+Europa sì, ma non così, apriamo il dibattito!

di Gionny D’Anna, candidato alla Camera di Più Europa con Emma Bonino e membro del comitato nazionale di Radicali Italiani

I partner di Più Europa con Emma Bonino sembrano voler proseguire con il progetto puntando a costruire un nuovo soggetto politico europeo, liberale e federalista. Tuttavia, al di là delle convention, sono mancate, al momento, riunioni approfondite di confronto politico sull’analisi del voto e su come costruire nuove iniziative politiche, magari già in concomitanza delle prossime consultazioni al Quirinale. La linea adottata fino ad ora è stata assolutamente identica a quella dell’ala renziana del Partito Democratico, quello stesso Renzi che Emma Bonino, in campagna elettorale, ha spesso e duramente criticato, preferendogli Calenda e Gentiloni.

Mentre il lavoro di stesura dello Statuto prosegue, Forza Europa, Centro Democratico e anche Movimenta (che non è formalmente costituente di +Europa, ma è un’associazione aderente a Radicali Italiani) sembrano interessati alla costituzione di +Europa come soggetto ad iscrizione diretta, seppure ognuno con proposte e sfumature diverse.

D’altro canto, Riccardo Magi, Emma Bonino e Marco Cappato sembrano poco inclini all’idea di vedere in +Europa un nuovo soggetto politico “tradizionale”, preferendo un’opzione federativa con forti limitazioni all’utilizzo del brand a livello locale e aprendo, con moderazione, alle iscrizioni dirette. Sia Magi che Cappato sembrerebbero orientati a individuare nelle iniziative politiche le fondamenta di +Europa, piuttosto che nella corsa al tesseramento e “all’irrobustimento” del soggetto in sé. Dunque, adesione alle campagne come forma di mobilitazione e al tempo stesso creazione di una più chiara identità di soggetto politico, che per sua missione sia trasversale e vada oltre le famiglie politiche tradizionali.

L’analisi che ha animato l’esperienza elettorale di +Europa si fondava sull’idea di vedere nell’avanzata in tutto l’Occidente dei movimenti nazionalisti e populisti, in parte sostenuti da Putin, la faglia geopolitica della contemporaneità fra Fronte Aperto e Fronte Chiuso.

Il Fronte Aperto è rappresentato da quei partiti che si riconoscono nell’ordine democratico liberale e nelle istituzioni europee. Tra essi ci sono i moderati come la CDU tedesca, i vari partiti socialdemocratici, i democratici americani e i vari movimenti liberali progressisti: tutti fanno parte di questo unico Fronte della Società Aperta, capeggiato da Angela Merkel e Emmanuel Macron, che si contrappone al Fronte della Società Chiusa, guidato da Putin e Trump.

Sappiamo tutti come è andata in Italia, con il 70% degli elettori che ha votato il Fronte Chiuso, ed è abbastanza controintuitivo ritenere che una così ampia maggioranza voglia gettare alle ortiche 60 anni di democrazia e benessere, soprattutto se si pensa che anche nelle regioni ricche ed industrializzate il leader del Movimento 5 stelle Luigi Di Maio ha ottenuto non meno del 22% dei voti.

C’è da chiedersi dunque come mai, mentre tutti parlano di partecipazione popolare, il popolo punisca proprio i principali partiti democratici che fanno primarie: si pensi al Ps francese o al Pd italiano o a coloro che addirittura consultano la base prima di aderire alla maggioranza di governo, come i socialdemocratici tedeschi. Bisogna capire perché oggi vengono premiati i partiti dei leader, dove prevale sempre di più una sorta di tecnocrazia del marketing comunicativo ed organizzativo, con un know how tanto complesso da sgretolare gli altri competitor. Non si tratta quindi di una negazione di democrazia, ma di una disparità di mezzi incolmabile a cui si aggiunge la totale assenza di regolamentazione dei finanziamenti esteri e delle grandi piattaforme social, chiamate oggi inevitabilmente non tanto (o non solo) a pagare le tasse, ma soprattutto ad aiutare le democrazie a rafforzarsi e a tornare ad essere strumento dei cittadini contro i nuovi autoritarismi.

