L’ambientalismo liberale di Radicali Italiani

di Michele Governatori.

Consumare risorse ecologiche (per esempio urbanizzare territorio vergine, consumare risorse naturali, ridurre la qualità dell’aria e delle acque) è in parte insito nell’attività umana sulla Terra. Consolidate analisi internazionali ci dicono però che questo avviene talvolta in modo abnorme e con costi per danni alla salute o al reddito ingiustificabili rispetto al benessere prodotto dall’attività che ha causato il danno.

Per esempio: qual è l’ordine di grandezza della valorizzazione economica dei danni da inquinamento dell’aria in Italia secondo criteri di valutazione internazionalmente accettati? Poco meno di 50 miliardi di Euro l’anno. Senza tenere conto dei costi di congestione.

E qual è il danno dell’impoverimento dei mari rispetto alle risorse ittiche dovuto all’incapacità di regolamentare la pesca a un livello che permetta la riproduzione ottimale dei pesci? Dovremmo chiederlo ai pescatori che tornano con le reti vuote.

Per ragioni come queste è indispensabile che i soggetti che svolgono attività con impatto ambientale siano responsabilizzati, anche economicamente, per gli effetti sull’ambiente. Quando questo avviene nel modo corretto, si determinano scelte socialmente più sostenibili, anche sul piano economico, per la società e per le future generazioni.

Un approccio all’ambiente, come in altri settori, scevro da slogan tipo tifo ideologico. Un approccio radicale.

Opposto per esempio a chi elude le questioni sulla necessità di controllo dell’uso delle risorse dicendo che sono scempiaggini da “decrescita felice”. Senza chiedersi se non sia piuttosto infelice non tener conto dei danni del mancato controllo di questi fattori. Il fatto che sarebbe bello poterci disinteressare dei limiti dell’ecosistema non significa che sia intelligente cancellare la questione. Così come ritenere che la tecnologia da sola risolverà tutto è un po’ miope: certo che la tecnologia spesso risolve, ma non sempre in assenza di correzioni dei fallimenti del mercato avvengono gli investimenti in tecnologie socialmente vantaggiosi. Se avessimo aspettato le scelte dei soggetti economici senza tener conto di alcuni danni sociali non computati nei mercati, avremmo per esempio ancora autoveicoli senza apparecchi anti inquinamento e produrremmo in Italia energia da fonti rinnovabili dal solo idroelettrico, per un 15% circa dei consumi, contro l’attuale quasi 40%.

C’è bisogno di essere antiprogresso e antibenessere per ritenere che anche altre correzioni siano urgenti? Tutt’altro: basta fare i conti considerando più variabili di quelle che i soggetti responsabili di determinati comportamenti autonomamente considerano, per cercare equilibri più vantaggiosi per il complesso della comunità. Un ambientalismo che potremmo definire “ambientalismo liberale”, che non ha proprio nulla di moralistico ed è del tutto compatibile con un’analisi utilitaristica.

Ebbene quali sono i primi passi da compiere per correggere in questo senso esiti evidentemente dannosi? Secondo noi:

– Riordino della fiscalità in chiave ambientale a pari gettito con introduzione di carbon tax e contestuale riduzione delle imposte sui redditi da lavoro – #Menoinquinomenopago

– Disincentivazione economica del traffico privato nei centri urbani (in primis quello a combustione) e contestuale potenziamento del trasporto pubblico locale – Romasimuove, Milanosimuove

 

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