Il femminismo pop di Chimamanda Adichie

Quarant’anni, nigeriana trapiantata negli Stati uniti, Chimama Ngozi Adichie è una delle scrittrici più influenti del nostro tempo. Ed è anche un’icona femminista sui generis: perché lo è senza volerlo, senza averlo scelto. A consacrarla a questo ruolo, infatti, è stato un discorso dal titolo “Dovremmo essere tutti femministi” che ha pronunciato nel 2012 ha nell’ambito di una conferenza – la  Ted Conference di Oxford – rivolta a un pubblico di africani e amici dell’Africa.

Autrice formidabile, i suoi scritti tracciano profili e storie di donne potenti e intimi, ma non ha mai teorizzato qualcosa che potesse essere ascritto alla categoria della speculazione filosofica o sociologica sulla parità di genere. “Alcuni minuti prima di salire sul palco ancora prendevo degli appunti – ha raccontato alcuni giorni fa al Festival della Letteratura di Mantova, nel corso di un memorabile incontro con Michela Murgia – Non sapevo bene cosa dire: non avevo fatto una riflessione teoretica che potesse prepararmi a quel discorso. Volevo solo dire la verità di quello che sentivo. E alla fine ho detto delle cose che tutte le donne già sapevano”.

Il suo approccio al femminismo è un’alzata di spalle: è naturale e pragmatico ben piantato nelle piccole cose. Non si pone il problema del perché e del come affermarsi: cerca direttamente la via più immediata per affermarsi. “La teoria fluttua al di sopra delle cose reali” dice. E l’affermazione “dovremmo essere tutti femministi” sottintende, in qualche modo, che il quesito su come affermare il ruolo e il posto della donna nella società vada rovesciato e ci si chieda, piuttosto: com’è possibile che questa cosa vada rivendicata? Com’è possibile che non sia naturale?

Quel discorso ha un successo dirompente e inaspettato. In poche ore il video riceve decine di migliaia di visualizzazioni, in Svezia lo stampano e ne fanno dei libretti che vengono distribuiti ai sedicenni di tutto il paese, Beyoncé lo cita in una sua canzone (Flawless) e Dior ne fa persino una t-shirt (disponibile alla modica cifra di 550 euro).

Chimamanda ha fatto del femminismo qualcosa di pop, qualcosa di lontano dall’austerità del vetero-femminismo, qualcosa di… leggero. Ha creato un femminismo delle questioni di ogni giorno, quello di una che in una profumeria davanti a uno stand di fondotinta si interroga sul perché non vi siano le tonalità adatte alle pelli più scure (“sarebbe anche una fetta di mercato, no?”) e che leggendo l’etichetta “colore carne” su dei collant si chiede: “quale carne? Certo non la mia!”.

Quesiti quasi superficiali che spalancano, però, questioni enormi. Come quella del rapporto tra bellezza e la politica. “La bellezza è una costruzione storica e sociale: per esempio oggi ci piacciono cose diverse rispetto a cinquant’anni fa, e viceversa. Ma anche per questo i modelli di bellezza sono un veicolo importante di inclusione: se io non faccio parte di uno standard rappresento automaticamente qualcosa di diverso che è difficile da includere”.

A sentire le sue risposte alle domande della Murgia, argomentate con le parole che sembrano essere scelte sempre tra le più esatte, non si può non pensare al linguaggio di “Dovremmo essere tutti femministi”. Un linguaggio semplice semplicissimo, quasi quotidiano: di chi ha urgenza di dire qualcosa e di essere capito.

Un registro molto lontano da quello dei suoi romanzi che pure, senza mai farne l’argomento centrale, pongono con decisione il tema della donna, della sua conoscenza di sé stessa, della sua ricerca di una identità attraverso la scoperta del proprio corpo, da “Americanah” a “Ibisco viola”.

Eppure è stata proprio la semplicità di quel discorso a renderlo, in qualche modo, mainstream. È giusto semplificare ridurre all’osso un tema così importante? Un tema oggetto di ricerche e discussioni e scontri per secoli? Se riesce ad essere argomento di conoscenza e di dibattito per i milioni di persone al mondo la risposta, forse, è proprio: sì. “Sei riuscita a fare in modo che le cose che ci diciamo nei ristretti circoli in cui siamo tutti già d’accordo, venissero conosciute da un numero di persone di gran lunga più ampio” la ringrazia Michela Murgia.

Chimamanda è bellissima: “a me piace il colore della mia pelle” dice mentre con una mano si accarezza il braccio e tutto lei è terribilmente sensuale. E seduce un pubblico di mille persone che sta in silenzio, con il fiato sospeso. Così la sua immagine riassume ciò che è impossibile comunicare persino con le parole della più brava tra le scrittrici: ovvero il fatto che la conquista più grande è sempre quella di amare sé stessi (“Lei appoggiò la testa alla sua e provò per la prima volta una cosa che avrebbe provato spesso con lui: l’amore di sé. Attraverso lui apprezzava sé stessa.” Americanah).

È davvero un miracolo che sia sbocciata una tale scrittrice in un paese come la Nigeria. Lo stesso dove i terroristi islamici di Boko Haram (locuzione che alla lettera significa «l’istruzione occidentale è proibita») rapiscono e uccidono le donne, soprattutto quelle che studiano, come le 276 studentesse di Chibok rapite nell’aprile del 2014.

Tre settimane fa il governo ha organizzato uno scambio di prigionieri con i jihadisti: così in 82 sono state liberate. Altre 20 erano già tornate a casa. Alcune sono fuggite, altre uccise. Di oltre 110 non si conoscono le sorti. Alcune tra le sopravvissute hanno raccontato di aver tenuto per tutto questo tempo di prigionia un diario.

Un piccolo quaderno nascosto sotto i pesanti veli che i miliziani hanno imposto loro; un diario passato di mano in mano, per scrivere una parola e una frase ciascuno le torture, le violenze, le sevizie, le atrocità viste e vissute.

Quelle parole tracciate su quei fogli sembrano davvero il segno estremo della resistenza alla violenza jihadista: che ha stuprato e segregato e sconquassato i corpi di quelle giovani, ma che non è riuscita ad eliminarle completamente come esseri umani. Almeno fino a quando sono riuscite a prendere una penna e scrivere, e raccontare.

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