La nonviolenza nei tre cantieri aperti dell’Unione Europea

di Roberto Baldoli e Claudio M. Radaelli

1. Introduzione: I cantieri aperti
Il lavoro della nostra Commissione sull’Unione Europea (UE) di preparazione del Congresso di Radicali Italiani ci pone di fronte a tre domande fondamentali o cantieri aperti. Anzitutto, abbiamo la questione delle potenzialità effettive dell’UE. Tutti i federalisti vogliono che faccia di più in certe aree fondamentali, e meglio. Certo. Eppure… ammesso e concesso che vogliamo che l’Europa abbia più potere, quali sarebbero le qualità di questo potere – potere sì, ma per fare che cosa? E, venendo alla seconda questione, potere per chi? Questa seconda questione riguarda la democratizzazione delle istituzioni europee, e in maniera più complessiva il famoso deficit democratico dell’Unione. Anche qui il cantiere è aperto, e, per dirla tutta, le cose nel cantiere non vanno per nulla bene. Pare infatti che ci siano da democratizzare anche le ‘democrazie reali’ che compongono l’Unione, non solo il vertice delle istituzioni comunitarie.
La terza domanda importante, della cui urgenza ci rendiamo dolorosamente conto ogni giorno, ascoltando narrative sovraniste e attacchi di ogni tipo all’idea stessa d’integrazione europea, gira intorno alla risposta da dare a questi attacchi. In questo terzo cantiere ci chiediamo quali siano le narrative più appropriate, quelle che davvero infiammino di nuovo i cittadini con la lava delle passioni popolari per l’Europa evocata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel Manifesto di Ventotene. Di lava europeista ne abbiamo al momento poca in questo terzo cantiere. Forse, dicono alcuni di noi, perché non siamo chiari sulla finalità dell’integrazione: Stati Uniti d’Europa, Stato Europeo,… O, forse, prima una federazione leggera e poi vediamo. In ogni caso nel cantiere mancano narrative forti, sia sul fronte delle politiche economiche che su quelle dell’innovazione (sociale ed economica). Quale deve essere la nuova narrativa di contrasto ai sovranisti, e con quale visione per la traiettoria d’arrivo dell’UE?
In questo contributo partiamo dalla nonviolenza e ci mettiamo al lavoro nei tre cantieri descritti. Per noi la nonviolenza è sia una lente analitica per lo studio dei fatti che una lente normativa, nel senso che ci aiuta anche a giudicare i fatti, le istituzioni, gli assetti. Vediamo come funziona (sezione 2) e poi applichiamola nei nostri cantieri.

2. I concetti che ci servono
In questa sezione introduciamo i nostri concetti: partiamo dalla nonviolenza per arrivare alle nozioni di potere, cittadinanza, democrazia e narrativa che poi ci serviranno per costruire la nostra argomentazione.
Ci sono ovviamente tante diverse definizioni di nonviolenza e qui non stiamo facendo la rassegna della letteratura. Per noi basta dire che la nonviolenza è quella forza sprigionata da un’azione che non vuole creare danno. Attenzione anche a capire che non si tratta dell’opposto di violenza, o assenza di violenza fisica o strutturale. Altrimenti definiremmo il colore bianco come ‘il non-nero’ o ‘assenza di nero’. La nonviolenza ha proprietà che vanno oltre il rifiuto di usare la violenza. Anzi, in alcune circostanze è meglio usare la violenza fisica che essere codardi di fronte al male – lo stesso Gandhi più di una volta giustificò l’esigenza della violenza fisica, persino della guerra.
Il fatto è che esiste una relazione triadica fra violenza, codardia e nonviolenza. Se devi scegliere fra violenza o codardia, meglio la violenza. E che l’opposto della violenza, seguendo Hannah Arendt, è potere. In effetti, il significato di ahimsa come ‘forza’ (in alcuni saggi curati da Peter Ackermann e Jack Duvall si legge di ahimsa come the force more powerful) ci porta vicino alla nozione di potere, come potere di fare, di cambiare. Per questo si parla di forza sprigionata (unleashed): nella nonviolenza deve esserci un elemento creativo, che si sprigiona nella e dall’azione. La passività di chi rinuncia all’uso della forza fisica di fronte all’ingiustizia non ha questo attributo creativo. Quello che conta è il residuo operativo, in senso etico e spirituale, di ogni atto, il suo karma (Nagler, 2007: 311).
