È l’Unione europea che deve controllare le proprie frontiere esterne

di Marco De Andreis.

L’Italia è di nuovo da sola o quasi ad affrontare una crisi di rifugiati e migranti nel Mediterraneo e la riluttanza dei nostri partner europei a farsi carico del problema assieme a noi, oltre che deludente in sé, è un altro bel regalo a Matteo Salvini e alla Lega.

Si lamenta tanto spesso la mancanza d’Europa senza tener conto che in molti campi una maggiore integrazione incontrerebbe grandi ostacoli, a cominciare dalla riforma del Trattato. Non è così però per la politica di immigrazione e il controllo delle frontiere esterne dell’Unione, terrestri o marittime che siano. E noi Radicali Italiani siamo a quanto pare gli unici a continuare, testardi, a ricordarlo.

Il controllo delle frontiere esterne è una competenza che potrebbe passare in toto dagli Stati membri all’Unione europea in tempi relativamente brevi e soprattutto senza modificare il trattato.

Quando si sbrigano i controlli d’ingresso negli Stati Uniti si legge scritto “U.S. Customs and Immigration”, dogane e immigrazione. Infatti l’agenzia federale competente, la U.S. Customs and Border Protection controlla i movimenti sia dei beni sia delle persone che attraversano i confini del paese.

Se volessimo fare lo stesso nell’UE, non dovremmo partire da zero. Dal lato dell’immigrazione abbiamo l’esperienza di Frontex, operativa dal 2004. La Guardia Costiera e di Frontiera Europea è stata creata lo scorso anno nel tempo record di 10 mesi, ma la sua missione è solo di sostenere e assistere gli Stati membri (con il loro consenso). Qui si tratterebbe di espanderla considerevolmente – attualmente ha pochi mezzi e solo 1500 uomini – e di rovesciare l’approccio: è lei a occuparsi dei controlli col sostegno, quando occorre, delle forze degli Stati membri.

Dal lato dei movimenti delle merci, un’Unione doganale esiste dal 1968 ed è una competenza esclusiva dell’UE. È il tipo di cosa cui uno non presta molta attenzione – finché non rischia di perderla, come stanno scoprendo adesso i britannici. Le varie organizzazioni nazionali attuano lo stesso codice doganale, che è un regolamento dell’UE. Ovviamente, lo fanno in modo non uniforme, sia per la riscossione fiscale che per i controlli di sicurezza, il che è abbastanza preoccupante.

Con una sola organizzazione sarebbe anche possibile risparmiare risorse: la U.S. Customs and Border Protection ha la metà (60.000) del personale impiegato dalle nostre 28 organizzazioni doganali combinate, che sono in gran parte un’eredità di un passato quando esistevano confini interni all’interno dell’Europa. Meno costosi e più efficaci: qui c’è molto di più che mostrare la bandiera dell’Unione europea alle nostre frontiere esterne, ci sono risultati migliori da mostrare ai cittadini europei.

Se la volontà politica esistesse, si potrebbe fare tutto attraverso procedura legislativa ordinaria – nessun cambiamento di trattato, né per la dogana né per l’immigrazione. Si prenda ad esempio l’art. 77 del Trattato sul funzionamento dell’Unione, che recita: “Il Parlamento europeo e il Consiglio deliberando mediante procedura legislativa ordinaria adottano […] qualsiasi misura necessaria per l’istituzione progressiva di un sistema di integrato di gestione delle frontiere esterne”.

Il 21 dicembre 2016, un comunicato stampa della Commissione europea ha presentato la comunicazione su “Sviluppare l’Unione doganale e la sua governance”.

Vi si legge che “la visione illustrata nella comunicazione di oggi sottolinea che le amministrazioni doganali indipendenti degli Stati membri dovrebbero lavorare per agire come un’unica entità. Allo stesso tempo, è necessario incoraggiare e rafforzare la cooperazione con altre autorità di gestione delle frontiere e le autorità di sicurezza quali le frontiere nazionali e le guardie costiere, la guardia costiera e l’Europol”.

Come si vede siamo in ogni caso abbastanza vicini all’obiettivo. E la strada che rimane da fare ruota tutta attorno alla definizione di criteri comuni per l’accoglimento di rifugiati e migranti.

Vista la situazione al largo delle nostre coste, l’Italia avrebbe tutto il diritto di esercitare una funzione di leadership all’interno dell’Unione su questa materia. Peccato che lo stato pietoso della nostra finanza pubblica e lo sfascio del nostro quadro politicano ci tolgano ogni credibilità.

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