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L’integrazione e gli interessi

Dalla Rassegna stampa

 La discussione che si è aperta in Germania sulla opportunità di indire un referendum che superi i vincoli e gli ostacoli che la Costituzione tedesca pone ai progetti di maggiore integrazione in Europa, ci riporta forse alla realtà. La Germania, come qualunque altro Paese europeo di fronte alla crisi, è divisa sul da farsi: varie opzioni, anche contrapposte, si contendono il campo. Come sempre accade in tutte le democrazie (e, in realtà, in tutti i sistemi politici complessi, anche quelli autoritari, Cina inclusa). E ciò forse significa, contro certe interpretazioni troppo unilaterali che hanno dipinto la Germania come un compatto blocco di potere teso a distruggere le economie più deboli succhiando loro il sangue, che esistono margini di manovra e di trattativa più ampi di quelli fin qui immaginati, anche per i partner europei della Germania, Italia compresa.

Disporre di margini di manovra richiede però due cose: la prima consiste nella capacità di perseguire con continuità intelligenti ed energiche politiche di risanamento interno (i compiti a casa). Senza di che, i margini di manovra, insieme alla credibilità, si riducono a zero. Si spera che i partiti, nell’imminente campagna elettorale, ne vogliano tenere conto.
La seconda consiste nell’adozione di una visione più realistica di quella che è sempre circolata in Italia sulla natura dell’integrazione europea. Non c’è più tempo né spazio per quella retorica, spesso fondata sull’autoinganno e su idee di dubbia consistenza, che l’Italia pubblica ha tante volte abbracciato. Un europeismo adeguato ai tempi richiede che l’Unione venga guardata per ciò che è, senza fronzoli, miti e utopie.

Cominciamo col ricordare, anche se ciò può dispiacere ad alcuni, che l’ideale di una Europa unita è un ideale freddo. Non abbandonare la strada dell’integrazione, perseverare nel cammino verso l’unificazione politica, serve sicuramente a tutti noi europei. «Serve», appunto. Il verbo scelto rimanda al carattere strumentale (o prevalentemente strumentale) di questo processo. L’integrazione europea ha infatti due scopi. In primo luogo, mantenere la pace in Europa (il che non sarebbe più garantito se l’Unione si disgregasse). In secondo luogo, assicurare anche agli europei, in un’epoca in cui potere e ricchezza sono collegati alle «taglie forti», in cui solo i giganti politici dettano legge, di godere di indipendenza (e quindi tutelare le proprie storiche libertà) e di influenza (e quindi incidere sulle scelte da cui può dipendere la futura prosperità delle nazioni europee associate).

C’è poi da sbarazzarsi di un modo paradossale, e tuttavia diffusissimo in Italia, di guardare all’integrazione politica europea. In tanti resoconti, essa è stata troppe volte dipinta, con imperdonabile ingenuità, come se si trattasse di un processo apolitico. Molti ne parlavano, e tuttora ne parlano, come se l’integrazione politica non dovesse, a dispetto dell’aggettivo, mettere in gioco la politica, ossia quella competizione sempre aspra, spietata, per il potere, lo status e la ricchezza, che è tanta parte del materiale di cui è fatta la politica, e senza il quale la politica non c’è.

Forse è proprio il fatto di avere così a lungo pensato l’integrazione politica in termini apolitici, di non avere capito in tempo che l’auspicata «costruzione di una Europa federale» non può avvenire senza essere accompagnata da una dura competizione che inevitabilmente genera, e genererà, vincitori e vinti (fra i Paesi e all’interno dei Paesi), a spiegare la sorpresa che ha colto tanti italiani quando hanno scoperto (ma guarda un po’) che i tedeschi erano e sono molto attenti agli interessi loro, che i francesi, aggrappati al tabù della sovranità, devono alimentare la finzione di un «rapporto alla pari» con la Germania, eccetera, eccetera. Prima ci sbarazzeremo della visione irenica, apolitica appunto, dell’integrazione europea e prima e meglio potremo contribuire alla causa comune (l’integrazione) difendendo contemporaneamente, con la durezza necessaria, i nostri interessi.

Purtroppo, bisogna dirlo, l’Italia non è ancora attrezzata per giocare al meglio questa complicata partita. Non solo perché, ovviamente, non si può difendere niente se non si è messo in ordine la propria casa, se non si è diventati efficienti e competitivi. Ma anche per una ragione culturale: per decenni, l’Italia pubblica ha creduto di potere sostituire l’europeismo al patriottismo («bruciato» dall’avventura fascista e dalla sconfitta della Seconda guerra mondiale), di fare del primo un surrogato del secondo. Non si è mai adeguatamente preparata per una partita in cui il problema è mantenere un ragionevole equilibrio fra le ragioni dell’europeismo e quelle del patriottismo; lavorare per la causa comune e, insieme, tutelare i propri interessi in una competizione in cui nessuno regala niente a nessuno. I nostri governi, naturalmente, badando pragmaticamente agli interessi, lo hanno sempre fatto. A volte bene e a volte male. Ma senza mai spiegarne fino in fondo condizioni e implicazioni alla classe politica nel suo insieme e all’opinione pubblica. I tempi richiedono che si adotti con rapidità una più appropriata prospettiva.

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