Su queste ore. Sulla sfida di una resistenza europeista

La partita che si gioca in queste ore manifesta con un’esplosione che appare improvvisa un fenomeno che in realtà, è in atto da tempo. Quello di una pericolosa virata a destra dell’elettorato dei suoi rappresentanti e del loro rapporto con le istituzioni. Del paese. In questa direzione, il voto ai 5 stelle rappresenta un ponte, uno step intermedio. A individuarlo, con netto anticipo, questo meccanismo era stato Alessandro Leogrande.

Ma che cosa c’è di pericoloso in un tale processo, tutto sommato frutto di un esercizio democratico di un proprio diritto? C’è un contesto radicalmente modificato, è qualcosa di nuovo ma di già visto. Andiamo con ordine. La crisi di governo senza precedenti è stata causata dal diktat di Salvini (e Di Maio) sul nome di Paolo Savona al ministero dell’Economia. Savona è uno che teorizza l’uscita dall’euro attraverso una sorta di “programma segreto”. Nel 2015 ha scritto una guida (Il piano B per l’Italia) nella quale sostiene che l’uscita dall’euro deve essere organizzata in un regime di segretezza poiché se diffusa rischierebbe di creare deflussi di capitale, aumento dello spread, speculazioni e disagi economici consistenti. Perciò non è il caso di creare su questo un dibattito aperto, men che meno un referendum. Si deve istituire un “comitato” composto dai massimi livelli delle istituzioni che sono tenuti alla segretezza assoluta per mettere in atto il piano. (Leggere per credere)

Mattarella avanza le sue perplessità e il seguito è noto. Anche se poco chiaro. E ci sono tante domande ancora non poste (i media sono sembrati subito allineati ai capetti, vedi telefonata di Di Maio in diretta da Fazio, che manco Berlusconi dei tempi d’oro). Innanzitutto: perché a Salvini non andava bene il suo braccio destro Giorgetti, come proposto da Mattarella? E poi: Salvini vuole uscire dall’euro? Perché questo non era un punto del programma della coalizione di centrodestra. E non lo era nemmeno nel programma dei 5 stelle, che su ciò – come si dice a Roma – hanno “traccheggiato” per mesi: fuori dall’euro, no dentro, referendum, poi vedremo, no: stiamo in Europa, ecc.

Se fossi una grillina direi che è già in atto il “piano segreto” e che chissà cosa c’è dietro. Siccome sono una radicale dico che i cittadini hanno il diritto di conoscere e decidere di conseguenza. Molti di quelli che hanno sostenuto Lega e 5stelle magari non lo avrebbero fatto se questi si fossero presentati con un programma che prevedeva l’uscita dall’euro. Oggi si trovano un non governo che fa le barricate proprio su questo. C’è qualcosa che non torna. Ed è impossibile mettere in fila le idee in questo quadro.

