Evitato lo scontro frontale

Dalla Rassegna stampa

L’ Egitto ha finalmente il suo presidente. Il primo eletto per davvero in tutta la storia della Repubblica. Solo all’inizio dello scorso anno nessuno avrebbe potuto prevedere che il successore di Hosni Mubarak non sarebbe stato suo figlio, ma un esponente dei Fratelli Musulmani. Nelle settimane successive alla caduta del raìs, in febbraio, sarebbe stato altrettanto impossibile immaginare una situazione come l’attuale: con i due soggetti politici «forti» del Paese (la Fratellanza e l’Esercito) impegnati in una partita tattica ma senza esclusioni di colpi, intenti a disporre le proprie pedine sul campo, per neutralizzare il vantaggio che gli avversari possono aver ottenuto. Se c’è un risultato che la rivoluzione egiziana ha conseguito, questo è stato il produrre e distruggere i possibili scenari futuri quasi senza soluzione di continuità, a testimonianza di come il risveglio del mondo arabo non sia un fuoco di paglia destinato a sfumare rapidamente.

La mobilitazione di piazza Tahrir durante tutta la scorsa settimana è stato il monito che i Fratelli Musulmani hanno voluto lanciare ai militari, affinché fosse chiaro che non si sarebbero lasciati scippare anche della vittoria alle presidenziali dai generali. E infatti i loro leader hanno già annunciato che i militanti continueranno ad occupare la piazza fino a quando la «dichiarazione costituzionale» che delega ai militari il potere legislativo sino alle elezioni del prossimo Parlamento non verrà revocata. Il popolo di questa piazza Tahrir è molto diverso da quello che per primo ha innescato la rivoluzione: meno giovani di Twitter, meno donne, molti barbuti. È un segnale chiaro che siamo entrati in una seconda fase rivoluzionaria in cui gli attori capaci di mobilitare le masse sono sostanzialmente due: i Fratelli Musulmani e i Salafiti. Le Forze Armate, dal canto loro, con il ritardo nella proclamazione dei risultati, hanno mandato il loro avvertimento agli islamisti: non vogliono andare allo scontro frontale, ma non sono certo disposti a perdere la loro capacità di condizionare chiunque “regni” al Cairo. Nel frattempo, tanto per evitare il rischio di essere fraintesi, la Corte Suprema ha sciolto il Parlamento per illegittimità e il Consiglio supremo delle Forze Armate ha appunto avocato a sé il potere legislativo.

La partita sarà ancora lunga e ricca di colpi di scena, c’è da starne certi. In termini rugbistici, potremmo dire che Esercito e Fratellanza hanno deciso di riorganizzarsi e giocare una seconda fase, ognuno conscio e preoccupato della forza della squadra nemica. Lo scenario di una cooperazione «obbligata» tra loro, che pure per qualche mese era parsa una soluzione possibile, è tra quelli sfumati in queste settimane. Mentre resta aperta l’opzione di una collaborazione tra i Fratelli Musulmani e i partiti liberali, entrambi accomunati dalla legittimazione elettorale e dalla volontà di chiudere la lunga esperienza dell’interferenza militare nella vita politica del Paese, che peraltro risale ai primi decenni del XIX secolo, e dall’interesse comune a ridurre lo spazio a disposizione dei Salafiti.

Sono molte le specificità nazionali che stanno influenzando l’esito della rivoluzione egiziana, dunque. Ma allo stesso tempo essa fa emergere due protagonisti assoluti della fase storica che i Paesi arabi stanno attraversando: i partiti islamisti e le Forze Armate, dove i primi rappresentano il cambiamento e i secondi la continuità. In passato, sono stati proprio i militari gli attori della modernizzazione negli Anni 50 del secolo scorso. Sono loro, oggi, che costituiscono il freno principale, il maggiore ostacolo, a quel processo di rinnovamento del sistema politico (e del suo rapporto con la società) che con tutte le loro pericolose contraddizioni i partiti islamisti comunque rappresentano. Per questi ultimi, la sfida decisiva sarà quella di resistere alle sirene della radicalizzazione, che proprio la “resistenza”, l’attrito, del potere militare potrebbe risvegliare. Vedremo se Mohamed Morsi si rivelerà uno stratega sufficientemente attento, capace di guardarsi tanto dalle insidie dei militari, quanto da quelle dei Salafiti, ai quali una “radicalizzazione controllata” del quadro politico potrebbe non dispiacere, proprio in vista delle nuove elezioni legislative che dovrebbero tenersi nell’arco dei prossimi sei mesi. Sempre che non subentrino nuovi rinvii.

 

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