Un Partito nuovo, un nuovo partito? Radicali italiani e nascita di +Europa…

di Roberto Cicciomessere

 

Introduzione

Sottopongo, per facilitare la discussione in questa commissione, alcune considerazioni sui problemi statutari connessi al divieto di presentazione alle competizioni elettorali con il proprio simbolo e allo sviluppo di +Europa come nuovo soggetto politico e sulle conseguenze politiche delle decisioni che dovremo assumere al congresso – partito nuovo o nuovo partito – ovviamente condizionate dalle mie opinioni che certamente non pretendo che siano condivise da tutti.

Le modifiche statutarie eventualmente proposte saranno maggiormente apprezzabili se finalizzate ad aumentare l’efficienzadella nostra organizzazione, la sua democraticità, trasparenzae soprattutto la sua efficaciache, nel nostro momento storico, corrisponde alla sua capacità di contribuire in modo significativo a contrastare l’affermazione dei populisti e sovranisti e la trasformazione del nostro sistema politico in una democrazia illiberale.

 

Radicali italiani non può presentarsi alle competizioni elettorali con il proprio simbolo: venute meno tutte le ragioni politiche del divieto

Art. 1, quarto comma: “Radicali Italiani in quanto tale e con il proprio simbolo non si presenta a competizioni elettorali

L’auto-divieto di Radicali italiani a presentarsi nelle competizioni elettorali “in quanto tale e con il proprio simbolo”, approvato dall’XI congresso del novembre 2012, trova una giustificazione, secondo l’opinione di molti compagni, nella necessità di garantire la transpartiticità di questo soggetto politico.

Come ha osservato Lorenzo Strik Lievers nel corso dell’ultimo Comitato nazionale, occorre prendere atto che la teoria e la pratica del transpartito non ha mai funzionato negli ultimi 50 anni e che è rimasto un attributo vuoto, tanto proclamato quanto inapplicato: non c’è un solo caso in cui un esponente di altro partito abbia preso la tessera radicale e abbia utilizzato il partito radicale come luogo privilegiato per fare politica. La “doppia tessera” ha rappresentato quasi sempre solo lo strumento per manifestare simpatia e adesione nei confronti di alcune battaglie politiche radicali da parte di un modesto numero di esponenti politici che, tuttavia, ha continuato a svolgere la propria attività politica quasi esclusivamente nel proprio partito e non certo in quello transnazionale-transpartito.

Nel testo che segue, sono riportate ulteriori considerazioni a supporto della proposta di abolire il quarto comma dell’art. 1, contenute in un documento interno di preparazione del precedente congresso del 2017.

“È un delitto, come pensano per fortuna pochi, sognare un partito dei radicali che si misuri con il consenso e quindi anche con le elezioni? Che porti in Parlamento un drappello di compagni capaci di trasformarlo come hanno fatto in passato e di portare a sbocco legislativo le nostre battaglie, senza doverle affidare, nel migliore dei casi, a leggi d’iniziativa popolare che rimangono spesso chiuse nei cassetti?

Lorenzo Strik Lievers ha già spiegato con chiarezza nel suo intervento al Comitato di Milano che non esistono più quelle ragioni – l’esistenza del Partito nonviolento transnazionale e transpartito – per scegliere di non presentarsi alle elezioni, ricordando anche che non ci sono mai state elezioni politiche in cui i radicali non abbiano cercato di avere un loro ruolo e che tante volte riuscirono ad averlo, quasi sempre presentando il proprio simbolo o il richiamo all’identità radicale. D’altronde, Radicali italiani, nell’ambito della galassia costruita da Marco Pannella nella quale il termine partito era riservato al solo Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito, era un’associazione con una specifica funzione di forza politica generale operante in Italia, non settoriale e a tema come le altre, e che come tale si confrontava con le altre forze politiche con incontri e scontri elettorali, come l’intesa con i socialisti per la Rosa nel Pugno o con il Pd con la numerosa delegazione radicale in entrambe le Camere. Nel momento in cui il congresso di Rebibbia, sospendendo gli organi statutari, ha di fatto sospeso, oltre alle proprie stesse regole, anche la galassia radicale così come si era costituita negli anni, con le dinamiche che le erano proprie e di cui Marco Pannella si faceva garante con la sua storia e la sua lungimiranza politica, Radicali italiani è chiamato a una prova di maturità, e cioè a prendere atto di quello che nei fatti è sempre stato: un partito politico. Affermarlo non cambia la natura di Radicali italiani, ma ci toglie un alibi e ci costringe a confrontarci con quello che siamo e con la strada da intraprendere per crescere e diventare quello che vogliamo diventare. Ammettendo di essere un partito, Radicali italiani mantiene e conferma anche terminologicamente quello che di fatto – quand’era vivo Marco Pannella – è sempre stato, una forza politica che si confronta con altre forze politiche sullo stesso piano, anche elettoralmente, e che ovviamente può decidere se presentarsi alle competizioni elettorali o no, ma deve anche ammettere che oggi non è più l’espressione italiana e tanto meno l’unica del PRNTT”.

