Nuovi liberali

di Gionny D’Anna

Da tempo è in voga una lettura molto diffusa sullo scollamento profondo nel Mondo Occidentale fra il ceto medio ancora benestante e progressista, cosmopolita residente nei quartieri ricchi del centro a cui si contrappone tutta la fascia “degli sconfitti della globalizzazione” che vivono nelle periferie, in provincia e che sono stati esclusi dai benefici del mondo aperto e globalizzato. Questa chiave di lettura è stata adottata per analizzare i principali fatti politici di questo periodo, Brexit, la vittoria di Trump e in generale l’avanzata “dei populismi”.

Il successo non ancora definitivo di Macron in Francia ha portato molti osservatori a sottolineare come i progressisti ed i liberali anziché sfidare “i populisti” sul loro campo dovrebbero contrapporre agende politiche chiare, apertamente liberali apertamente “europeiste”. Credo sia solo parzialmente giusta come osservazione; senza dubbio di fronte all’avanzare di forze ormai apertamente sovversive rispetto ai canoni classici delle democrazie liberali, i progressisti non dovrebbero inseguire sul loro campo questi movimenti ma il rischio di irrigidirsi e dimostrarsi insensibili ad una lacerazione delle società libere sarebbe un grave errore. L’Unione europea, lo Stato di Diritto, il mondo aperto e globalizzato e la concorrenza devono essere difesi senza indugio dalle forze liberali e progressiste, ma ammesso che in Italia cio’ sia mai stato promosso con convinzione dai partiti del centrosinistra, oggi occorre anche intervenire radicalmente per estendere la platea di cittadini che beneficiano della globalizzazione e non fare quadrato intorno alle elitè liberali difendendole dalla marea montante neofasciste francesi della LePen o dalle istanza reazionarie di Salvini e DiMaio.

Negli anni’90 il liberismo economico, praticato in modo abbastanza goffo e maccheronico in Italia, si è sostanzialmente limitato a numerose riforme del mercato del lavoro, e delle pensioni ed una disciplina del bilancio non fondata sull’efficientamento della spesa pubblica ma sull’innalzamento costante delle tasse. Il paradosso è stato che le riforme del mercato del lavoro non accompagnate da una capillare liberalizzazione dei mercati e da efficaci politiche attive hanno bloccato l’ascensore sociale e senza rendere più competitive le aziende e le riforme delle pensioni anziché spostare risorse dalla generazione dei baby boomer alle generazioni nate dopo gli anni’70 hanno solo bloccato il turn over nelle aziende e nella PA, facendo così esplodere la disoccupazione giovanile e innalzando a 50 anni l’età media dei dipendenti pubblici. Insomma la famose equità intergenerazionale nel welfare come nel mercato del lavoro non si è concretizzata, anzi sia i giovani che i loro padri sono stati penalizzati. Come sappiamo l’ingresso nell’euro, per fortuna, ha smorzato l’impatto negativo sull’economia reale proteggendola da una politica del tutto incapace di far uscire l’Italia dal guado delle mancate riforme strutturali.

Ecco forse in questa nuova fase del mondo aperto e di radicale scollamento far centro e periferia insieme a concorrenza e libero mercato, che sono gli strumenti attraverso cui i vincenti della globalizzazione devono continuare ad essere lasciati liberi di produrre profitto, generare innovazione e fecondi scambi di idee; occorre pensare a come portare queste opportunità ai milioni di cittadini europei che ne sono esclusi. Ai vincenti della globalizzazione siano individui altamente qualificati o grandi imprese altamente produttive ed innovative va garantita ancora maggiore concorrenza e libertà perché continuino a far progredire la collettività con i loro ingegno, la laro capacità di produrre reddito e innovazione; contemporaneamente però serve che anche chi è escluso dai benefici della concorrenza e del mercato aperto sia messo nelle condizioni di poter essere utile al progresso sociale, economico e tecnologico collettivo e non messo all’angolo marginalizzato. Non è un caso se infatti Macron propone, insieme a sostanziosi tagli alla spesa pubblica, 50 miliardi di investimenti pubblici di cui 15 per un grande piano di formazione professionale per supportare e rafforzare quei lavoratori spiazzati dalla globalizzazione e a rischio spiazzamento della rivoluzione digitale.

La fase destruens e liberalizzatrice che ha connotato le ricette dei Democratici americani, dei socialdemocratici e dei liberali europei negli anni novanta e duemila oggi deve essere sostituita da una fase costruens e liberalizzatrice. Occorre cioè ripensare e ricostruire quei canali sociali e istituzionali che hanno reso democratica, florida e benestante l’Europa, senza cedere a protezionismi e nazionalismi. Anche su questo Macron coglie il punto quando, senza mettere in discussione il Fiscal compact, il suo essere europeista si declina ad esempio rafforzando gli investimenti pubblici su scala europea e allargando il budget comune fermo ancora a solo all’1% del PIL. Oppure quando vuole uniformare il mercato unico europeo dell’energia e del digitale rendendolo più concorrenziale a scapito particolarismi e dei monopoli nazionali, ponendo però barriere regolatorie perché ad investire o a vincere gli appalti pubblici siano imprese con prevalente attività in Europa, non in Francia. Insomma un liberalismo, progressista fortemente federale ed europeista ma anche pragmatico e non ideologico; dunque un liberalismo inteso come metodo non come dottrina, un liberalismo che vuole proteggere i principi dell’Open Society e non vuole essere indifferente alle novità, divenuti problemi esplosi poi in emergenze, che questa fase di transizione globale ha fatto emergere. Un liberalismo incapace di pensare a nuovi strumenti di governo della società è destinato semplicemente ad essere sepolto dalla montanti onde reazionarie e nazionaliste oltre che dalla storia. Forse allora serve pensare ad nuova terza via, alternativa ai nazionalismi populisti a tinta rossa o a tinta nera ma alternativa anche alle destre conservatrici promotrici degli stati di emergenza securitari e indifferenti alle crisi delle democrazie, ai diritti civili, alle questioni sociali e migratorie.

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