Ritiro dei contingente militare italiano in Afghanistan

di Michele Usuelli

Nelle province di Kabul e del Panshir ho lasciato alcuni tra i medici e gli infermieri più talentuosi che abbia mai conosciuto. Ho lasciato amici che hanno scelto di rimanere in Afghanistan, di resistere o di morire nella propria terra; alcuni altri si sono poi trasferiti con un visto umanitario, ma non passa giorno che il senso di colpa o la nostalgia per quelle montagne li lasci in pace.

All’indomani delle elezioni del 20 e 21 ottobre, dove la metà degli 8.8 milioni di afgani aventi diritto a votare ha deciso di sfidare la paura dei 193 attentati nei pressi dei seggi elettorali e di recarsi alle urne. 67 di questi sono deceduti e 120 sono rimasti feriti nell’intendo di esercitare il diritto ad esprimere il voto, il diritto inalienabile dei cittadini alla democrazia rappresentativa. La Shura talebana di Quetta duella con il debole Governo di Kabul facendo strage del suo popolo, facendo strage di diritto. Ciononostante finisce per perdere perché il desiderio di riappropriarsi della sovranità di cittadini è più forte rispetto al timore di finire in brandelli per le strade del Paese, vittime di un’autobomba costruita dai talebani con il preciso intendo di annientare la democrazia. Gli amici afgani che vivono da espatriati hanno pianto e sorriso nei giorni delle elezioni, con la fierezza che li contraddistingue, per l’emozione di una rivoluzione silenziosa. Perché è così che sono gli afgani, fieri e testardi, pronti a resistere anche in silenzio fino al giorno in cui l’ultimo dei veti talebani non decadrà.

Gli Italiani hanno una grande responsabilità nei confronti degli afgani, essendo il nostro contingente militare a Herat tra i più grandi del Paese, e questa responsabilità non può fermarsi alle attività di formazione e consulenza fornita alla polizia afgana nel contesto della missione NATO Resolute Support. Anzi, è proprio questo il punto: è arrivato i momento di lasciare che le forze di sicurezza afgane prendano il pieno controllo delle operazioni militari ed investigative perché fare empowerment delle forze locali non vuol dire controllare una parte del Paese. Gli afgani sono finalmente pronti a gestire la risoluzione del conflitto: il compromesso tra attori internazionali, islamisti, clan tribali e parlamentari è sempre più vicino. L’ultima responsabilità demandata agli italiani è quella di favorire il processo di pacificazione ed il ritiro del contingente militare dal Paese può essere il primo esercizio di tutela di una democrazia rappresentativa pagata con il sangue. La Cina e gli Stati Uniti, promotori dei negoziati di Kabul, hanno già espresso in passato l’intenzione di procedere con una progressiva riduzione del loro contingente militare. Le Shure vicine a Haibatullah Akhundzada, leader talebano che più spinge verso gli accordi di pace, hanno partecipato ai negoziati, nonché rispettato i tre giorni di cessate il fuoco promosso dal Presidente Ashraf Ghana in occasione delle festività di Eid Fitr. Una tregua che si aspettava dal 2001, da quando l’amministrazione Bush ha invaso il Paese in rappresaglia all’attentato di Al Qaeda del 09/11.

A uno degli scorsi comitati ho presentato una raccomandazione che impegna Radicali Italiani a prodigarsi per il ritiro del contingente militare in Afghanistan, proposta che troverebbe l’appoggio parlamentare di Liberi e Uguali e del Movimento Cinque Stelle. Abbiamo gli argomenti e una storia antimilitarista per prodigarci affinché una campagna nata in seno a Radicali Italiani diventi una priorità nell’agenda di Governo. Non si tratta solo di ridare dignità al popolo afgano, ma di chiedere conto delle scelte geopolitiche del Parlamento Italiano degli ultimi due decenni; di contribuire a porre fine a un conflitto che ha provocato almeno 35.000 vittime tra i civili afgani per poi azionare, finalmente, le giurisdizioni internazionali che dovranno accertare le responsabilità dei massacri compiuti da Al Qaeda, ISIS e dalle forze statunitensi a partire dall’Operazione Enduring Freedom, delle torture praticate nel Camp X-Ray della prigione di Guantanamo e di tutte le violazioni della Convenzione di Ginevra.

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