Più in generale non è immediatamente comprensibile perché ripristinare la possibilità di RI di presentarsi con il nostro simbolo – possibilità che non costituisce certo un obbligo, così come non comporta neppure l’esclusione di liste costituite con altri simboli e altri soggetti politici – rappresenti una ferita, una discontinuità nei confronti dell’identità e della storia radicale, o neghi la natura di partito che ha sempre utilizzato la scadenza elettorale solo come strumento per affermare e rafforzare le lotte democratiche e di civiltà che ha condotto nelle piazze del paese, dal momento che il divieto di presentazione è stato approvato solo nel novembre del 2012 – probabilmente anche per preoccupazioni contingenti legate alla possibile elezione alle massime cariche di RI di compagni non perfettamente allineati alla linea politica di Marco Pannella – e di conseguenza una sua abrogazione rappresenterebbe solo un ripristino di una normalità e continuità statutaria durata undici anni, a partire dal 2001.

Del resto, il “Movimento dei Club Pannella-Riformatori”, predecessore di Radicali italiani, costituito nel 1994 dopo la trasformazione del Partito radicale in un soggetto transnazionale per coordinare le attività dei vari soggetti dell’area radicale italiana, in particolare i referendum abrogativi e le campagne elettorali, approvò uno statuto nel quale si prevedeva espressamente che “Il Movimento può decidere di prendere parte, in quanto tale, con proprie liste e propri candidati, alle elezioni politiche o amministrative, partecipare a intese elettorali e può anche sostenere direttamente liste o candidati – iscritti o no al Movimento – promosse o proposti da altri”: l’abrogazione del divieto appare in perfetta continuità addirittura con il primo soggetto esclusivamente italiano, il cui presidente Marco Pannella fu eletto con il 90% dei voti.

In linea generale, è utile osservare che il movimento radicale, nel corso di tutta la sua storia politica, ha sempre ritenuto essenziale partecipare direttamente o con altre liste nella maggior parte delle competizioni elettorali nazionali ed europee, certamente per dare sbocco parlamentare alle sue battaglie di civiltà: infatti, come emerge nel grafico successivo, negli ultimi 42 anni si è presentato 17 volte, in media una volta ogni 2,5 anni, in modo sicuramente non scontato, ma senza perdere neppure per sbaglio un’occasione (figura 1).

Figura 1 – Serie storica del voto alle liste dei radicali o da loro partecipate alla Camera (C) e al Parlamento europeo (E), dal 1976 al 2018

(voti in valori assoluti o in percentuale dei votanti)

È esclusa la circoscrizione Valle d’Aosta e la ripartizione Estero.
È esclusa la circoscrizione Valle d’Aosta e la ripartizione Estero.

 

Una spiegazione sicuramente più robusta e condivisibile del divieto di presentazione alle elezioni è stata rappresentata nel congresso del novembre 2012 da Emma Bonino nel corso della sua dichiarazione di voto a favore dell’emendamento del tesoriere Michele De Lucia che introduceva il quarto comma dell’art.1: Radicali italiani non può decidere autonomamente di presentarsi alle elezioni perché esiste la più vasta “galassia radicale” dalla quale dipende la nostra forza e la capacità di condurre lotte radicali transnazionali che ci differenziano da tutti gli altri partiti.

