Lo spirito sbagliato

Dalla Rassegna stampa

Il vertice europeo di domani si aprirà in un clima di tensione privo di precedenti nella storia pur tormentata della crisi europea. Berlino ha respinto ieri con disprezzo l'atteso rapporto della presidenza del Consiglio Ue sul futuro dell'unione monetaria, nonostante esso rappresenti più una dichiarazione di volontà che un piano d'azione.

La mappa che arriverà domani sul tavolo dei capi di governo dell'area euro parte dall'unione bancaria, approda all'unione fiscale - propone di pari passo la condivisione delle responsabilità sulle politiche di bilancio e l'emissione di eurobond -, evolve in un governo economico a tutto campo e si conclude con un'unione politica legittimata democraticamente. L'assenza di date e di dettagli rende l'esercizio evanescente, a fronte di un'emergenza sui mercati molto concreta, ma per la cancelliera Merkel c'è comunque troppa poca disciplina e troppa invocazione degli eurobond: «Non ci sarà debito totale in comune, finché vivo» ha dichiarato.
Non significa chiudere la porta agli eurobond (per esempio sulla sola quota di debito sopra il 60%), ma è comunque una frase poco intelligente e lo spirito sbagliato con cui aprire il vertice.

In effetti la direzione di marcia fissata dal documento della presidenza Ue non va sottovalutata. Nell'agenda politica europea non c'è infatti alcun segno di arretramento. Fino a pochi mesi fa era ancora viva l'ipotesi del "ritorno a Maastricht", il ritorno cioè a un sistema di unione economica in cui ogni Stato è responsabile delle proprie decisioni e delle conseguenze, in base a due principi che hanno dominato la costruzione europea degli ultimi trent'anni: sovranità nazionale e sussidiarietà. Questa costruzione avrebbe dovuto funzionare sulla base di una cornice di regole molto rigida - il patto di stabilità - e con il potere di disciplina affidato ai mercati finanziari pronti ad aggravare i tassi d'interesse in ragione del rischio di ogni Paese.
A ben vedere questa è ancora la situazione in atto: gli spread sono considerati l'incentivo più efficace alle riforme - basta pensare alla riforma del lavoro in Italia - nei singoli Stati. Il 2010 e il 2011 sono trascorsi nel tentativo di puntellare questo sistema minimalista di unione, lasciando mano libera agli spread o disegnando nuovi sistemi di prevenzione dei problemi: un'accresciuta sorveglianza macroeconomica e regole fiscali sempre più rigorose in modo da creare lo "spazio fiscale" di cui ogni Stato e ogni banca avrebbero bisogno in futuro in caso di shock simili a quello scatenato dalla crisi di Wall Street. Ma in realtà il sistema non ha funzionato né in passato, né funziona oggi.

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