Nasce il parco Resit: ma la discarica non era come Chernobyl?

Articolo pubblicato su Stylo24

di Giancarlo Tommasone

Qualcosa non quadra. Anzi, molto più di qualcosa. E non si riesce a capire come mai un sito, che secondo la narrazione comune e allineata, avrebbe portato a morte sicura molti degli abitanti della provincia a nord di Napoli nel giro di pochi anni, tra qualche mese ospiterà un parco aperto alle famiglie.

Stiamo parlando dell’area Resit, la stessa che da qualche anno viene indicata come il simbolo dell’ecomafia, una sorta di «Chernobyl» campana, per come è stata dipinta.

Una bomba che, stando al racconto di certa politica che ha ricevuto il supporto di gran parte della stampa locale e nazionale, ha rilasciato e avrebbe continuato a rilasciare micidiali «sostanze» nella falda acquifera sottostante, capaci di sterminare migliaia di cittadini.
Da sinistra Mario De Biase, Vincenzo De Luca e Antonio Poziello, sindaco di Giugliano
Difficile immaginare che sul terreno contaminato da anni e anni di sversamenti di rifiuti speciali e pericolosi, su quella discarica che ha focalizzato l’attenzione della Dda, possa sorgere un innocuo parco, un polmone verde, dove i giuglianesi in primis – secondo quanto ha dichiarato il commissario alle Bonifiche, Mario De Biase – potranno portare a giocare i propri figli.

Eppure sarà proprio così. La messa in sicurezza è alle battute finali; nell’area che ospitava lo sversatoio verrà piantato presto un migliaio di alberi di diverse specie.

Un inferno che si trasforma, all’improvviso in paradiso. Nascono spontanee un po’ di domande. La situazione di quel sito, quella che è stata descritta finora, era così apocalittica? E nel caso si trattasse di un sito irrecuperabile – è stato detto e scritto anche questo -, come mai adesso ci si ricaverà un parco, che ha tutta l’aria di essere un’oasi verde?

VOGLIAMO DIRE: COME PUÒ UNA «FOGNA» DI RIFIUTI SPECIALI TRAMUTARSI D’INCANTO IN UN’AREA DI CUI POTRANNO FRUIRE I CITTADINI?

E’ vero che come cantava De Andrè «dal letame nascono i fiori», ma qui si parla di fanghi tossici dell’Acna di Cengio. Stando così le cose, altro che fiori, quel miscuglio abominevole dovrebbe generare specie vegetali mai viste dall’uomo.

EPPURE BASTERÀ RICOPRIRE TUTTO CON IL TERRENO PROVENIENTE DAGLI SCAVI DELLA METROPOLITANA, INNESTARE DEGLI ALBERI E IL GIOCO È FATTO.

No, qualcosa non quadra. Delle due l’una: o la situazione era così tragica come hanno detto e allora fare un parco in quella zona rappresenta un azzardo che mette a repentaglio la salute di chi vi si recherà. Oppure lo stato delle cose non era così terribile, come hanno invece raccontato.

In questo caso, c’è da chiedersi innanzitutto quale l’obiettivo di una narrazione che ha più volte infuso il terrore nella popolazione e ha arrecato danni anche alla filiera agroalimentare.

La memoria va inevitabilmente ai pozzi di Caivano, sequestrati nel 2013 e resi al proprietario tre anni dopo. Quei pozzi e quella terra sono risultati essere privi di qualsivoglia alterazione e avvelenamento che dir si voglia. Nel frattempo sono andati persi tre anni di produzione agricola, e si sono registrati danni irreparabili per l’economia locale, affossata agli occhi dell’opinione pubblica.

La discarica Resit
Tornando alla Resit, «la situazione non era tragica prima e non lo è adesso», taglia corto Silvestro Gallipoli, giornalista e radicale dell’associazione Ernesto Rossi di Napoli, che ha seguito costantemente e in maniera scientifica la vicenda dello sversatoio di Giugliano, e considerato tra i più profondi conoscitori del caso. «La Resit, come risulta dagli atti processuali, appare essere una discarica come tante altre. Anche se, il racconto che se ne è fatto, ha voluto creare un simbolo. Bisognerebbe fare un’attenta riflessione – conclude – sulle motivazioni che hanno prodotto tale tipo di narrazione».

19 luglio 2018

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