Èun ragionamento che, anche a prescindere dal non detto sulle procedure piuttosto arbitrarie, non democratiche e sbrigative attraverso le quali si manifestava la volontà della “galassia”, aveva allora una sua pur ragionevole consistenza. Tuttavia, ancora una volta bisogna prendere atto che diversamente dal 2012, oggi non esiste più la “galassia radicale”e che l’associazione “Lista Marco Pannella”, che ha il controllo giuridico di alcuni simboli radicali della “galassia” e delle proprietà radicali, è sottoposta al controllo esclusivo di un gruppo ristretto di quattro radicali del PRNTT nominati da Marco Pannella[1]che hanno persino sfrattato RI e l’Associazione Luca Coscioni dalla sede storica di via Torre Argentina, per cui oggi, paradossalmente, nessuno può decidere la presentazione di una lista con il simbolo dell’unico soggetto radicale italiano effettivamente esistente.

Può essere utile osservare una novità a proposito della “galassia radicale: l’associazione tematica “Luca Coscioni”, oltre aver deciso meritoriamente di promuovere la creazione di un soggetto transnazionale Science for Democracy, intende probabilmente influire indirettamente e autonomamente nei processi elettorali italiani, come è già accaduto con il sostegno da parte della segretaria e del tesoriere alla candidatura di Maurizio Bolognetti alla presidenza della regione Basilicata.

Ma, probabilmente, occorre andare oltre nel ragionamento: la scelta statutaria di non partecipare alle competizioni elettorali “in quanto tali e con il proprio simbolo” – non la piena discrezionalità di decidere di non presentarsi – rappresenta una anomalia nei confronti del sistema politico partitico disegnato dalla Costituzione? Ancora una volta Lorenzo Strik Lievers ha sottolineato la nobile funzione per un partito di concorrere alla scelta dei membri del parlamento e che le elezioni sono un momento fondante della democrazia. Per i radicali ha rappresentato la possibilità di utilizzare direttamente gli strumenti parlamentari e le alleanze politiche con gli altri gruppi per trasformare in leggi i nostri obiettivi di lotta e di contrastare con successo il cosiddetto “compromesso storico”.

 

Occorre aggiungere che le elezioni sono anche lo strumento principale dei partiti “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale” e che, come ha ribadito Costantino Mortati, “è nei partiti che si selezionano gli uomini che rappresenteranno la nazione nel Parlamento” perché è opportuno per quanto attiene alle candidature “affidare la facoltà di presentazione non a gruppi formati occasionalmente, bensì a partiti organizzati”[2]. Viceversa, è preferibile, come è accaduto per molti decenni nella “galassia radicale”, che la decisione di presentarsi e la scelta del simbolo e dei candidati sia affidata a un soggetto terzo – l’Associazione Lista Marco Pannella – con uno statuto decisamente antidemocratico che affida ai quattro soci ordinari nominati da Marco Pannella tutti i poteri, compresi quelli di accettare altre iscrizioni?

 

Non possiamo dimenticare che il divieto del quarto comma dell’art.1 potrebbe avere un riflesso negativo per quanto riguarda l’iscrizione di Radicali italiani al Registro dei partiti politici previsto dal decreto legge 149/2016 per la trasparenza e la democraticità dei partiti, nonostante la recente modifica statutaria dell’art.11 sulle competizioni elettorali, dal momento che si prevede l’obbligo d’indicare “le modalità di selezione delle candidature per le elezioni dei  membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia, del Parlamento nazionale, dei consigli delle regioni e delle province autonome di Trento e di Bolzano e dei consigli comunali, nonchè  per le cariche di sindaco e di presidente di  regione e di provincia autonoma”.

 

Delegare completamente a +Europa la rappresentanza elettorale di Radicali italiani?

La decisione di trasformare il cartello elettorale +Europa in un nuovo soggetto politico che sarà costituito con il suo primo congresso di gennaio del 2019 solleva non pochi problemi politici, con riflessi obbligati sullo statuto di Radicali italiani e sulla sua natura.

Mentre non è ancora possibile conoscere i criteri politici e organizzativi di partecipazione al congresso di +Europa degli iscritti individuali, dei Gruppi e dei soggetti fondatori che saranno deliberati dal Consiglio entro il 30 ottobre 2018 e tantomeno i contenuti dello statuto che sarà approvato dallo stesso congresso, è certo che nascerà un vero e proprio partito quasi esclusivamente elettorale, anche per quanto riguarda le consultazioni regionali e locali, anche alla luce delle caratteristiche e degli interessi di due dei suoi fondatori, FE e CD.