Con Gandhi questa forza, che è sempre esistita nei secoli, perfino ai tempi degli antichi romani, ha avuto un’evoluzione, complice il retaggio dell’illuminismo (questione di cui parleremo un’altra volta). Si tratta di evoluzione in prassi sociale e politica, come mostrato in Italia sia prima che subito dopo la seconda guerra mondiale dagli scritti e le opere di Aldo Capitini (Capitini, 1950; Capitini, 1999). Non stiamo qui, su questo sito di Radicali Italiani, a ricordare il contributo fondamentale di Marco Pannella e del suo Partito Radicale, e dei Radicali che nei decenni si sono impegnati in azioni nonviolente. Oggi, spesso, e, aggiungiamo noi, purtroppo, la nonviolenza viene vista come resistenza civile, come protesta. Insomma, la piazza piena di persone che s’indignano. Invece la nonviolenza di Gandhi e Capitini è prima di tutto un programma di costruzione (altro che protesta) che procede anzitutto dalla liberazione dell’individuo – e in questo ha quindi un carattere libertario, dato che partiamo dall’individuo a prescindere e spesso contro le ingiustizie delle leggi dello Stato. Dall’individuo poi la forza più potente (force more powerful) arriva alla società come prassi di autogoverno e responsabilità collettiva (swaraj) e al governare come qualità della cittadinanza attiva (sarvodaya o sviluppo di tutti).
La nonviolenza produce potere – la violenza no (seguendo e interpretando Arendt). Potere collettivo, ma spesso granulare: anche il potere di una persona sola. Uno che non solo dice ‘no’ ma inizia a fare con le sue azioni una proposta, a mostrare nella lotta il cambiamento che vuole raggiungere. Quando dagli individui si passa al sociale, troviamo il people power di Gene Sharp, da cui dipendono tutti i regimi, altrimenti saltano le condizioni minime di legittimità (Sharp, 1973).
Notare che in questa accezione sono i cittadini a dare potere al governo consentendo alle leggi di essere efficaci tramite l’obbedienza. Con la disobbedienza civile la delega al governo viene ritirata e messa in discussione. La cittadinanza come partecipazione e lotta per (e non contro) non è più uno status che le istituzioni graziosamente concedono. Essa diventa invece l’esercizio di potere dal basso, il modo sociale di calibrare il consenso, esercitare forme di auto-governo e rendere le istituzioni accountable ai cittadini. Il potere granulare e il people power sono precondizioni per un modo di fare democrazia dove la cittadinanza è una prassi, non uno status (Tully, 2008).
Sono queste pratiche che stanno alla base di una lente (analitica e normativa) nonviolenta per l’UE – siamo quindi molto lontani dalla teoria astratta e dall’ideologia. La nonviolenza aggiunge, non distrugge. Aggiunge qualità alla realtà così come la conosciamo. È quindi una fronesi (Baldoli, 2019), una saggezza pratica che non separa ciò che è da ciò che deve essere (Mantena, 2012a; Mantena, 2012b). In Europa, intesa come continente, abbiamo conosciuto tantissimi esempi di questa narrativa che nasce dentro la prassi, dalla lotta nonviolenta di cittadini contro il nazismo (anche tedeschi, anche austriaci) fino ai più recenti episodi dell’Ucraina di Euromaidan. Il problema è che le istituzioni europee non hanno mai reclamato questa storia, se la sono proprio persa, dimenticata, silenziata…. con qualche eccezione benemerita, come il rapporto Cappato del Parlamento Europeo, oramai di dieci anni fa full’ (European Parliament, 2008).

3. La questione del potere
Che si parli di migrazioni, governo dell’Eurozona o politica estera, gira e rigira si arriva sempre all’argomento che “l’UE non ha abbastanza potere”. Noi aggiungiamo che la questione è potere per fare che cosa? Per quali obiettivi? Allora, iniziamo col dire che troppo spesso questo argomento viene affrontato dall’ottica del potere militare. Ma anche immaginando una federazione per niente leggera, anche immaginando lo Stato Europeo, l’UE non arriverà mai ad avere il potere militare degli Stati Uniti o delle altre forze militari globali. E allora perché inseguire sempre questa chimera?
