Il “Decreto Dignità” e la visione moralistica dell’economia

di Paolo Violi, membro del Comitato nazionale di Radicali Italiani

In questi giorni si discute sulla conversione in legge del “Decreto Dignità”, nome altisonante per il primo importante atto di governo nazionale su iniziativa dei 5 Stelle. È una legge, sì, ma è anche un proclama (basta ascoltare i toni), e un’anticipazione di cosa ci aspetta in materia di politica economica per il lavoro e per l’impresa. Lo spirito che anima questo provvedimento è molto chiaro: è il moralismo. Dopo aver fatto della distinzione tra “onesti” e “vecchia politica” una chiave di creazione del consenso, il Movimento 5 Stelle fa uso di una visione manichea delle cose anche per leggere la società e l’economia. Questa in particolare è vista con sospetto, come un luogo di sopraffazione dei prepotenti contro gli indifesi: l’Europa contro l’Italia, i tecnocrati contro il popolo, i datori di lavoro contro i lavoratori – insomma tutto l’armamentario retorico da cui siamo continuamente investiti.

Questo approccio riscuoterà anche il favore di molti, perché in fondo nel nostro paese si tratta di una lettura non certo nuova delle dinamiche economiche (in particolare quelle privatistiche e di mercato), ma questo non deve farci desistere dal denunciarne la pericolosità.

Facciamo un esempio. Uno degli obiettivi principali del provvedimento sembra essere scoraggiare il ricorso all’assunzione a tempo determinato, con maggiori oneri per le imprese, e la riduzione della durata dei contratti. Certo, la precarietà è una condizione che ha penalizzato intere generazioni, rendendo meno accessibili strumenti importanti per costruirsi una vita come accendere un mutuo per comprarsi una casa. Ma stigmatizzando lo strumento del contratto a tempo, che evidentemente è figlio di una mutata realtà economica mondiale, e non della natura maligna e perfida di chi assume, si otterrà un solo effetto: meno lavoro. O lavoro nero.

Se poi volessimo valutare i possibili effetti combinati con le altre disposizioni in materia di lavoro del testo di legge, il risultato non potrà che essere una riduzione dell’occupazione, come pure certificato dalla relazione tecnica che accompagnava il decreto (con tanto di polemiche su tabelle spuntate misteriosamente di notte e complotti delle lobby). Ma il punto non è questo.

Sul merito del tema, rimando alle proposte di riforma del welfare di Radicali Italiani e al programma di +Europa per le scorse elezioni politiche, che credo siano la base su cui continuare a lavorare per tentare di risolvere i nuovi problemi del mondo del lavoro.

Ciò che però mi preme evidenziare, in conclusione, è che probabilmente dovremo fare i conti per molto tempo con leggi ispirate da una visione moralistica delle cose, in economia come in altri campi di governo. Credo che nessuno possa permettersi di rifugiarsi nell’idea (consolatoria) che tanto basta aspettare e tutto si smonterà, una volta che questa logica avrà fatto danni, perché ne saremo già stati danneggiati, tutti.

Mi piace invece pensare che questo clima sia un’occasione per rilanciare un modo diverso di fare politica, senza attendere disastri. Come il modo che userebbe un radicale. Penso ad esempio all’iniziativa a Roma del Referendum Atac. Non populista, non ideologica: al contrario, una proposta di soluzione puntuale ai problemi delle persone, una visione positiva di un possibile modo di governare la realtà locale guardando all’Europa, attraverso lo strumento della partecipazione popolare.

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