Che +Europa sia quasi esclusivamente un partito elettorale tradizionale emerge non tanto e solo dal suo disinteresse a prendere iniziative politiche, ma soprattutto dall’automatismo scontato della presentazione alle elezioni, che si è manifestata anche in questi giorni con l’annuncio alla stampa che +Europa si presenterà alle prossime elezioni europee del 2019. Non è chiaro come si concili questo automatismo con le vibrate assicurazioni dei maggiori dirigenti radicali che non ci saremmo mai presentati alle elezioni in modo scontato, come automatismo, ma sempre come forma di iniziativa e lotta politica, per portare avanti di un millimetro le nostre idee e le nostre lotte, anche in considerazione del fatto che nello stesso primo atto costitutivo di +Europa del gennaio 2018 si prevede che il nuovo statuto “dovrà, tra l’altro, determinare le regole di apertura e di partecipazione democratica al progetto politico di “+EUROPA”, anche ai fini della costruzione di un soggetto politico-elettorale federalista e paneuropeo, in vista delle elezioni del Parlamento europeo del 2019”.

 

Non si vuole con questo diminuire l’importanza e la nobiltà di un partito elettorale, anche alla luce delle considerazioni del punto precedente, ma semplicemente prendere atto che mentre a Radicali italiani è preclusa la possibilità di presentare proprie liste sulla base di considerazioni che, come emerge dal punto precedente, sono a mio avviso assolutamente inconsistenti, stiamo contribuendo a trasformare un cartello elettorale in un partito elettorale che tendenzialmente avrà vita propria e in gran parte indipendente – in teoria anche potenzialmente confliggente – con le nostre battaglie politiche, ma che in materia elettorale ci rappresenta interamente e di fatto di fronte all’opinione pubblica, anche attraverso i sondaggi pubblicati dai maggiori media.

In poche parole, si sta configurando, senza una nostra piena consapevolezza, un assetto di Radicali italiani come soggetto titolare “solo” di lotte e di elaborazioni politiche che demanda di fatto la sua rappresentanza elettorale e parlamentare a un altro soggetto che potrà decidere autonomamente in un congresso le sue linee politiche, sulla base della capacità d’influenza dei tre soggetti fondatori. Credo che non esista nel mondo democratico una simile assetto per un partito, seppur piccolo, che rinuncia alla sua principale prerogativa di concorrere alle elezioni del Parlamento, demandando di fatto questa funzione non marginale a un soggetto terzo sul quale potrebbe non avere formalmente alcuna influenza o averne una solo indiretta e che potrebbe persino assumere decisioni politiche contrastanti con quelle di RI o escludere i suoi dirigenti dalle candidature elettorali. Che questo soggetto – +Europa – sia anche in qualche modo concorrente nel reclutamento degli iscritti di RI, anche perché la sua tessera costa un quarto, aggrava ulteriormente l’anomalia.

Anche se teoricamente Radicali italiani potrebbe decidere di non sostenere la lista +Europa attraverso una delibera congressuale o del Comitato nazionale, si troverebbero di fronte non solo alla scelta di buttare a mare un nostro investimento credo maggioritario di risorse umane e finanziarie (1,7 milioni di euro), ma soprattutto credo alla responsabilità, di valore assolutamente superiore alla precedente questione, di compromettere, anche se in misura limitata, il possibile successo di questa lista sostenuta da Emma Bonino e da molti altri prestigiosi compagni, consegnando all’opinione pubblica un’immagine di un partito litigioso e frazionista di cui sinceramente non sentiamo la mancanza.

L’anomalia precedentemente descritta di questo inedito assetto solleverà alcune criticità statutarie in relazione alla natura di +Europa che scaturirà dal suo congresso di gennaio: organizzazione di tipo federale nella quale i fondatori mantengono alcuni poteri rafforzati rispetto agli iscritti; organizzazione esclusivamente costituita dagli iscritti che, direttamente o attraverso i delegati, esercitano tutti i poteri congressuali e decisionali.

