Quanta voglia di proporzionale

Sarà che nei momenti di confusione i giudizi si fanno contagiosi, ma tra i parlamentari, del No e del Si indistintamente, sembra confermarsi una sensazione: nel Paese, e nel palazzo, c’è voglia di proporzionale. Un vento che si è levato all’indomani del referendum e che si fa più forte in vista del giudizio della Consulta sull’Italicum. La retorica proporzionalista, del resto, è già tornata a fare proseliti. E la passerella delle 23 delegazioni parlamentari salite al Quirinale per il rito delle consultazioni, suona come un campanello d’allarme, che dovrebbe riportare alla memoria la «ripugnanza» di un illustre predecessore del presidente Mattarella, Luigi Einaudi, per il proporzionale: sistema che, ammoniva nel 1946, «moltiplicando i partiti, favorisce il trionfo non delle maggioranze ma delle minoranze», che «irrigidisce i partiti» senza fornire «la valvola di sicurezza contro colpi di mano» come quello del 1922. Le tecnicalità con cui si vorrebbe dare una pennellata di maggioritario ai sistemi proporzionali – e viceversa – servono a guardare il dito, certamente non la Luna. La sfida decisiva, ancora una volta, si gioca tra proporzionalisti e uninominalisti. E non va aggirata. Va invece affrontata con determinazione per non consegnare, dopo il 24 gennaio, la legge elettorale a operazioni di maquillage come quelle che – dal Porcellum all’Italicum – hanno prodotto dei veri e propri «Frankenstein». Il sistema elettorale è un vero e proprio strumento di riforma per gli effetti che ha sulla politica. Il sistema elettorale non è un abito, che si cambia a seconda del clima e delle stagioni. E’ invece un vero e proprio strumento di riforma – o di controriforma per gli effetti che ha sull’intero sistema politico-istituzionale e dei partiti. Sarebbe quindi un errore cedere alla tentazione, del tutto illusoria, di ostacolare il Movimento 5 Stelle con stratagemmi legislativi. Bisogna piuttosto rispondere con lungimiranza a chi invoca il vincolo di mandato al grido di «fuori i voltagabbana dal Parlamento!». E la risposta più efficace è il collegio uninominale: che assicura un rapporto chiaro e diretto tra elettori ed eletto in un determinato territorio, aiutando così a ricucire lo strappo tra i cittadini e i loro rappresentanti. Che fine ha fatto, soprattutto nel Pd, la vocazione maggioritaria? C’è ancora qualcuno che ci crede, o si preferisce rischiare la paralisi istituzionale con l’algebra proporzionalista, condita con una spruzzatina di maggioritario? Se l’obiettivo è davvero restituire credibilità alle istituzioni e alla politica, è ora di abbandonare la tentazione di fare in fretta e furia una qualsiasi legge elettorale per poi correre alle urne. Anche perché non si potrebbe. Ricordiamo infatti che il Codice di buona condotta in materia elettorale della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa sancisce che «gli elementi fondamentali del diritto elettorale, e in particolare del sistema elettorale propriamente detto […] non devono poter essere modificati nell’anno che precede l’elezione» al fine di non apparire come oggetto di manipolazioni partitiche. Una indicazione che dovrebbe rappresentare una stella polare per il Parlamento quando – speriamo il prima possibile – inizierà a lavorare sulla nuova legge elettorale. E per il nuovo governo, che dovrà affrontare con decisione questioni cruciali in Italia e in Europa dal welfare, all’immigrazione, alla crisi dell’Ue – avendo dunque come orizzonte la scadenza naturale della legislatura.

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