Appunti radicali: dal tribunale penale dell’Aja al rapporto Torkildsen

di Giulio Manfredi dell’Associazione Radicali Adelaide Aglietta

La condanna del generale serbo-bosniaco Ratko Mladic e il teatrale suicidio del generale croato Slobodan Praljak hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica un’istituzione che era finita nel dimenticatoio e che finirà i propri lavori a fine anno: il Tribunale Penale Internazionale ad hoc (d’ora in poi TPI), istituito nel 1993 per giudicare i crimini contro l’umanità, i crimini di guerra e di genocidio commessi nei territori della ex Jugoslavia.

Si tratta di un’istituzione su cui il Partito Radicale transnazionale (TRP) investì molte delle sue poche energie e a cui anche chi scrive, nel suo piccolo, ha dedicato impegno militante.

Ora che il ciclo di vita del TPI è quasi finito, è difficile ricordare che la sua nascita e la sua esistenza non furono affatto scontate. Furono Marco Pannella ed Emma Bonino, fu “Non c’è Pace senza Giustizia”, furono i radicali a battersi affinché la comunità internazionale recuperasse l’eredità tecnico-giuridica costituita dai Tribunali di Norimberga e di Tokio (istituiti al termine della II Guerra Mondiale per giudicare rispettivamente i criminali nazisti e quelli nipponici) e la infondesse prima nei due nuovi Tribunali ad hoc, quelli per la ex-Jugoslavia e per il Ruanda (1994)., e poi nella Corte Penale Internazionale (ICC, pattuita a Roma nel 1998 ed entrata in vigore nel 2002).

Posso portare qui la mia piccola esperienza; quando riuscii, nel 1992, con molta fatica, a raggiungere al telefono Norberto Bobbio, per chiedergli di sottoscrivere l’appello radicale per la creazione del TPI, mi sentii rispondere che “… le colpe non stanno da una parte sola, la situazione è complessa …..”; insomma, niente firma. Ben diversa fu la posizione di Alessandro Galante Garrone, che firmò convintamene.

E una volta istituito, il TPI rischiò di trasformarsi presto in un guscio vuoto, poiché la comunità internazionale non finanziava le sue attività. “Eravamo undici giudici e un pezzo di carta; non c’era nulla”, ricorderà anni dopo il primo presidente del TPI, l’italiano Antonio Cassese. L’esponente radicale Olivier Dupuis intraprese un lunghissimo sciopero della fame per il finanziamento del TPI. I soldi arrivarono e arrivò anche una maggiore spinta dell’opinione pubblica per l’entrata a regime dell’istituzione, dovuta al moltiplicarsi delle stragi che insanguinarono la Bosnia dal 1992 al 1995. Srebrenica, con gli oltre ottomila civili sterminati, rimane il massacro più efferato compiuto in Europa dal 1945 (in attesa, forse, che siano svelati al mondo i crimini compiuti da Putin in Cecenia).

Nel mio piccolo, in quegli anni cercai di collaborare con il TPI, segnalando all’Aja le seguenti tre situazioni, ben distinte fra loro:

  1. Nel 1999 inviai al TPI un esposto con allegata corposa rassegna stampa sulle attività in Serbia del signor Giovanni Di Stefano, allora amico e socio in affari del criminale di guerra serbo Željko Ražnatović, tristemente conosciuto come “comandante Arkan”. Un anno dopo, nel corso di un incontro pubblico svoltosi a Dogliani (CN), l’allora Procuratore Capo del Tribunale dell’Aja, Carla Del Ponte, da me interpellata sul mio esposto, mi rispose che la competenza giuridica in materia era degli Stati nazionali. Il nome di Giovanni Di Stefano ritornerà anche nella vicenda dell’affaire Telekom Serbia e i radicali chiederanno, inutilmente, la sua audizione sia da parte della Procura della Repubblica di Torino (competente nel caso) sia da parte della Commissione parlamentare d’inchiesta su Telekom Serbia (2002<2005).
  2. Inviai a più riprese al TPI corposa documentazione fattami avere dal signor Guido Garelli, allora detenuto nel carcere di Ivrea (TO); una parte della documentazione fu da me consegnata anche alla Commissione parlamentare d’inchiesta.
  3. Il 27 febbraio del 2001 invitai il TPI ad indagare sul cittadino serbo Mihalj Kertes, che, agli inizi degli anni ’90, era stato “ministro della diaspora serba” e aveva compiuto in tale veste numerosi viaggi in Croazia e in Bosnia. Un accurato reportage del settimanale inglese “The Guardian” (edizione del 3/02/1997) lo indicava come appartenente alla “vojna linija”, la “linea militare”; faceva parte, cioè, di un piccolo gruppo di uomini del dipartimento per la sicurezza dello Stato del Ministero degli Interni serbo, incaricato di addestrare le bande paramilitari di Arkan e di Seselj, che compirono efferati crimini di guerra in Croazia, Bosnia e Kosovo. Kertes era alle dirette dipendenze di Slobodan Milosevic, presidente della Serbia. Se fosse stata provata l’esistenza di questa catena di comando, che collegava Milosevic ad Arkan e soci, sarebbe caduta l’intera linea di difesa del dittatore serbo (morto in carcere, all’Aja, nel 2006), basata sull’assunto “Non ero e non potevo essere a conoscenza dei crimini compiuti da miei sottoposti”.