Nell’ipotesi di una organizzazione di tipo federale di +Europa, il dispositivo dell’art. 11 dello statuto non sembra adeguato a regolare i poteri del Comitato nazionale sulle determinazioni elettorali, laddove il comma 1 stabilisce che “la decisione circa le modalità di partecipazione non diretta alle elezioni politiche nazionali ed europee è affidata al Segretario” perché sembra impensabile che questo organo possa influire ex-post su una decisione elettorale di +Europa, anche se assunta con il parere contrario del Segretario. Insomma, sarebbe necessario prendere atto realisticamente che tutte le decisioni elettorali di RI, in un assetto di questo tipo, sono state trasferite, nei fatti, in capo a +Europa e che il Comitato o il Congresso può limitarsi ad attribuire una generale delega al segretario, senza poter sindacare sul modo in cui potrà effettivamente esercitarla, non avendo alcun potere di veto e dovendo rispettare la volontà della maggioranza di +Europa. Per attribuire questi nuovi poteri di delega incondizionata al segretario è probabilmente necessaria una modifica congressuale, anche per prevedere che solo un congresso straordinario possa assumere la drammatica decisione di non sostenere le liste di +Europa o di presentarsi autonomamente.

Nell’ipotesi che + Europa sia un’organizzazione costituita da soli iscritti, ovviamente senza vincoli di mandato, si pongono minori problemi statutari una volta approvata la decisione del segretario di partecipare (o non partecipare) alle elezioni attraverso le liste del soggetto terzo e autonomo rappresentato da +Europa. Permane la concorrenza obiettiva sulle iscrizioni individuali tra RI e +Europa, anche per il minor costo delle seconde.

In tutti i due casi, sarebbe incomprensibile il mantenimento del divieto in capo a Radicali italiani di presentarsi in quanto tale alle elezioni, dal momento che, nello sciagurato caso di rottura con +Europa, ci precluderemmo anche questa possibilità. Mantenere il divieto rappresenterebbe l’accettazione, anche formale, della delega ad altro soggetto delle prerogative elettorali.

In ogni caso, nessun intervento statutario potrà impedire la continua conflittualità determinata dalla non chiarezza e dall’anomalia dell’assetto politico e organizzativo prima delineato e, sicuramente per gravi mie carenze, non sono in grado di prefigurare le modifiche statutarie di RI che sarebbero opportune per massimizzare la sinergia funzionale con +Europa e ridurre i contrasti.

 

Un Partito nuovo, un nuovo partito?

Le considerazioni emerse nei due punti precedenti sollecitano la risposta al quesito contenuto nel titolo di questa commissione: prendere in considerazione l’opportunità di confluire nel nuovo partitocostituito da +Europa, oppure rifondare e ripensare Radicali italiani, alla luce delle modifiche profonde della galassia radicale che ancora non abbiamo metabolizzato completamente e delle urgenze che incombono per fermare il populismo, avviando il processo per la costituzione di un Partito nuovo?

Per quanto riguarda la prima opzione, è sostenibile per molto tempo una situazione altamente conflittuale come quella indicata prima con la delega di fatto, anche se non formale, a +Europa della nostra rappresentanza elettorale oppure non sarebbe preferibile sciogliere Radicali italiani, confluire in +Europa e costituire un Gruppo tematico attraverso il quale portare avanti le nostre battaglie storiche?

Questa tormentata decisione – sostenuta da alcuni sulla base di motivazioni ragionevoli e volte a garantire maggiore efficienza a partire dalle poche risorse disponibili – sicuramente ci consentirebbe di avere una maggiore influenza sulle decisioni di +Europa, di mantenere la nostra autonomia per quanto riguarda lotte politiche non condivise da settori di questa organizzazione e di alcuni fondatori e di rafforzare con i nostri iscritti, quadri e dirigenti questo nuovo e nascente partito, dedicandovi tutto il nostro tempo e impegno. Si supererebbe, inoltre, il problema della concorrenza tra le iscrizioni alle due organizzazioni, prevedendo solo una quota aggiuntiva per l’iscrizione al Gruppo.

 

Ma per poter assumere una decisione responsabile è necessario rispondere prioritariamente al quesito politico principale, posto all’inizio di questa introduzione: +Europa puòcontribuire in modo significativo a contrastare l’affermazione dei populisti e sovranisti e la trasformazione del nostro sistema politico in una democrazia illiberale? +Europa può essere uno strumento elettorale efficace per guadagnare nella prossima scadenza europea percentuali significative di voto contrastando il successo della Lega e del M5S?