Il Fronte Aperto non è poi così solido, anzi, è talmente frammentato da mettere in forte discussione questo rigido schema di contrapposizione bipolare. Ciudadanos in Spagna ed En Marche in Francia hanno messo in seria difficoltà due storici partiti socialisti. Eppure, sia Rivera che Macròn, sono stati percepiti come leader anti status quo, tanto che non sono in pochi a definirli “i populisti che piacciono alle elité”. Anche in Inghilterra e Stati Uniti, storicamente terre ostili per i movimenti socialdemocratici, l’approccio anti status quo è stato la carta vincente di Berny Sanders, che ha seriamente messo in difficoltà Hillary Clinton, o di Corbyn, che ha sfiorato per 2 punti percentuali la vittoria sui Tories. Certo, sono pochissimi i punti di contatto fra Macròn e Corbyn, come è anche assai complesso mettere nello stesso calderone LePen e Corbyn, Sanders e Orban oppure Pablo Iglesias e Salvini. Dunque, perché in un momento di generalizzato disordine mondiale, tutto si dovrebbe ridurre ad uno schema così semplice?

E’ abbastanza curioso come +Europa, il giorno dopo il voto, sia accorsa a porre il proprio mattoncino, a questo punto poco rilevante, per arginare “lo tsunami” populista, nella costruzione di un muro che non appare per altro così granitico, viste le tante crepe presenti nel PD. Rintanarsi nel bunker del proprio elettorato, praticando la strategia dell’argine, non sarebbe di grande appeal per un movimento nascente, che come tale dovrebbe, almeno in una prima fase, provare a sfidare lo status quo.

A colpire ancora di più è l’indifferenza e la leggerezza con cui quasi si spera che Lega e M5S governino: ci si è domandati come reagirebbero i partner Nato se un esponente del Carroccio, che ha sottoscritto un patto di collaborazione con il partito di Putin, fosse nominato al vertice della Farnesina, o del Viminale, o al Ministero della Difesa e potesse mettere mano a determinati dossier sensibili? Persa tutta l’Europa dell’est e compromesso il rapporto con la Turchia, la Nato reggerebbe all’urto di trovarsi ministri amici di Putin in un paese centrale nel mediterraneo, come l’Italia?

Il Movimento 5 Stelle, nella sua cinica sete di potere, sembra assolutamente a suo agio nel trasformarsi rapidamente, e forse solo apparentemente, in un’affidabile forza di Governo (eppure Tsipras in Grecia ci è riuscito perfettamente). Di Maio infatti, non dovendo rispondere ad una chiara linea politica ratificata da congressi democratici, può cambiare idea e registro alla bisogna. Inoltre, rappresentando un elettorato così vasto, non lascerà mai delusi troppi elettori, come per altro lo stesso Berlusconi ha fatto per anni.

Il vantaggio dei 5 Stelle sul modello Berlusconi è che, non essendo un movimento personalistico, la leadership di Di Maio è a tempo e sarà sostituito con un nuovo leader al momento ritirato dal mercato politico, oppure da un altro ancora in fase di progettazione e sviluppo dagli uffici della Casalleggio Associati.

La campagna elettorale permanente è l’habitat perfetto per partiti come l’M5S o la Lega, mentre è distruttiva per partiti democratici, i quali, includendo correnti politiche diverse, sono da un lato perennemente concentrati sul legittimare internamente le leadership, mentre la restante energia è spesa nel rincorrere i populisti sui temi che questi abilmente riescono ad imporre nel dibattito pubblico.

Se i partiti democratici, soprattutto quelli piccoli e nuovi, si basassero sull’effettiva e concreta azione ed iniziativa politica, privilegiandola rispetto al consolidamento d’apparato fine a se stesso, potrebbero presentarsi di fronte all’elettorato forti della coerenza degli obbiettivi che si è provato a raggiungere.

In conclusione, visto che le parole di Emma Bonino “il patrimonio si spende una volta sola”, farebbero presagire, oltre all’indisponibilità del suo nome nel simbolo in futuro, un suo parziale disimpegno; se si vuole che +Europa non si estingua in frizioni fra i mini apparati sarebbe importante la definizione di iniziative e obiettivi che mobilitino attivisti prima ancora che pensare a tesserarli, in una conta che rischia di essere interna, e allarghi la federazione ad altri movimenti e personalità. Ma sarebbe anche fondamentale che gli estensori dello statuto individuino meccanismi che portino gli attivisti a scegliere obiettivi, campagne e grazie ad esse e alla capacità di aggregazione ampia del fronte “riformatore”, a selezionare e riconoscersi in un leader che incarni e dunque prefiguri con la sua storia le campagne di + Europa e quindi il soggetto +Europa.

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