Verso una “Europa Repubblica”

di Marco Ferraro

Nella relazione di apertura dei lavori di questa Commissione dedicata all’Europa, il presidente Marco De Andreis pone una provocatoria domanda, anzi un dilemma: difendere l’Europa che c’è o lottare per una federale?

La scelta fra – da un lato – difendere una Europa possibile e quindi una Europa reale, oppure – dall’altro lato – lottare per una Europa federale non è un dilemma politico che affrontiamo solo oggi. Se ci guardiamo indietro credo che possiamo notare come nei decenni passati chi stava dalla parte di una Europa federale abbia dovuto fare i conti con questo dilemma innumerevoli volte. Penso ai casi più eclatanti: i trattati europei e i seguenti referendum. Negli ultimi venticinque anni non c’è stata proposta di trattato europeo (Maastricht, Lisbona…) che dopo avere suscitato iniziali entusiasmi federalisti non abbia poi riservato una amara sorpresa, continuando a riproporre una Europa basata sul metodo inter-governativo. In tutti quei frangenti, i federalisti europei hanno fronteggiato questo stesso dilemma: dire di sì all’Europa possibile o lottare per l’Europa desiderata?

Per provare a dare una risposta a questo dilemma credo che sia necessario partire da alcune considerazioni sulla situazione (l’anti-europeismo) in cui le nostre società europee sono finite.

Ci troviamo a vivere in società – quella Italiana in primis – in cui l’umore comune è passato nel giro di due decenni da un diffuso europeismo a un deciso antieuropeismo: detto con un esempio, le strade e le piazze delle nostre città sono piene di Bar, Cinema, Pizzerie chiamate “Europa”… attività commerciali nominate così diversi anni or sono, quando ancora “Europa” nel sentire comune era associato a valori positivi. Mentre oggi sarebbe un commerciante molto propenso al rischio quello che aprisse un “Bar Europa”…

Questo cambiamento è ben noto nella scienza politica come il passaggio da un “consenso permissivo” ad un “dissenso limitante” nei confronti del tema dell’unificazione europea: fino agli anni ’90 qualunque progetto proposto dalle élite politiche nel solco europeista veniva placidamente accettato dai popoli europei. Ora quella tranquilla accettazione si è trasformata in una ostinata avversione.

Due conseguenze ne derivano: la prima, che il fine europeo-federalista non si scontra più solamente con lo scoglio dei governi nazionali, da sempre gelosi custodi della loro sovranità, ma deve ora anche saper ri-conquistare all’unità europea i popoli d’Europa. Il secondo punto è statistico ed è valido specie in un paese come l’Italia che fino a non molti anni fa mostrava altissime percentuali di sostegno popolare per l’integrazione europea: quando oggi siamo in compagnia di un populista o di un nazionalista è molto facile che la persona con cui ci troviamo sia in realtà un europeista deluso o amareggiato.

E qui vorrei venire alla parte più strettamente politica del mio intervento. Non credo che chi propone l’unità d’Europa, e noi come Radicali, possiamo continuare la nostra proposta di federalismo europeo nello stesso modo in cui abbiamo sempre fatto, a dispetto di questo importantissimo cambiamento di contesto che è avvenuto.

Il dilemma della difesa dell’Europa che c’è o della lotta per una Europa sognata e federale non può continuare a risolversi per noi radicali e federalisti solo in una assunzione di responsabilità a difesa dell’esistente, cui consegue poi nella percezione popolare che Unione Europea e federalismo europeo sono percepite come la stessa cosa. Dobbiamo riuscire, mentre difendiamo la Ue dagli attacchi dei nazionalisti, a comunicare meglio (e a elaborare meglio) la nostra idea di Europa desiderata, l’Europa unita.

L’aumento del sentimento anti-europeo negli ultimi anni dipende senz’altro da fattori strutturali ma – io credo – è stato anche facilitato (o non contrastato) da fattori strettamente politici, ossia dal fatto che l’insoddisfazione popolare nei confronti dell’Europa esistente, dei suoi ritardi, della sua assenza, ha trovato come unici rappresentanti partiti politici anti-europeisti che hanno preso voti di europeisti delusi e li hanno trasformati in voti di nazionalisti convertiti. Immagino che sia esperienza comune quella di condurre una conversazione con un elettore del M5S/Lega che inizia dicendovi “Io sono a favore di una Europa unita davvero, però…”.

E quindi come aggirare questo dilemma (senza smarrirci per strada)? Io credo che dovremo riuscire a unire senso di responsabilità (quello che ci deve portare a difendere l’Unione Europea – anche se non è l’Europa federale, né tantomeno “l’Europa” tout court, ma è l’Europa che abbiamo), a un nuovo modo di formulare e comunicare la nostra proposta politica di Unità europea.

Con questo intendo dire che non credo che siamo stati in grado di comunicare l’unità d’Europa come avremmo dovuto, e questo forse per un certo conservatorismo e ortodossia concettuale che ha tenuto chiusa la proposta sugli stessi temi e sulle stesse parole chiave. Per esempio, il metodo funzionalista introdotto dai padri fondatori della Comunità europea pare che sia arrivato veramente alla fine della sua utilità politica: dopo sessant’anni l’Europa ha una governance molto complessa, mentre ancora le manca un governo.