Dopo aver premesso che considero positiva l’esperienza di +Europa, alla quale ho dedicato grande impegno e risorse, anche per quanto riguarda la piccola rappresentanza parlamentare che abbiamo guadagnato, devo prendere atto che non è stata portatrice di quel valore aggiunto rispetto ai partiti fondatori su cui contavo, a ogginon è riuscita ad aggregare altri soggetti politici e altre personalità che consentissero di sperare in una crescita nel paese di un nuovo soggetto capace di raccoglie fette significative di consenso e il numero contenuto delle iscrizioni individuali, anche se provvisorio, non segnala al momento flussi straordinari di adesioni da parte dei “nativi”.

Allo stato e alla luce dei sondaggi pubblicati almeno settimanalmente non sembra probabile che +Europa superi la soglia del 4% e con la legge proporzionale il riflesso al voto utile diventa sempre più importante.

+Europa può riuscire nei prossimi mesi e diversamente da passato, come auspica e spera Lorenzo Strik Lievers, ad aggregare nuovi soggetti, rappresentanti di interessi collettivi ed economici, corpi intermedi per raggiungere un risultato elettorale superiore al 4%? Il riallineamento di tutti i poteri soprattutto verso la Lega, come dimostrano le dichiarazioni del presidente della Confindustria, non lasciano ben sperare.

Nonostante queste controindicazioni, mi sembra altamente improbabile che +Europa non si presenti alla scadenza elettorale europea del 2019 e rappresenterebbe un esercizio inutile per Radicali italiani sollevare dubbi su questa scelta, tanto “scontata” quanto priva di una sua robusta e reale alternativa.

Penso, di conseguenza, che Radicali italiani non dovrebbero sciogliersi in +Europa, ma al contrario trovare il tempo e l’entusiasmo, pur tra le incombenze della campagna elettorale che impegneranno non poco tempo dei suoi dirigenti e militanti, per pensare ad altro, ad una strategia proiettata nei lunghi anni di regressione democratica che ci aspettano e non solo alle prossime scadenze elettorali, con un progetto ambizioso al limite della follia: avviando con determinazione il processo per la costituzione di un Partito nuovo capace di animare la rivolta nonviolenta contro i populisti.

Insomma, ha senso che esista Radicali italiani solo se riusciamo a farci identificare come gli autentici sognatori del passato che sanno indicare la “luna” che vogliono raggiungere e dimostrano che è possibile farlo, che conducono certamente battaglie politiche che si traducono in diritti civili e maggiore civiltà, ma soprattutto creano nuova cultura politica della speranza per emergere dal rancore populista che dilaga nel paese, rischiando di distruggere le sue istituzioni democratiche.

Dobbiamo essere capaci di animare una vera e propria rivolta nonviolenta contro il regime illiberaleche oggi, non nel passato quando lo evocavamo impropriamente, si sta veramente affermando; saremo credibili e non identificabili con la casta solo se dimostreremo che, diversamente da tutti gli altri, siamo disposti a mettere in gioco la nostra libertà individuale per disobbedire al nuovo potere; dobbiamo diventare come nel lontano passato maleducati, scandalosi e irriverenti contro i nuovi oppressori, ricordando innanzitutto a noi stessi che la nonviolenza non è ascesi, non è contemplazione, non è mera testimonianza e certo non è vuota retorica, ma esercizio della forza legittima contro l’oppressore. Dobbiamo ricomporre la frattura sociale tra perdenti e vincenti della globalizzazione, fornire risposte efficaci alle vecchie e nuove povertà, dobbiamo raccogliere le sfide che l’innovazione e la rivoluzione industriale sollecitano, così come le storiche opportunità per un nuovo rinascimento culturale, economico e quindi politico.

Sappiamo anche che senza molte risorse umane e finanziarie, quante non abbiamo mai gestito neppure nel passato quando attingevamo al finanziamento pubblico, tutto ciò non sarà possibile: Marco De Andreis ha spiegato con chiarezza nel corso dell’ultimo Comitato nazionale la sua proposta di contrapporre all’internazionale populista di Steve Bannon una nostra internazionale liberale della democrazia che rimetta in moto tutte le persone che vorrebbero combattere il populismo ma non sanno come farlo, che faccia circolare in modo scandaloso le informazioni che smentiscano le fake newse che rendano chiaro a tutti che si annunciano tempi in cui la povertà reale, non quella percepita, è destinata ad aumentare drammaticamente, che abbia risorse paragonabili a quelle che dichiara di avere The Movement. Costruire una internazionale con questo ambizioso obiettivo è forse possibile perché oggi l’Italia, una delle maggiori economie dell’Europa, rappresenta l’anello debole del mondo liberale, quello che con un governo a maggioranza populista e le sue politiche recessive può persino determinare la scomparsa dell’Unione europea, con le drammatiche conseguenze che ognuno può immaginare.