Il dato terribile è proprio quello della mancanza di conoscenza: dell’umore del popolo, delle narrazioni semplici semplici che viaggiano in post, in meme, in “condividi se sei indignato!!!”. Del flusso incessante e informe di frasi fatte e convinzioni. Fino a un certo punto avveniva online, c’erano i leoni da tastiera che nella vita reale continuavano tutto sommato a esprimersi come persone reali. In principio era la lotta al buonismo: lo sdoganamento compiaciuto di ogni forma di insulto e improperio. Ma tutto si giocava ancora esclusivamente sul piano linguistico. Ora qualcosa si è modificato profondamente nella formazione culturale delle persone. È qualcosa di non ancora codificato ma già in atto e irreversibile. È il compagno di scuola che incontri per strada e ti parla come un troll (“Ciao! Da quanto tempo! Come stai?” “Tranquilla, lo facciamo il governo! Mattarella se ne deve andare a fanculo!” “…” “Non ti esprimi, eh?” “Mah, veramente, speriamo lo formino il governo” “Ah, basta essere schiavi della Germania. I poteri forti. I dati falsi forniti da chissà chi… Mi dispiace ma ora dovete stare fuori dal parlamento!!” “Veramente io ero fuori pure prima” “avete distrutto il paese, adesso via dal parlamento” “ma veramente il mio movimento non c’era nella precedente legislatura” “ma non dico voi radicali, dico voi. VOI in generale”…). Niente, un tempo si sarebbe spettegolato di Tizio che si è spostato e di Caio che è andato a vivere in America, e invece oggi va così. Nello sconforto totale sulla possibilità del dialogo, della forza della parola di poter cambiare le cose, di convincere. Vogliamo convincere e non vincere, diceva Marco Pannella. Ma allo stato attuale non abbiamo gli strumenti adeguati per far emergere un pensiero che non venga travolto dal magma incessante delle catene sui social, dalle narrazioni violente, dagli scandali dimenticati il giorno dopo, spazzati via dalla corrente, dalla mancanza di memoria, dall’assenza della capacità di tenere a mente le promesse e le parole del giorno prima. Insomma, il sentimento primitivo di schierarsi col più forte, ha assunto qualcosa di più complicato. È un baccanale in pieno giorno, è l’atteggiamento disgustoso del proprietario di un ristorante carino e raccolto che mentre sei a cena comincia tuonare i cavalli di battaglia grillo-leghisti tra i tavoli. Scomposto. Volgare. E quando si accorge che siete gli unici a non partecipare festanti, si avvicina e vi chiede “vi porto una bottiglia d’acqua per ingoiare il rospo?? Voi non siete per il cambiamento??”. Voi.

C’è qualcosa di culturale, sociologico e addirittura psicologico in tutto ciò. Ed è alle parole di uno dei più famosi psicoanalisti del nostro paese, Massimo Recalcati, che mi viene da pensare. La libertà non è una vocazione naturale – sostiene Recalcati – è come stare in mare aperto: prima o poi ti viene la nostalgia della terraferma. Della sicurezza. Ed è per questo che quando ci si interroga sul perché non vi sia stata resistenza all’avvento del nazifascismo la risposta è da ricercare in una sorta di desiderio ancestrale verso la casa, la terraferma, la “patria” come causa superiore a cui votarsi. Ora, al di là della psicoanalisi, le origini di tutti i totalitarismi si ritrovano nello smantellamento dello stato di diritto.

Ma, come sempre, anche solo il rievocare il nazifascismo sembra far slittare fatalmente la discussione verso l’irrealtà, verso l’incommensurabile. Come se il confronto non fosse né opportuno né possibile. Ma si sta sciogliendo la neve sulle Alpi e presto troveremo i cadaveri di quelli che dopo aver attraversato il deserto e il mare, sono morti cercando di superare le montagne. Chi sono i nuovi fascisti?

Con +Europa con Emma Bonino avevamo giocato una partita di segno opposto. Impopolare fino alla sconfitta. Ma questo non vuol dire che non fosse giusta e che non sia oggi ancor più urgente. Occorre organizzare una resistenza democratica, europeista, libertaria. Ci sarà bisogno di fare di uscire dai propri recinti, e Più Europa da sola non sarà sufficiente. La nostra ambizione era di condizionare in senso europeista tutto il centrosinistra, da qui la scelta di essere parte di quella coalizione: non ce l’abbiamo fatta. Al punto in cui siamo la sfida non è più solo nostra, dei promotori di un progetto elettorale a vocazione federalista. Solo se riusciremo a fare della bandiera europea, dell’idea di un’Italia più forte in Europa, il progetto di un fronte comune, più ampio possibile – dal centro sinistra alla destra liberale e non xenofoba – eviteremo di fare un balzo di 70 anni indietro nella storia. Saremo in grado di organizzare un fronte del genere ed evitare il bagno di sangue di un tale ricorso storico?

28 maggio 2018

Una replica a “Su queste ore. Sulla sfida di una resistenza europeista”

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