Erasmus: un’importante storia del successo dell’Europa

di Demetrio Bacaro.

Con queste parole del titolo sopra il Sottosegretario con delega alle Politiche Europee, Sandro GOZI, presentava gli Stati Generali della Generazione Erasmus, il cui primo Consiglio si è tenuto a Roma il 24 febbraio.
Approcciarsi ad analizzare e riflettere su questo programma, in effetti, significa parlare del “lato bello dell’Europa” (Flaminio GALLI direttore dell’Agenzia nazionale Erasmus+Indire) o per dirla con Francesco CAPPE’ di garagErasmus “ L’Europa dei fondatori è quella dell’Erasmus”.

Istituito nel 1987 ed intitolato al teologo ed umanista olandese Erasmo da Rotterdam, che viaggiò molto in Europa proprio per affinare le proprie conoscenze su culture diverse, fino al 2014 ha permesso a oltre 3 milioni di ragazzi europei di studiare all’estero, in un processo di maturazione culturale ed umana, che ha portato a brillanti risultati, che fra poco analizzeremo.

Dal 2014 il programma è stato sostituito o meglio perfezionato con il programma Erasmus+, che porterà da allora al 2020 almeno 4 milioni di persone a muoversi per studiare e lavorare in altri Paesi dell’Unione e che nel solo 2015, primo anno diciamo di esercizio, ha coinvolto 58.000 ragazzi italiani e circa 650.000 in tutta Europa.

L’idea dell’Erasmus parte dal lontano 1969 ad opera di “mamma Erasmus” la pedagogista Sofia Corradi, che divulgò e promosse in ambito accademico l’idea di un programma di interscambio culturale fra studenti. Il processò si concretizzò grazie alla volontà di Francois Mitterand, che sponsorizzò l’idea, che trovò attuazione in ambito di Commissione Europea grazie alla collaborazione di Domenico Leonarduzzi.

Se nel 1987 furono solo 3.244 gli studenti Europei ad usufruire del programma (siamo in epoca di fax e pre internet) la bontà di Erasmus non tarda ad affermarsi e se nel 2006 erano oltre 159.000, nel 2015 raggiungiamo le cifre ragguardevoli sopra citate.

In questi anni dove sembra ci sia la gara a chi sappia meglio denigrare l’Unione Europea, fatta di “burocrati”, “lontana” dai popoli, “serva” delle multinazionali, credo non sia un esercizio sterile fermarsi a riflettere che proprio essere una Unione ha permesso a programmi ambiziosi come l’Erasmus (nel tempo Socrates I, Socrates II e ora Erasmus+) di incidere profondamente e proficuamente nel futuro di decine di migliaia di giovani.

Ad 1 studente su 3 del programma sono state offerte proposte di lavoro nel luogo della residenza all’estero; la percentuale di disoccupazione nei 5 anni dopo la Laurea è più bassa del 23 %, rispetto al resto della popolazione graduata, per chi ha svolto un periodo di studio all’estero. Dopo 10 anni di Laurea le posizioni gestionali all’interno delle aziende erano del 44% maggiori per gli ex Erasmus rispetto agli altri.

Nel 2013-14 erano 5,7 milioni i giovani europei senza occupazione, ma nello stesso periodo i datori di lavoro riuscivano a trovare solo un terzo delle figure professionali con le giuste competenze e conoscenze. Dimostrato che la qualità dell’apprendimento è più alta fra coloro che hanno potuto seguire periodi di studio o tirocinio all’estero, rimane inteso come l’impatto del programma Erasmus sia stato determinante per le chanches occupazionali di molti giovani.

Gli studi di Shaftel ed altri nel 2007 (Shaftel, Julia, Timothy Shaftel and Rohini Ahluwalia (2007) ―International Educational Experience and Intercultural Competence‖, International Journal of Business & Economics, Volume 6, Number 1, Pp: 25-34.) hanno mostrato come lo studiare all’estero abbia determinato un miglioramento significativo in peculiari performances quali apertura mentale, flessibilità, adattabilità interculturale e apprezzamento della diversità. Come del resto Killick nel 2011 (Killick, D. (2011) ―Students as global citizens: being and becoming through the lived-experience of international mobility‖, PhD thesis, Leeds Metropolitan University) dimostrò con le sue ricerche che queste esperienze di interscambio favorivano il maturarsi del “cittadino globale”.

Partecipare al programma Erasmus ha significato per moltissimi giovani Europei acquisire un concetto più ampio di “nazione”, di sentirsi parte di un progetto e di un tessuto sociale su scala europea, sviluppando un maggior grado non solo di tolleranza, ma anche di comprensione per il diverso, lo straniero. Molti studi rivelano anche come l’esperienza all’estero abbia determinato il formarsi di legami amicali molto solidi con coetanei di diversi Paesi dell’Unione e per nulla infrequenti sono stati anche i sodalizi amorosi duraturi e interetnici creatisi in queste circostanze.

La partecipazione ai programmi Erasmus ha mostrato ricadute positive sulla situazione occupazionale dei laureati. Innanzitutto il rischio di disoccupazione di lunga durata dopo la laurea è stato inferiore del 50%. Cinque anni dopo la laurea, il tasso di disoccupazione di studenti in mobilità è ancora più basso del 23%. Infine solo il 2% degli ex Erasmus trova impiego dopo più di un anno contro il 4% degli altri.

Si è tentato di fornire alcuni, pochi, dati sui moltissimi deducibili dai numeri bruti e dalle analisi di questi 30 anni di attività di un programma che si è potuto concepire, attuare e perfezionare grazie alla intelaiatura esistente di una Unione Europea certamente imperfetta, sicuramente meritevole di aggiustamenti nelle dimensioni e nelle finalità, ma che con una inicità storica sta garantendo pace e in qualche modo proserità ad un Continente per secoli dilaniato dalle guerre, Che soprattutto, con questi programmi di sviluppo, da 30 anni fornisce un’ambizione, un progetto, un futuro alle generazioni dei giovani Europei.

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