Requiem per la “Generazione Erasmus”: il duro risveglio del 4 Marzo

di Alessandro Luna

Mentre Salvini e i 5 stelle raccattavano voti a destra e manca (letteralmente), il centrosinistra ha voluto ignorare e talvolta sbeffeggiare quei sentori popolari e quelle idee “di pancia”, relegate all’attenzione dei populisti. E i suoi esponenti si sono dedicati alla ricerca di quell’Italia “migliore”, quella che lavora e che innova, quella giovane, quella tecnologicamente avanzata. Quella della “generazione Erasmus”. Quella che in fondo, poi, tutto sommato, li avrebbe dovuti votare. E che gli ha preferito chi per anni era stato bollato come populista e razzista. Altro fallimento è stato quello della nostra lista, +Europa con Emma Bonino, che non ha raggiunto il 3% necessario per entrare in Parlamento, mentre a gonfiarsi sono stati partiti critici e scettici verso l’Europa. E la maggior parte dei giovani ha virato su queste ultime scelte.

Quando i rappresentanti dei governi italiani aderirono all’Europa, immaginarono per noi ragazzi un progetto come quello dell’Erasmus: esperienza che, da giovani, avrebbero tanto voluto fare. Si era presentata però loro una situazione molto meno “maastrichtiana” negli anni della gioventù: la Spagna era sotto la dittatura franchista, la Jugoslavia sotto quella titina, la Grecia era governata da colonnelli fascisti e a est della Francia era meglio non mettere piede. Il progetto della “generazione Erasmus” fu un tentativo di “plasmare” i futuri italiani sul modello europeo e di renderli riconoscenti di quel “dono” che, a discapito magari di tante altre cose, avevano deciso di farci.

In sostanza, si puntò su questa fantascientifica creazione, ossia su una generazione con gli stessi ideali di Ventotene ma con molte più possibilità di chi li aveva preceduti. Oggi si vedono i risultati. Se davvero esistesse una generazione Erasmus, il 55% dei voti non sarebbe andato a partiti euroscettici. Se ci si riferisce al voto dei giovani, la percentuale scende a 45%, che un’operazione di wishful thinking (eccessivo ottimismo) tradurrebbe in un sospiro di sollievo, ma che un’analisi attenta deve riconoscere come ancora più grave: è significativo che il 55% dell’Italia sia euroscettica, ma che il 45% della “generazione Erasmus” lo sia è un dato incredibile. E denota il fallimento più totale di quel progetto. Perché l’Erasmus ci avrebbe aperto nuovi orizzonti, ci avrebbe donato più apertura mentale e, dato che tutti i più grandi pensatori hanno viaggiato molto, avrebbe reso la nostra generazione un gioiello di cui essere fieri e cui affidare, una volta definitivamente sfiniti dalle due estenuanti repubbliche, la politica in tutto e per tutto. Chi ci ha preceduto sarebbe potuto andare in pensione sapendo di affidare alla splendida “generazione Erasmus” la politica del nostro paese e quindi il loro futuro.

Non ha funzionato, e questa generazione non esiste. E se esiste ha una connotazione ormai negativa: ingrati. Perché è così che ci devono immaginare i nostri genitori, vedendoci considerare l’Erasmus come un viaggetto che accresce le probabilità di imbattersi in relazioni occasionali e feste sulla spiaggia. Ma non può essere solo colpa nostra. In qualche modo l’Europa non è riuscita a far sentire la nostra generazione parte di essa, parte di un tutto. Ed oggi un ragazzo, quando sente la parola per cui tanto si straziavano Spinelli, Rossi e Colorni, non ha l’istinto di sentirvisi attaccato. Che si possa ancora costruire questa generazione? Oppure è solo un nobile tentativo cui riconoscere la buona intenzione? Se anche fosse la seconda la risposta esatta, non credo che potrà fermare la voglia di costruire sempre di più in questo senso. Dovessero rimanere in poche decine le persone che ci credono, il sogno europeo continuerà. Ma deve prendere atto del fatto che la Generazione Erasmus è un ologramma. E magari tentare di dargli corpo.

3 maggio 2018

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