Elezioni, è la svolta Ma al Cairo i giovani si sentono traditi

Dalla Rassegna stampa

A quattro mesi dal compimento del primo anno d’età, l’Egitto post Mubarak va alle urne per eleggere il proprio presidente.

Sulle automobili e i minibus incolonnati a passo d’uomo tra i viali del Cairo si moltiplicano i manifesti elettorali dei candidati alla conquista del consenso ma anche dei fuori concorso come i generali che, dovendo recuperare la popolarità perduta, approfittano della fioritura di poster per diffondere l’immagine di un soldato con in braccio un bambino e la scritta «giaish, sciab, yad wahida» (il popolo e l’esercito sono una sola mano), il celebre slogan della rivoluzione.

Il traguardo del 23 e 24 maggio, l’ambito giro di boa rispetto a oltre mezzo secolo di dittatura, è dietro l’angolo. Qualsiasi candidato la spunti, il fratello musulmano Morsy o il suo ex collega Abou el Fotouh, il calcolatore Amr Moussa, la vecchia guardia Shafik o il nasseriano Hamdeen Sabahi, resterà in carica per soli quattro anni (o almeno così dovrebbe) salvo risottoporsi umilmente al giudizio dei cittadini. Una rarità nel mondo arabo. Eppure il vento della rivoluzione che fino a ieri gonfiava le bandiere in piazza Tahrir sembra aver stordito i tamburini del cambiamento.

Tra la subdola riscossa islamista, l’esibizione muscolare dei militari e l’inadeguatezza dei liberaldemocratici inebriati dal miraggio del potere al punto da prepararsi a consegnarlo ai concorrenti, i ragazzi protagonisti della decisiva spallata al regime sbandano. All’entusiasmo per la novità del voto, vera primizia in un paese dove il 50% della popolazione ha meno di 25 anni, si mescolano il sospetto di aver perduto la palla, la voglia di tornare in strada, l’attitudine un po’ infantile alla dietrologia, i sogni e le delusioni nate da una protesta che il sociologo argentino Ernesto Laclau definirebbe anarco-populista, massiccia ma senza strategia politica né leader.

Dopo aver ispirato la primavera globale degli indignati, dai madrileni di Puerta del Sol ai ribelli disciplinati di Occupy Wall Street, la gioventù di piazza Tahrir tira un primo mesto bilancio. A chiederlo non sono solo le proprie intime aspirazioni ma la maggioranza silenziosa degli egiziani, il cosiddetto «hezb al kanaba», il partito del divano, quelli che pur essendo rimasti a casa hanno simpatizzato con la protesta ma ora lamentano l’aumento della criminalità, la recessione economica, la disoccupazione balzata al 12% con punte del 25% tra gli under 30.

«Comunque vada il voto, la rivoluzione non è morta perché la società intera ha rotto il muro della paura e oggi ci sono almeno 500 mila persone che non abbozzeranno più né di fronte a una dittatura militare né di fronte al fascismo islamico» ripete il 41enne Mohamed Raouf Ghoneim, veterano degli attivisti, che un paio di anni fa ha accantonato il marketing per dedicarsi a tempo pieno all’impegno politico. La prova del nuovo corso è nei milioni di egiziani incollati alla tv per il dibattito tra gli sfidanti Amr Moussa e Abou el Fotouh, un vero e proprio avvenimento. La sfida che attende gli egiziani è trasformare l’evento, dalle elezioni alla sentenza contro Mubarak, in un processo continuo e irreversibile.

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