Non è certo che questo progetto si realizzi e che possa contribuire in modo significativo a contrastare l’affermazione dei populisti e sovranisti, ma è altrettanto certo che se in Italia non si manifesterà una risposta e rivolta nonviolenta di questa forza attraverso azioni di disobbedienza e obiezione collettiva maleducate e persino brutali ma fantasiose, se le opposizioni non prendono coscienza che proporsi di cacciare Salvini-Di Maio con le buone parole è un suicidio, che è in gioco la democrazia e che la rivoluzione non è un pranzo di gala e neppure un cinguettio,  le possibilità di farcela sono perse in partenza.

È accaduto molte altre volte di sentirci come radicali impotenti e inadeguati di fronte alla prepotente arroganza di chi, controllando la quasi totalità del Parlamento come adesso, pensava di poter mettere in soffitta la Costituzione e i diritti di libertà, ieri in nome dell’emergenza, oggi del popolo, ignorando e scansando con fastidio i quattro gatti appollaiati negli ultimi scranni dell’aula di Montecitorio: con cocciutaggine, ma soprattutto facendo della fantasia una necessità, abbiamo sorpreso chi ci vedeva nudi, inermi, senza potere e abbiamo conquistato quella straordinaria stagione delle libertà civili che ha fatto rientrare il nostro Paese nella modernità e nel progresso. Per difficile che sia, anche oggi è possibile.

 

 

 

[1]Assemblea Costituente, seduta di giovedì 22 maggio 1947 (resoconto stenografico), 4159-4160. 

[2]L’”Associazione politica nazionale Lista Marco Pannella” è attualmente formata unicamente dai seguenti 4 soci fondatori nominati da Marco Pannella: Laura Arconti, Rita Bernardini, Aurelio Candido e Maurizio Turco. Fino alla sua scomparsa Marco Pannella ne è stato il presidente. Nel 2016 come nuovo presidente è stato nominato Maurizio Turco. Secondo lo statuto i “soci ordinari” possono aderire all’associazione solo “previa loro ammissione da parte dell’assemblea dei soci”, che ha sempre respinto tutte le richieste di adesione anche quando provenivano dal tesoriere di Radicali italiani, su mandato del Comitato nazionale. L’Associazione possiede la maggioranza delle azioni delle due società che detengono la proprietà di Radio Radicale e della sede storica di via Torre Argentina – Centro di Produzione SpA: 51,9%; Torre Argentina società di servizi SpA: 75,2% – per un valore stimato di alcune decine di milioni di euro.

Una replica a “Un Partito nuovo, un nuovo partito? Radicali italiani e nascita di +Europa…”

  1. A mio avviso Radicali Italiani e +Europa possono essere soggetti elettorali entrambi, valutando di volta in volta la rispettiva opportunità.

    In particolare, in tema elettorale, è nota la differente visione delle elezioni locali tra i due estremi di RI e CD.

    Il PR si è (quasi) sempre tenuto lontano da competizioni locali “minori”, con motivazioni comprensibili ma per me non sempre condivisibili (non volendole però affrontare in questa nota).

    A maggior ragione ora il problema si pone con +E, che Roberto dà per scontato sarà anche soggetto per elezioni locali.

    Quello che vedo (credo oggettivo) è che mentre il livello nazionale di CD è controllabile, lo possa essere meno quello locale.

    Anche in questa ottica sarebbe utile disporre di un simbolo Radicali Italiani per distinguersi laddove necessario o per mantenere visibilità (abbinandosi nel simbolo) dove utile.

    Naturalmente, in quest’ottica l’Art.11 dovrebbe contenere una formulazione non legata alle sole politiche o europee. (P.S. ma è stato già violato con la partecipazione non diretta alle regionali?)

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