Non è solo una questione di vedere le cose tramite le lenti militari. Infatti, in questa sezione utilizziamo la nonviolenza per ribaltare tre classiche riduzioni del potere europeo: come potere militare, come potere istituzionale, come potere di distruggere. Intanto, il potere militare non ha la forza necessaria per affrontare la guerra ibrida, il nesso migrazioni-sicurezza, la democratizzazione dei paesi da cui vengono minacce militari all’UE. Anche restando in questo ambito limitato delle minacce alla sicurezza, la nonviolenza offre un repertorio vastissimo di tecniche e strategie ben conosciute e approfondite dalla letteratura anche dal lato empirico. Pensiamo agli studi sulla lotta nonviolenta all’ISIS (Braley and Popovic, 2015; Popovic and Mimoun, 2016; Stephan, 2015), all’impegno della Lituania di appoggiare la disobbedienza civile come tecnica di difesa nazionale (Miniotaite, 1996; Bartkowski, 2015), ai test empirici sull’efficacia della nonviolenza nei processi di democratizzazione fatti su un ampio tessuto di dati comparati (Chenoweth and Stephan, 2011).
Le radici di questo potere della nonviolenza stanno nella qualità delle relazioni sociali e politiche fra i cittadini impegnati nella lotta. Gli studi empirici ci ricordano che il potere, diversamente da quello della concezione militare classica, non è un’entità quasi fisica che possa essere presa, controllata, rubata, nascosta, tenuta dentro il palazzo o le guarnigioni. Il potere viene costruito e gestito nelle relazioni, nella pratica sociale (Atack, 2012).
E allora, chi sta alla base di questa pratica sociale? Veniamo alla seconda riduzione: quella del potere come qualità delle istituzioni. Infatti ci lamentiamo sempre che l’UE non ha il potere di fare questo o quell’intervento, o, in versione leggermente più sofisticata, parliamo del potere o stra-potere del Consiglio Europeo, di cosa potrebbe fare il Parlamento Europeo se avesse questo o quel potere, di come la Commissione abbia o non abbia bisogno di una certa competenza. In un modo o nell’altro, siamo sempre dentro la gabbia mentale del potere delle istituzioni.
Non vogliamo dire che il potere istituzionale è irrilevante. Tutt’altro. Vogliamo semplicemente capire dove stiano le radici del potere. Qui ci aiuta un grande pensatore dell’integrazione europea, Duchêne, con la sua idea di Europa unita come potere civile (Duchêne, 1973). Ma anche per lui il potere civile è comunque potere delle istituzioni europee – per andare oltre la forza militare, ma sempre con le istituzioni al centro. Dobbiamo invece costruire sull’aggettivo ‘civile’ di questo civilian power. Vale a dire: non cosa le istituzioni europee possono fare per i cittadini, ma cosa i cittadini fanno per difendere se stessi e rappresentare con le loro azioni l’UE nel mondo.
La nonviolenza qui ci aiuta con l’idea che civile significa ‘non-dello-Stato’ (Tewes, 2001). Ian Manners parla di potere normativo dell’UE, riferendosi alle norme e ai valori – in contrapposizione al potere militare. Benissimo: con la precisazione che il potere normativo degli europei nasce dalle pratiche nonviolente dei suoi cittadini, non viene fabbricato dalle istituzioni (Manners, 2002). È il cittadino che ha il numero primo del potere: quello di dire di no, di disobbedire. È il cittadino che consente alle istituzioni di governare. Ora, anche fra chi si occupa di nonviolenza, il problema è che questo potere viene visto spesso e volentieri come resistenza, come protesta. Per parlare di potere civile dentro l’UE dobbiamo passare invece al potere dei cittadini di costruire – infatti per Gandhi nonviolenza e constructive programme erano in simbiosi.
I cittadini possono scardinare governi autoritari con la nonviolenza. Di questo ne abbiamo prova. Tuttavia, la sfida dell’UE di oggi è un’altra: quella di usare il potere della prassi nonviolenta per mostrare come una governance diversa possa emergere gradualmente, dal basso, e poi salire fino al momento del cambiamento delle istituzioni e al loro controllo. Ecco che in questo modo le istituzioni ci sono sempre, ma alla fine del processo, non all’inizio. Invece che chiedersi quanto potere debba avere questa o quella Unione che abbiamo di fronte, o quella istituzione comunitaria invece di quell’altra, iniziamo a pensare alle fondamenta nonviolente di queste istituzioni, a come farle emergere dalla prassi della cittadinanza.
