Punire

di Antonella Soldo

Da pochi giorni è uscito in Italia, per Feltrinelli, un libro scritto un anno fa da un antropologo e sociologo francese, Didier Fassin, i cui contenuti sono particolarmente interessanti per questa commissione. Il titolo è “Punire” e, infatti si tratta un’indagine su un fenomeno per noi radicali noto, ma in generale poco dibattuto: nell’ultimo decennio si è registrata una impennata delle forme di repressione. Sono stati introdotti nuovi reati, le infrazioni vengono punite con maggiore severità, le pene in reclusione sono più frequenti e più lunghe, così come più intenso è il ricorso alla detenzione in attesa di giudizio. Più sinteticamente: ci sono più persone detenute in carcere o sottoposte ad altre forme di privazione o limitazione della libertà.

E questo non ha alcuna correlazione con un incremento della criminalità e della delinquenza. Anzi. Questa “era del castigo”, come la chiama Didier, getta le sue basi già negli anni Settanta e Ottanta, riguarda tutti i continenti, ma in particolare interessa quello europeo e quello americano. In Europa solo i paesi scandinavi hanno mantenuto un tasso d’incarcerazione basso e, con l’eccezione di Germania, Portogallo e Paesi Bassi –  che dal 2005 hanno fatto registrare una diminuzione significativa – il numero di persone in carcere ha continuato ad aumentare dappertutto. Il picco, manco a dirlo, è in Italia: più 180% negli ultimi quarant’anni. Negli Stati uniti le persone recluse nelle carceri federali erano circa 200mila nel 1970. Oggi sono circa 7milioni: un ruolo fondamentale lo ha giocato la guerra alla droga e la criminalizzazione ha coinvolto prevalentemente maschi neri.

Secondo Didier la spiegazione di questa pulsione punitiva è da ricercare nella combinazione di due elementi, uno culturale – la crescente intolleranza della società verso comportamenti di illegalità o devianza – e l’altro politico – il populismo penale dellè elite al governo che agitano ansie e paure.

È interessante che parli di élite poiché molto spesso provvedimenti criminogeni vengono presentati come provvedimenti a tutela del popolo. E invece come argomenta l’antropologo francese molto spesso le scelte politiche selezionano chi deve essere punito, circoscrivendo le categorie e fasce sociali da colpire. Una maggiore severità, infatti, porta molto spesso a una maggiore diseguaglianza. E questo si rileva in modo nettissimo nella lotta alla droga.

Didier fa l’esempio della Francia, che è il paese che ovviamente conosce meglio. Qui è tutt’ora in vigore una legislazione che punisce con il carcere addirittura i consumatori. L’autore spiega come il 90% degli arresti per uso di droghe sia riconducibile all’uso di cannabis. Dal 1970 – data in cui è stata introdotta la legge sulle droghe, sulla scia di quello che avveniva negli Stati Uniti con la War on drugs –  il numero di fermi per infrazioni alle leggi sugli stupefacenti viene moltiplicato per 60: e raggiunge oggi i 160mila casi ogni anno. Ciò che è interessante però è che all’inizio il legislatore fosse preoccupato soprattutto dal narcotraffico e dal consumo delle sostanze stupefacenti più pesanti, come l’eroina e la cocaina.

Oggi la situazione appare totalmente ribaltata l’uso semplice è punito il doppio rispetto al traffico, e – come detto – riguarda soprattutto la cannabis. Anche in Italia possiamo denunciare come la tendenza alla criminalizzazione verso i consumatori e i piccoli spacciatori di cannabis sia di gran lunga più forte della lotta ai grandi narcotrafficanti.

Secondo Didier questo è un paradosso ma fino a un certo punto: perché quando la politica sceglie di orientare il proprio apparato repressivo verso una pratica così ordinaria come il consumo della cannabis vuol dire che sta facendo una scelta precisa. Vuol dire che sta decidendo attraverso una repressione selettiva anche le fasce di popolazione da esporre a una una differenziazione sociale. Nel caso della Francia (ma anche qui, i dati si assomigliano in tutt’Europa) i bersagli sono i giovani dei quartieri popolari di origine immigrata che poco per volta hanno preso il posto dei giovani bianchi di classe medio-alta coinvolti negli anni 70 dalla fenomeno della tossicodipendenza.

Per dirla con Michel Foucault  “i castighi non sono destinati a sopprimere le infrazioni, ma piuttosto a distinguerle, distribuirle e utilizzarle. Mirano non tanto a rendere docili coloro che sono pronti a violare le leggi ma tendono a organizzare le trasgressioni delle leggi in una tattica generale di assoggettamento”. Il fallimento della lotta alla droga nonostante la repressione e il suo focalizzarsi su determinate fasce di popolazione sembrerebbe  convalidare queste ipotesi.

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