosteneva che l'Europa non poteva permettersi di rimandare oltre la creazione della moneta unica prevalse.
Le conseguenze non sono state felici: l'unione monetaria senza l'unione bancaria, l'unione di bilancio e l'unione politica è stata un disastro.
Ma anche non creare l'euro sarebbe stato un disastro. La crisi del 1992 dimostrò che il sistema esistente era instabile. Se l'Europa non avesse intrapreso la strada dell'euro, avrebbe dovuto fronteggiare crisi ancora più devastanti: per questo i leader europei presero quelle decisioni ambiziose.
Anche non procedere oggi con la ricapitalizzazione delle banche e l'acquisto di titoli di Stato porterebbe a un disastro. L'Europa si trova a un bivio che conosce bene: l'unica strada da intraprendere è accelerare con forza il processo di costruzione delle istituzioni. Non sarà facile. Ma il disastro non aspetta.

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