Abbiamo quindi dopo molti decenni di lotte federaliste l’Unione Europea. La mancanza di riconoscibilità di cosa sia l’UE, agli occhi di molti italiani ed europei, è il limite che impedisce lo svilupparsi di un sentimento di identificazione e appartenenza a questa comunità politica. Come indicato nella relazione di apertura, i cospicui sussidi elargiti dalla Ue a categorie di cittadini o regioni non hanno prodotto un sentimento di identificazione con l’Europa ma al contrario un rigetto della stessa. Parte della spiegazione dipende anche dal fatto che l’Unione Europea non instaura rapporti diretti con i cittadini (agricoltori, residenti di aree depresse, ecc.) ma tramite l’intermediazione degli Stati nazionali. L’assenza della Ue dalle funzioni gelosamente presidiate dagli Stati nazionali e di un rapporto diretto coi cittadini ne determina la percezione popolare come un’entità distante, astratta, situata in una remota “Bruxelles” e diretta da funzionari sconosciuti.

La complessità già accennata della governance europea è tale che la comprensione del suo funzionamento è ben al di là delle conoscenze di molti concittadini ed è indicativo il fatto che una disciplina accademica apposita, gli “studi europei”, si sia sviluppata nelle università del continente per poter descrivere questo sistema ibrido fra una confederazione e una organizzazione internazionale.

Non deve stupire quindi che, se tutto ciò che il vecchio continente riesce a proporre come traguardo ideale per i cittadini europei alle prese con i problemi della globalizzazione sia la vaghezza quasi metafisica della “Ever Closer Union”, le parole chiare dette dai nazional-populisti sembrino riconoscibili e suadenti anche per molti che nazional-populisti magari non sarebbero. Post-modernità e governance contro modernità e sovranità.

La proposta che faccio ai compagni radicali è che ci serve sviluppare un nuovo linguaggio per ricominciare a proporre l’Unità d’Europa oggi, in un modo che sia comprensibile ai cittadini italiani e europei. Un modo che sia magari ideale e non di immediata realizzazione, ma che almeno abbia il pregio della chiarezza, e che faccia capire – mentre siamo impegnati a difendere quella conquista di benessere che è l’Unione Europea – che vogliamo veramente un’altra cosa: uno stato europeo.

Sì uno stato europeo. Vorrei prendere consapevolmente le distanze da un’espressione usata di sovente fra radicali: “federazione leggera”. L’aggettivo dovrebbe – credo – servire a tranquillizzare i timorosi, ma il fatto è che è proprio questa leggerezza che spaventa. Nel mondo globale. Nell’Europa impalpabile. Assente.

Più o meno leggeri, Stati Uniti, Svizzera, Belgio, sono stati. Ne hanno gli attributi, le funzioni, i simboli. Costituiscono una comunità di riferimento per i cittadini che vi abitano. Dobbiamo poter spiegare che come radicali e federalisti europei vogliamo creare una cosa precisa, uno stato, che rappresenti la comunità politica degli europei.

Usiamo questa parola, stato europeo, spostiamo il discorso sul nostro terreno, invece che andare su quello dei nazionalisti e trovarci in difesa. Poi, dopo, ci sarà modo di argomentare che si tratta di stato federale, molto decentrato. Ma senza avere paura di dare scandalo.

Un’altra parola è sovranità: negli ultimi anni in alcuni articoli a tema federalista e anche in alcuni interventi di compagni radicali si è parlato di “sovranità europea”: è molto opportuno che lo si faccia, ma siamo arrivati tardi, abbiamo lasciato che il leader della Lega si impossessasse di questa parola, sovranità, mentre avremmo potuto – e dovuto – impostare noi e prima di lui un discorso sulla sovranità europea (e ora siamo necessariamente alla rincorsa). Anche perché la sovranità è quella caratteristica di un ordinamento cui si ricollega un’altra parola chiave, “cittadinanza”, anche qui da declinare in chiave europea: una cittadinanza europea vera, piena, autonoma dalle cittadinanze nazionali. Che dipende dalla creazione di una sovranità europea.

A riguardo, vorrei anche ricordare che negli ultimi anni da più parti è stata fatta la proposta di tagliare il nodo di Gordio della questione dei flussi migratori attribuendo agli immigrati una “cittadinanza europea” (autonoma da quella degli stati membri). Eccellente proposta (che i radicali dovrebbero sostenere come obiettivo ideale), la cui realizzabilità a oggi è ancora dipendente dalla creazione di una sovranità europea.

Il fine del progetto europeista sarà comunicato in modo molto chiaro: la creazione di uno stato europeo, il contrario della vaghezza della “unione sempre più stretta” che la Ue si prefigge. Una cornice statuale europea che garantisca ai cittadini europei in quanto tali i loro diritti, tuteli le loro diversità, fornisca a ciascuno alcuni beni pubblici e sia retto sulla sovranità popolare esercitata a livello paneuropeo. Si tratterebbe davvero di una “Repubblica europea”: un grande spazio di libertà paneuropeo.

Questi ragionamenti hanno una rilevanza politica, al di fuori del tollerante e amichevole ambito di questo Congresso? Io sono convinto di sì, perché di Europa si continuerà a parlare quotidianamente nel dibattito politico italiano. Non saremo noi a scegliere di poterne non parlare o di parlare d’altro, perché i nazional-populisti in tutta Europa hanno ormai politicizzato il tema dell’Europa.

È importante quindi che noi radicali sviluppiamo un discorso di unità europea in modo anche critico, e – come spero di aver giustificato nelle righe qui sopra – anche dotandoci di un nuovo linguaggio e di nuovi concetti. Nella nostra “cassetta degli attrezzi” concettuale dobbiamo avere sia gli strumenti per comunicare le ragioni della difesa della Ue, sia gli utensili per proporre con chiarezza una “Europa unita” come traguardo ideale.

Mi auguro anche che riusciremo a organizzare e condurre campagne e forme di attivismo transnazionale attraverso l’Europa, per comunicare con le nostre azioni il senso di questo impegno paneuropeo. Verso la “Repubblica europea”.

Grazie.

 

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