La figura di Kertes tornerà alla ribalta nel giugno 2002 quando l’investigatore finanziario Morten Torkildsen consegnerà a Carla Del Ponte un voluminoso e accurato incartamento, conosciuto come “Rapporto Torkildsen” (vedi link in calce). Nel documento viene analizzato il sistema di fondi neri creato da Milosevic a Cipro, attraverso la costituzione di numerose “società di copertura” attraverso le quali far passare i soldi necessari a comprare armi ed equipaggiamenti in Occidente, aggirando l’embargo decretato dalla comunità internazionale contro la Serbia. Nel periodo delle guerre jugoslave (tra il 1992 e il 2000), il regime di Milosevic riuscì a mettere al sicuro a Cipro oltre 650 milioni di euro. Regista di questa complessa rete era proprio Mihalj Kertes, che a fine anni ’90 era diventato capo delle Dogane serbe. Dopo la caduta del regime di Milosevic (ottobre 2000), Kertes decise di collaborare con gli inquirenti del TPI.

Quanto contenuto nel “Rapporto Torkildsen” è rilevante anche nella vicenda dell’affaire Telekom Serbia, perché leggendolo si apprende che il 26 giugno 1997, due settimane dopo la vendita del 49% di Telekom Serbia a Telecom Italia e all’OTE greca, tre delle società fantasma di Milosevic a Cipro fanno il pieno di denaro liquido: ciascuna di esse incassa 160 milioni di dollari. Sono la Browncourt, la Hillsay marketing e la Vericon Management. Due terzi di quel denaro, 320 milioni di dollari, provengono da due conti della Beogradska Banka aperti presso la European Popular Bank di Atene. Sono i conti indicati dai serbi a Telecom Italia per effettuare il pagamento per l’acquisizione del 29% di Telekom Serbia. L’ipotesi è che il denaro italiano (soldi pubblici, ricordiamolo, perché allora Telecom Italia non era stata ancora privatizzata) abbia fatto solo una breve sosta ad Atene per poi essere riversato nelle società cipriote.

Il 27 novembre 2002, quando fui audito sull’affaire Telekom Serbia dal PM torinese Bruno Tinti, richiesi formalmente alla Procura di Torino di audire, tramite rogatoria internazionale, il signor Mihalj Kertes. Analoga richiesta la feci, assieme all’allora europarlamentare radicale Benedetto Della Vedova, quando fui audito dalla Commissione parlamentare di inchiesta sull’affaire Telekom Serbia, il 5 febbraio 2003 a cui trasmisi copia del “Rapporto Torkildsen”.

Il 12 marzo 2003, il premier serbo Zoran Djindjic fu ucciso da tiratori scelti appostati davanti al palazzo del governo, a Belgrado. Fra le persone indagate per l’omicidio compare anche Franko Simatovic, esponente dei famigerati “berretti rossi”, le unità delle forze speciali del Ministero degli Interni serbo che diedero appoggio logistico in Croazia e Bosnia alle bande criminali di Arkan e Seselj (vedi citazione precedente dell’articolo del Guardian).

Ricordare la morte di Zoran Djindjic mi permette di terminare questi brevi appunti con una nota positiva e una nota negativa.

La Serbia, la Bosnia, la Croazia del 2017 sono in una situazione ben diversa, ben migliore di quella del 1993 e anche del 2003. Tutti gli Stati sorti dalle macerie dell’ex Jugoslavia guardano all’Unione Europea non più come un nemico o come una matrigna cattiva ed indifferente ma come un traguardo da raggiungere. L’Unione Europea, cioè tutti noi, deve esserne consapevole; essere consapevole di quanto vale, essere consapevole di quanto deve fare per corrispondere a quelle aspettative.

La nota negativa è che quanto è successo negli anni ’90 nell’ex Jugoslavia è servito da modello in altri contesti. L’utilizzo di bande paramilitari per evitare coinvolgimenti diretti di truppe regolari negli “affari sporchi” è stato attuaro da Putin prima in Cecenia e poi in Ucraina. E lo stesso Putin ha fatto sua la lezione di Milosevic e di Kertes: l’utilizzo di società di comodo, di scatole cinesi, a Cipro per aggirare le sanzioni internazionali. Nel suo intervento alla recente convention europeista di Radicali Italiani, Roberto Saviano ricordava che Cipro è lo Stato con cui la Russia ha il maggiore import-export…

Il rapporto Torkildsen: un esperto dell’Aja analizza i fondi neri di Milosevic:
Prosecution CorrigendumTorkildsen financing
(pubblicato in http://www.associazioneaglietta.it/cosa-facciamo/telekom-serbia/)

 Per approfondimenti:
Le guerre jugoslave” di Joze Pirjevec, Einaudi, 2001
Telekom Serbia – Presidente Ciampi, nulla da dichiarare? – diario ragionato del caso dal 1994 al 2003”, di Giulio Mannfredi, Stampa Alternativa, 2003 (con postfazione di Marco Pannella)

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