Con questo arriviamo anche alla terza riduzione: il potere ridotto alla distruzione. Con la nonviolenza il potere diventa invece potere di costruire. Oggi nella UE dobbiamo riprendere a costruire, a creare valore, ad aggiungere – per Capitini infatti la nonviolenza era un’aggiunta (religiosa, nel suo caso) alla vita politica attiva. Se la nonviolenza aggiunge, non può essere distruttiva, deve invece far motivare i cittadini a passare dall’apatia alla liberazione. Di se stessi, prima di tutto.
Questa ‘aggiunta Capitiniana’ non deve essere finalizzata a una forma istituzionale prefissata, come lo Stato Europeo o gli Stati Uniti d’Europa. Nell’ottica della nonviolenza più che la forma istituzionale contano le capacità di auto-governo o swaraj (Gandhi, 1997; Parel, 2016). Governance significa imparare a governare se stessi come individui e collettività – a liberarsi non tanto dalle minacce esterne ma dai nostri limiti e impedimenti interni. Il disegno istituzionale parte da queste pre-condizioni sociali, dall’esperienza del potere fatta dall’individuo e dalle comunità nella loro prassi nonviolenta. Questa era poi secondo noi la visione di François Mitterrand quando al Parlamento Europeo, il 17 Gennaio 1995, parlò di liberazione degli europei dal loro passato, dalla loro storia, dai loro pregiudizi, con il famoso finale “Il Nazionalismo è Guerra!”.

4. Quale democratizzazione dell’Unione Europea?
Il secondo grande cantiere aperto, dopo quello del potere, ci pare sia quello della democrazia. Si sono spesi fiumi d’inchiostro sul deficit democratico dell’UE, per cui diamo per scontato che siamo tutti insoddisfatti del gradiente democratico attuale. In più abbiamo anche le minacce alla democrazia nei Paesi Membri, che ovviamente sono fonte di grande preoccupazione! Perché andiamo indietro invece che avanti, se già l’UE soffre di deficit democratico e poi ci mettiamo il carico della deriva anti-democratica a livello nazionale (Kelemen and Blauberger, 2017). Per quanto riguarda l’UE in particolare, il tema del deficit democratico viene di solito affrontato in base al problema della mancanza di un demos europeo, o secondo altri in base alla possibile demo(i)crazia, quindi una UE di tanti diversi demoi.
Possiamo fare chiarezza se, come auspichiamo noi, prendiamo di nuovo in mano la nonviolenza come lente analitica e normativa. Dentro questa lente, il potere dei cittadini europei è potenzialmente immenso proprio perché essi sono diversi. Mantenere l’autonomia dei cittadini europei e delle loro differenze è proprio una delle risorse del civilian power di cui stavamo parlando prima. Ora, l’aggiunta nonviolenta ci pare sia la seguente: come far sì che i cittadini europei possano al meglio essere diversi non uno contro l’altro, ma diversi l’uno per l’altro. Questo ci rimanda al tipo di prassi; cioè alla domanda se la prassi è orientata verso un residuo normativo ed etico consapevole della responsabilità di non arrecare danno (di nuovo ahimsa e il suo karma). Oppure no.
Ad ogni modo, per un’UE nonviolenta il problema del singolo demos non si pone proprio, il che ci pare un gran risultato, almeno iniziale. Anzi, non serve neppure una pre-esistente comunità politica con la sua cultura, il suo linguaggio e le sue tradizioni. Neppure le stesse istituzioni politiche a livello degli Stati Membri, federali o unitarie. Allo stesso tempo, è proprio con la prassi nonviolenta che le relazioni fra i diversi demoi cambiano, si evolvono, avvicinandosi ma senza aver bisogno di una Dottrina o Ideologia che le uniformi.
La prassi nonviolenta, con la disobbedienza civile e le sue tecniche, definisce nel concreto la qualità della democrazia. In un certo senso, la disobbedienza civile fornisce la cartina di tornasole per garantire che la qualità della democrazia non si abbassi oltre certi livelli. Dopo tutto, per il teorico della giustizia John Rawls la disobbedienza civile era o non era un meccanismo di stabilizzazione della costituzione vivente in un regime politico (Rawls, 1971: 383)? Una questione sulla quale dovremmo impegnarci è allora capire se dentro l’UE esistano dei modi responsabili per i governi degli Stati Membri di esercitare la nonviolenza (nel senso di responsabilità di non creare danno nel senso di ahimsa) (White, 2017).
