Il debito pubblico è un’emergenza che nessuno vuole affrontare

 

Il mio articolo a pag 3 del Sole 24 Ore – 9 Agosto 2017

 

Il debito pubblico è un’emergenza che nessuno vuole affrontare. Dall’unità d’Italia, in rapporto al Pil, non è mai stato così alto. Ci combattiamo da almeno 25 anni senza venirne a capo.

Al debito si accompagnano una crescita economica debole e un contesto politico di grande incertezza. Sono gli ingredienti per una possibile crisi di fiducia nella nostra finanza pubblica, simile a quella che abbiamo dolorosamente attraversato tra il  2011 e il 2012.

Nessuna forza politica ha coscienza del grave rischio che stiamo correndo e tutte addebitano i nostri problemi all’austerità imposta da Bruxelles. Ma dal 2013 non c’è stata alcuna austerità, la politica fiscale italiana è stata espansiva – e il debito è aumentato. E quanto sono vincolanti i vincoli europei se nessuno Stato membro è mai stato multato per averli violati?

Sbagliata la diagnosi, sbagliata la cura. Tutte le forze politiche propongono soluzioni miracolistiche e in apparenza indolori, grazie alle quali i conti intanto peggiorerebbero – vuoi per tagli di tasse, vuoi per aumenti di spesa – e poi, in futuro, se tutto va bene, forse migliorerebbero.

È in gioco il benessere degli italiani e il nostro futuro nell’Unione. L’integrazione europea progredisce solo se le nostre economie convergono. Insistere a divergere, come vogliono fare tutti, significa mettere a rischio la cosa per noi più preziosa: l’appartenenza all’Europa di oggi e a quella, speriamo federale, di domani.

Se l’elevato debito pubblico e la debole crescita sono le due grandi urgenze economiche italiane, quale politica fiscale ha da proporre Radicali Italiani?

Sul fronte debito, la neutralizzazione della spesa pubblica per tenerla al livello nominale del 2017 per tutta la durata della legislatura 2018-2023. Sul fronte crescita un taglio significativo delle tasse. Ma nella seconda metà della legislatura, una volta raggiunto il pareggio di bilancio grazie al congelamento della spesa.

”Neutralizzare” la spesa pubblica significa che se c’è una parte che aumenta per impegni pregressi – come le pensioni fino al 2020 – va compensata da tagli in altre voci o da riduzioni di agevolazioni fiscali in modo da ottenere, nei fatti, un congelamento.

Vanno messe in pratica le revisioni di spesa desumibili dai lavori di Carlo Cottarelli e Roberto Perotti, dal catalogo dei sussidi favorevoli e dannosi all’ambiente del ministero competente, dal rapporto del ministero dell’economia sulle spese (agevolazioni) fiscali, dal rapporto della Fondazione Gimbe sulla spesa sanitaria. I risparmi possibili ammontano a 90-100 miliardi di euro l’anno. Non possono rendersi disponibili tutti e subito. Ma per congelare la spesa occorre trovare una copertura limitata a circa 10 miliardi nel 2018, 20 nel 2019 e 30 nel 2020 di maggiori uscite (rispetto al 2017) dovute a pensioni e altre prestazioni sociali.

Dismissioni del patrimonio pubblico e lotta all’evasione fiscale richiedono profonde riforme delle strategie seguite fino ad oggi, con risultati ancor meno immediati. Ma dalle prime  potrebbero arrivare nel medio termine introiti per circa 80 miliardi.

Il taglio delle tasse post 2020 dovrebbe invece diventare possibile grazie alla stabilizzazione della spesa pensionistica, all’arrivo a regime di molti dei tagli di spesa o di agevolazioni fiscali e alla crescita economica intervenuta nel frattempo.

Congelare la spesa e ridurre il debito per tagliare le tasse e rendere la fiscalità meno d’intralcio alla crescita economica. Occorre non solo tagliare ma anche semplificare. Quindi meno aliquote, superamento della dualità tra redditi da lavoro e da capitale, semplificazione del sistema di detrazioni e deduzioni, eliminazione dei regimi sostitutivi.

Non siamo contrari all’aumento dell’aliquota standard dell’IVA e vediamo con favore l’eliminazione dell’aliquota agevolata del 10%, che da sola potrebbe portare nelle casse dello Stato oltre 20 miliardi di euro. Risorse da impiegare nella riforma dell’IRPEF.

La tassazione dei redditi delle persone fisiche potrebbe così basarsi soltanto su tre aliquote: 20 (per i redditi fino a 40 mila euro l’anno), 30 (tra 40 e 60 mila euro) e 40 percento (oltre 60 mila). IRES a un livello pari all’aliquota IRPEF più bassa, cioè al 20 percento.

Ma la priorità assoluta resta mettere in sicurezza i conti puntando dritti al pareggio di bilancio. Per tutta la legislatura. È una polizza di assicurazione contro una crisi di fiducia dei mercati – nonché la fine del frusto tormentone mediatico sul contenzioso Roma-Bruxelles sulle zerovirgole.

Insisteremo a mettere il debito pubblico al centro dell’attenzione, rivolgendoci soprattutto ai giovani: sono loro a trovarsi sulle spalle questo enorme fardello senza nemmeno averne granché goduto i benefici – come uno che si ritrovi a pagare le rate di una macchina che non è mai riuscito a guidare.

 

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