Povertà e violazione dei diritti sociali crescono dove mancano i diritti civili e la democrazia – Risposta a Luca Ricolfi

di Roberto Cicciomessere

Luca Ricolfi, nel chiedersi compiaciuto come mai la sconfitta della sinistra sia arrivata così tardi, non sembra preoccupato e occupato dall’attacco che la maggioranza di governo sta portando alla democrazia, alla costituzione, all’ordinamento liberale, dall’azione di smantellamento dello stesso parlamento e della democrazia rappresentativa attraverso la riduzione dei sui membri a puri esecutori della volontà dei propri partiti, privandoli, con l’imposizione del vincolo di mandato, della stessa libertà d’espressione assoluta, così come non sembra preoccupato dal rischio reale che l’Italia esca dall’Unione europea e dall’Euro con effetti catastrofici sui bilanci e risparmi delle famiglie e del loro potere d’acquisto, con un aumento drammatico della povertà e dell’insicurezza tra la maggioranza della popolazione.

Come ai tempi della battaglia per l’istituzione del divorzio da cui originò la grande stagione dei diritti civili, ritiene che le lotte politiche per “unioni civili, testamento biologico, riforma carceraria, reato di tortura, ius soli, accoglienza dei migranti, Europa” siano sovrastrutturali e riguardino solo le “aspirazioni individualiste e libertarie dei ceti medi”, non il “popolo”. Ci abbiamo messo almeno un ventennio noi radicali, per fortuna non isolati nel mondo occidentale, per convincere i più dell’insensatezza della contrapposizione tra diritti civili e quelli sociali perché i primi rappresentano, ancor più oggi nell’era della quarta rivoluzione industriale, uno dei principali fattori di sviluppo e di crescita in un’economia sempre più fondata sulla conoscenza e la creatività, che fioriscono solo in una società di persone libere di qualsiasi etnia, cittadinanza, orientamento sessuale e opinioni politiche. Non dovrebbe essere necessario ricordare che povertà e violazione dei diritti sociali allignano innanzitutto dove mancano i diritti civili e la democrazia. Lo abbiamo fatto coniugando l’affermazione dei diritti civili con la rigorosa lotta alle diseguaglianze che minano alla base il nostro contratto sociale, dividendo i paesi tra perdenti e vincenti della globalizzazione, con proposte non demagogiche, fondate sull’irresponsabile ulteriore sfondamento del debito da regalare ai nostri figli, ma liberali che tengano conto delle compatibilità finanziarie e quindi realizzabili, come quella sul reddito minimo d’inserimento contro la povertà e per l’inclusione degli spiazzati dalla rivoluzione tecnologica, autofinanziato dalla riforma del welfare che elimini privilegi superflui ai ceti benestanti (Camera n. 671).

Luca Ricolfi non è per niente turbato che il “partito popolare, paladino dell’eguaglianza, attento ai poveri e ai diritti sociali” non sia più il “partito radicale di massa”, ma una coalizione che deve la sua affermazione al trionfo dell’antipolitica, nutrita a piene mani con l’odio e il disprezzo per le istituzioni repubblicane, svuotate di prestigio per far posto a chi teorizza il primato dell’incompetenza in nome dell’onestà: tutte le dittature che abbiamo conosciuto hanno cavalcato il legittimo disprezzo per classi politiche a volte sorde alle paure e alle reali preoccupazioni finanziarie di una parte della popolazione, compiendo atrocità in nome del popolo.

L’Italia, anche negli ultimi anni, non ha visto solo governi rappresentanti della casta ladrona, altrimenti non staremmo più neppure a discutere di Unione Europea, di eguaglianza, di povertà, di diritti sociali, perché ridotti a uno staterello insignificante e con un reddito pro capite più vicino a quello dei paesi balcanici. A che livello di povertà, oltre che di marginalità a livello internazionale, saremmo sprofondati, se non ci fossero stati i governi di politici competenti e rispettosi delle istituzioni – pur con i loro gravissimi limiti determinati da una incapacità strutturale a fare le grandi riforme della conoscenza e del mercato del lavoro che hanno consentito al Nord dell’Europa di crescere, proprio grazie alla globalizzazione – come quelli di Monti, di Letta e persino di Renzi?

La paura si governa, non si cavalca per ottenere voti in cambio di promesse che non potranno mai essere onorate, a meno di uno scollamento drammatico dell’Italia dall’Europa, verso il Nord-Africa: le legittime preoccupazioni “popolari” verso i flussi di migranti non devono essere ignorate o minimizzate, anche perché i processi d’integrazione sono sempre lunghi e conflittuali, soprattutto con culture da noi lontane sui diritti individuali delle persone, soprattutto delle donne, ma non devono neppure essere sovrastimati rispetto alla realtà, amplificati con menzogne sulle maree d’immigrati che ci avrebbero invasi.

Una classe politica seria deve saper distinguere le paure fondate da quelle infondate: il mestiere sporco dei nostri sovranisti è stato quello di cavalcare e anzi fomentare quelle basate su false informazioni come emerge dal fatto che gli italiani pensano che gli immigrati siano oltre il 25%, mentre non raggiugono il 10% e non sanno che la nostra economia ha bisogno di almeno 180.000 immigrati l’anno nei prossimi dieci anni? (500 mila la Germania)

La paura si governa innanzitutto con la capacità di governare i fenomeni che l’hanno prodotta, per esempio quello dei migranti, come hanno fatto i radicali con la proposta di legge d’iniziativa popolare “Ero straniero” (Camera n. 13) che affronta in maniera seria e realistica le due principali criticità: la concorrenza al ribasso dei bassi salari dei migranti economici attraverso una regolamentazione rigorosa ed esclusiva dell’intermediazione tra la domanda di lavoro delle imprese italiane e l’offerta da parte di lavoratori stranieri non comunitari; il riconoscimento di un permesso di soggiorno a tempo limitato ai migranti irregolari che dimostrino di volersi effettivamente integrare con rinnovo condizionato all’effettivo svolgimento di un lavoro regolare, come esiste in molti paesi, dalla Germania alla Spagna.

Proprio per la gravità dell’attacco eversivo dei sovranisti alla democrazia rappresentativa e per la consistenza di alcune, molte paure di ampie fasce della popolazione, dobbiamo ricomporre la frattura sociale tra perdenti e vincenti della globalizzazione. Dobbiamo fornire risposte efficaci alle vecchie e nuove povertà dei paesi sviluppati, tra cui il nostro, senza dimenticare che centinaia di milioni di persone nei paesi in via di sviluppo sono uscite dalla povertà proprio grazie alla globalizzazione. Dobbiamo raccogliere le sfide che l’innovazione e la rivoluzione industriale sollecitano, anche sul piano dei nuovi diritti civili e sociali, così come le storiche opportunità per un nuovo rinascimento culturale, economico e quindi politico. È questa la priorità dei radicali e degli eletti nella lista +Europa, per contribuire a costruire con grande coraggio nuove politiche, nuove classi dirigenti e un nuovo partito che sappia anche essere impopolare per non essere antipopolare.

27 giugno 2018

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