Una gang teoretica per Radicali Italiani

di Antonio Romano

Malgrado una decina e più di defezioni mattutine in terza giornata, purtroppo non c’è stato tempo (anche a causa di un certo numero di interventi, superflui vista poi l’indisponibilità dei presenti a caricarsi di responsabilità) di corredare il mio primo intervento destruens al XVII Congresso di RI con un secondo intervento construens. Mi riservo ora quello spazio.

Cicciomessere e Boni ci hanno parlato di fantasia: se il genio fa quello che può, possiamo insegnare al talento a fare quello che vuole. Per usare una metafora radical-taylored: Pannella si nasce, ma Bonino si può diventare. Aspettando un Pannella si può morire di vecchiaia, mentre persone con stoffa che diventino ministri e modelli di comportamento politico sono meno infrequenti, anche se si nascondono bene.

Per una scuola occorrono sponsor e investimenti (stipendio dei docenti, costi di struttura ecc. vengono sui 3-4centomila €), sennò una mobilitazione gratuita di chi ha qualcosa da insegnare e di chi ha qualcosa da imparare, seguendo una scrupolosa dieta programmatica e metodologica in vista di un preciso obiettivo.

Con questa nuova fase della dirigenza radicale, si può affrontare la questione della formazione in maniera frontale.

Con Silvja Manzi e Igor Boni abbiamo avuto modo di sperimentare con buon riscontro sia attività formative che – se mi si passa il termine – laboratoriali.

Dall’altra parte, con la nuova Tesoriera Antonella Soldo, si è visto il successo del Radical Lab. Occorre qui una distinzione, per me focale. Antonella Soldo ha inverato un auspicio di cui avevo scritto in Mondoperaio a inizio anno, cioè quello di dotare i radicali di una scuola, e per questo – anche se indirettamente – le sono personalmente grato, va puntualizzato però che un workshop/laboratorio non è una scuola: una scuola richiede un periodo di tempo prolungato e alla fine sancisce che, chi è arrivato fino in fondo, “sa” qualcosa. E cosa sa? Sa essere un dirigente. Non basta un’infarinatura, serve un allenamento di una certa serietà, specie per RI.

Occorrerebbe l’ambizione, per essere un po’ specifici, di un percorso di 300 ore spalmato su 25 weekend (50 giorni)  per una quarantina di iscritti: 240 ore di lezione on-line e le restanti 60 per un we al mese per 5 mesi di lezioni frontali in una sede da definire in base alla convenienza economico-logistica.

Ambizione eccessiva? Parliamone, almeno: le elezioni europee che cambieranno l’Europa sono alle porte e Alexandre Dugin già gira per l’Europa.

Lo dico di sfuggita: siccome a questo Congresso molti hanno osservato che c’è un calo delle candidature dei militanti a posti di responsabilità, io invece mi candido, ma non avendo ambizione politica, mi candido a qualcosa che manca, ossia a coordinare un primo esperimento di scuola attraverso l’incontro di chi sa con chi vuol sapere, se l’attuale dirigenza la troverà una proposta valida e vorrà farne un progetto organico.

Non è cosa da farsi da soli, ma insieme. Senza comunità non esiste sapere. Piegandoci alle esigenze pratiche dei tempi, pacifichiamoci col fatto che il singolo non ha più modo di pensare da solo l’esistente e accettiamo che non esiste ancora cervello che sappia fare sistema della realtà presente. Spetta alla comunità produrre, in certe pieghe, il suo sapere, ed è poi il sapere comune che garantisce e cementa la comunità rispetto alle spinte entropiche dell’esterno.

Dobbiamo prendere in carico il sapere se vogliamo saper prendere incarichi.

 

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