Il collante che offre la nonviolenza (non dottrinario, orientato alla prassi, basato su un potere affidato alle istituzioni ma sempre controllabile e revocabile, anche caso per caso) fornisce un significato nuovo a quella cittadinanza europea che abbiamo introdotto con il Trattato di Amsterdam del 1997, per poi essenzialmente dimenticarcene. Dobbiamo prefigurare la cittadinanza democratica dell’UE non solo come un sistema giuridico, essenzialmente uno status legale, ma come un sistema di diritti ancorati alla prassi. Un sistema rispettoso della diversità (Tully, 2008) e orientato al sarvodaya – che per Gandhi era ‘lo sviluppo (o il benessere) per tutti’. Quindi il deficit democratico visto nell’ottica nonviolenta non è (solo) un deficit di diritti, ma soprattutto un deficit di pratiche.
Quest’ultima argomentazione e quello che abbiamo detto del sarvodaya ci portano di nuovo ad Aldo Capitini. In primo luogo, per il suo esempio dei Centri di Orientamento Sociale come esperienza di cittadinanza attiva, inclusiva e quando necessario di aggiunta critica alla vita istituzionale – non, il punto ci pare importantissimo, di loro sostituzione. In secondo luogo, Capitini ci ricorda che la vita democratica deve essere orientata alla omni-crazia, al potere di tutti. Questo arriva ancora una volta dalla capacità di auto-governo e di controllo-monitoraggio-aggiunta alla vita istituzionale, non da una concessione dei Trattati. Per Capitini è la prassi che genera il potere di ognuno e di tutti, quello della società (e per Capitini della religione) infinitamente aperta (Capitini, 1999; Baldoli, 2019).

5. E la narrativa?
Il terzo cantiere ci porta alla questione del telos ovvero la finalità dell’integrazione europea. In fondo questa terza grande questione è quella delle narrative causa-effetto che risuonino nella mente e nei cuori dei cittadini europei e delle élites come progetti storici per cui valga la pena impegnarsi.
Partiamo da un assunto che in scienza politica viene considerato assai robusto. L’UE nella sua evoluzione storica ed istituzionale può essere tutto ma non un grande Stato. Non ha poteri di tassazione e di spesa pubblica minimamente compatibili con quelli che hanno permesso agli Stati occidentali di emergere nel corso della storia. Seguendo GianDomenico Majone, ogni lettura stato-morfica dell’UE è un errore proprio di metodo, non di interpretazione (Majone, 1996): non possiamo attribuire all’UE gli stessi attributi dei suoi componenti. Una somma di 27 Stati non fa un grande Stato, almeno non nel caso storico dell’UE.
Per la nonviolenza questo punto di partenza non fa problemi. Infatti la UE nonviolenta che proponiamo non è stato-morfica proprio perché assolutamente non replica le assunzioni circa la storia, la cultura, la religione, la presenza di un demos che sono tipiche della formazione delle Stato-Nazione occidentale.
Dopodiché, cosa facciamo con la narrativa? Le narrative hanno due elementi: uno strutturale-istituzionale. L’altro è quello delle identità. Cominciamo dalla parte strutturale.
Un errore sarebbe quello di pensare ancora una volta alla parte strutturale della narrativa europea come progetto di pace (Birchfield et al., 2017). Studio dopo studio, ci siamo persuasi che questa del progetto di pace è stata un’ottima narrativa in un certo periodo storico. Oggi non è sbagliata (anzi) ma non basta più per far scattare la lava spinelliana delle passioni per l’Europa – basta leggere la letteratura sul tema (Manners and Murray, 2016).
Per noi, la narrativa nonviolenta dell’UE deve tener conto del progetto di pace, e arricchirsi come progetto di liberazione nonviolenta dai regimi autoritari (vedi allargamento a Est, vedi deriva anti-democratica negli Stati Membri) e di stabilizzazione del conflitto nel suo vicinato (leggere bene la lezione dell’ex-Jugoslavia e dell’Ucraina). Deve essere una narrativa di democratizzazione delle democrazie (vedi quanto detto sopra su potere, cittadinanza e democrazia).
Ma – qui sta il punto – la nonviolenza non contiene un telos. La nonviolenza è senza forma quando si arriva alla finalità istituzionale dell’UE. Non dice ‘Stati Uniti d’Europa’. Non perché sia contraria. Ma perché non è questo il punto. Semmai il punto ci ricorda quei ‘federalisti integrali’ che sognavano un’Europa di comunità auto-governate ma integrate. Leggendo Thomas Diez (1997), impariamo come secondo i federalisti integrali del Congresso dell’Aia del 1948 si potesse pensare a una politica estera comune partendo proprio da una forte autonomia delle comunità costituenti l’istituzione europea. Si trattava però di un orizzonte politico connesso con pratiche quotidiane di cittadinanza, non di un modello deterministico di telos e finalité. Ci piace ricordare che Diez contrappone proprio l’orizzonte al telos.
