Lettera aperta a un’opposizione efficace

di Davide Amadori

Gli ultimi sondaggi elettorali dipingono un quadro inquietante della situazione politica italiana, sia per il superamento della Lega sul Movimento 5 stelle sia perché questa crescita è proporzionale alla deriva antidemocratica delle dichiarazioni di Matteo Salvini. Viene quindi naturale chiedersi quali azioni e forze potranno arrestare un’ondata di consenso di tale portata.

Per quanti spunti possano sorgere, un’opposizione invettiva contro le incompetenze e le negligenze della maggioranza di governo verrà sempre percepita come l’autodifesa di un establishment morente; viceversa un’opposizione parlamentare propositiva sarebbe poco credibile se provenisse dalle stesse forze e personalità che hanno avuto il potere e le occasioni di ottenere tali rivendicazioni. Insomma, apparentemente nulla può scalfire la crescita del consenso di Lega e 5 stelle, quotidianamente alimentato da azioni e dichiarazioni al limite dell’abuso di potere.

Ci siamo meritati una tale situazione? Sì: per decenni le varie maggioranze hanno colpevolmente impedito ai cittadini di comprendere il funzionamento di istituzioni e partiti penalizzando la partecipazione elettorale, l’esposizione delle fonti ufficiali di informazione, l’individuazione delle responsabilità politiche nelle scelte di governo. Tutto questo ha fomentato quel senso di separazione tra cittadini e politica sul quale Lega e 5 stelle hanno costruito il loro consenso: la loro abilità nel gestire questa retorica è stata tale da concedergli il potere di rinchiudere a piacimento dietro il “muro” retorico della casta, delle élite, dell’establishment ogni oppositore, persino chi non ha mai avuto responsabilità di governo.

La costruzione di un’opposizione efficace passa dunque dalla distruzione dall’interno di quel muro tramite la riscoperta delle forme di democrazia partecipata, l’educazione scolastica (ovvero di massa) alla struttura dello Stato e del funzionamento degli intermediari, la costruzione di un sistema istituzionale concepito per essere compreso dai cittadini; insomma, passa per il “diritto alla conoscenza” di pannelliana memoria e il “conoscere per deliberare” di Einaudi. La proposta di legge popolare sulla reintroduzione dell’ora di educazione civica nata in seno all’ANCI su spinta del sindaco di Firenze Dario Nardella è un grande passo in questa direzione (anche se l’insegnamento del Diritto si esporrebbe a meno rischi di propagandismo, in quanto oggettiva divulgazione del funzionamento delle istituzioni), ancora di più in quanto iniziativa promossa da sindaci, ovvero le figure elettive di cui il cittadino ha la percezione più immediata.

Concludendo, l’educazione civica permette a tutti i cittadini di uscire dalla mistificazione manipolatoria dei populisti sulle competenze delle istituzioni repubblicane, ma non basta: le modalità di raccolta firme su proposte, referendum e liste sono ancora confuse e antiquate (basti pensare all’impossibilità di farlo online), e la diffusione delle forme di democrazia partecipata (referendum, bilanci, petizioni) è lasciata alla buona volontà delle amministrazioni comunali. Persino il partito apripista delle primarie in Italia (pur con tutti gli errori del caso) ha rinnegato questo strumento per la scelta dei candidati alle scorse elezioni politiche.
So che la democrazia diretta può spaventare, specialmente in tempi in cui si percepisce un imbarbarimento culturale nei modi e nei contenuti di chi accede alla politica solo durante le elezioni, e agli occhi di forze politiche che, oltre ad idee, gestiscono posti di lavoro (il che rende sgradita la prospettiva di concedere ad altri la capacità di iniziative politiche), ma non posso concedermi il rimpianto di non aver fatto tutto quanto è in mio potere per divulgare soluzioni a una situazione politica da cui sarà complicatissimo uscire. Nessuno di noi può.

27 giugno 2018

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