Su questo aspetto la nonviolenza dice molto meno di tutti i progetti e le narrative federaliste – da Spinelli in poi. Ma – vi chiediamo – come la vedreste se la nonviolenza dicesse di meno e facesse di più? Per capirlo guardiamo alla questione dell’identità. Cosa vuole dire identità europea? Intanto l’Europa nonviolenta non passa dai disegni elitari, ma dalla prassi dei cittadini. Semmai le istituzioni dovrebbero cominciare ad educare gli europei a pensare alle figure rappresentative di questa identità: tanto per capirci, i nomi sono quelli di Capitini, Havel, Kelly, Jagerstetter, Langer, Palach, Pannella, Walesa, e Don Tonino Bello. E di sicuro tanti altri che starebbero bene in questa lista.
Inoltre, l’identità europea nonviolenta si basa su un orientamento ai mezzi piuttosto che ai fini. Non scopri la tua identità pensando a questa o quella finalità. La scopri facendo delle lotte, dando la tua aggiunta alla politica, alla vita istituzionale, alla comunità. I mezzi della nonviolenza creano i loro fini, non li prefigurano in anticipo (Mantena, 2012a). È attraverso un atto di cambiamento che la nonviolenza esprime, incarna, illustra e costruisce il possibile fine dell’azione. Per Gandhi l’esperienza di auto-governo o swaraj non era tanto per avere l’indipendenza dal Regno Unito. Era un atto di trasformazione individuale, un’esperienza di governance che portava al punto di rendere il dominio coloniale di fatto irrilevante nella vita dei cittadini Indiani. Questo processo di cambiamento individuale e collettivo non poteva essere garantito dagli Inglesi o da nessun’altra istituzione. Impegnarsi per swaraj è, in effetti, già swaraj. Questo ci porta a concludere che la narrativa nonviolenta ha molto più da dire sul fronte del cambiamento e di come lo di produce che sul fine ultimo di questo cambiamento.

6. Conclusione
Abbiamo mostrato come la nonviolenza può utilmente farci lavorare nei tre cantieri aperti, le tre grandi questioni del potere, del deficit democratico e della narrativa. Abbiamo solo dato una breve raffigurazione di come lavorare, e ci rendiamo conto dei limiti del nostro esercizio. Tutto quello di cui vogliamo convincere i nostri lettori è che vale la pena continuare a lavorare sul tema della nonviolenza nel processo di integrazione europea – con la nostra e certamente anche con altre prospettive nonviolente, se si crede. Forse tutto quello che abbiamo detto sulla prassi, anche se si avverasse domani mattina, non necessariamente potrebbe generare frutti di integrazione. Potremmo avere più impegno, qualche esempio di auto-governo, potere civile, liberazione individuale ma senza accompagnamento istituzionale – per questo serve l’impegno di movimenti come Radicali Italiani e di partiti come Più Europa. Potremmo aver sottostimato il potenziale di resistenza e inerzia istituzionale e politica che dentro l’UE frena la nonviolenza.
Tutto quello che diciamo è che vale la pena provarci. Se non ci proviamo noi, chi altri? E poi questo non è un progetto che richiede chissà quale aumento del budget UE e quale nuovo Trattato o conferenza intergovernativa. Come dice Diez, si tratta di un orizzonte, non di un telos. Richiede e si affida al potenziale di mobilitazione dei cittadini e della loro ricerca spontanea di democrazia, qualità della governance e cambiamento. Per noi è un orizzonte di dialogo, di ricerca e di impegno con le persone, dopo tante astrazioni di analisi istituzionale che abbiamo visto in scienza politica e nella teoria della democrazia.

Nota – Questo contributo riprende in breve alcuni dei temi di un saggio in lingua inglese di Baldoli e Radaelli in via di pubblicazione su Journal of Common Market Studies dal titolo What’s Nonviolence to do with the European Union? Il volume di Baldoli su Reconstructing Nonviolence è già ora disponibile in libreria e sui siti internet.

Riferimenti bibliografici
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