Un patto tra Stato e Comuni per l’inclusione

Articolo pubblicato su l’Unità del 15/3/2017

Debora Serracchiani, nel suo intervento al Lingotto ha posto l’accento sulla paura che le persone hanno degli immigrati. A lei e quanti hanno voluto rispondere così alle argomentazioni e alle proposte portate in quel consesso da Emma Bonino, vogliamo replicare senza alcuna polemica. Anzi. Sul tema oggi nel mondo democratico si giocano buona parte delle identità politiche, che non sono un concetto astratto, ma devono affermarsi attraverso le proprie proposte di riforma. Quindi ben venga il confronto.

Noi Radicali siamo convinti che il compito della politica non sia quello di assecondare le paure, fino a farle diventare l’alibi della propria inerzia. Significherebbe perpetuare la paura dei cittadini senza rispondere alla loro legittima esigenza di sicurezza, facendo così lo stesso gioco di chi sulla paura lucra elettoralmente e per questo ha bisogno di alimentarla. I cittadini hanno paura di ciò che non è governato, proprio come il fenomeno dell’immigrazione che negli ultimi 15 anni è stato consegnato all’illusione securitaria della legge Bossí-Fini che ha prodotto soltanto clandestinità e quindi insicurezza per tutti i cittadini. Lo sappiamo bene, l’irregolarità crea condizioni favorevoli al verificarsi di crimini, perché costituisce un limite all’inserimento nell’ambiente sociale, economico e legale: questo vale anche per gli italiani che vivono in realtà degradate e senza possibilità di occupazione. È chiaro a tutti ormai però che dietro la cortina fumogena della propaganda, “securitario” non è sinonimo di sicuro.

Dunque è del tutto miope replicare crociate demagogiche contro gli irregolari, annunciando nuovi centri di trattenimento – si chiamino Cie o Cpr poco cambia – e rimpatri. Nel 2016 non arrivano a 2.000 le persone irregolari rimpatriate: il ministro Minniti ha annunciato di voler procedere in futuro al rimpatrio di almeno 10.000 persone all’anno, ma considerato che oggi in Italia ci sono circa 500mila stranieri che soggiornano illegalmente, è evidente che queste misure, qualora si riuscisse ad attuarle, non avrebbero alcun impatto tangibile.

In più il crescente tasso di respingimento di richieste di asilo – circa il 60 per cento nell’anno appena trascorso, secondo i dati del Viminale – fa si che migliaia di persone rimarranno in Italia senza poter accedere a un permesso di soggiorno e quindi potenziali vittime di lavoro nero e sfruttamento. Far lavorare i richiedenti asilo è giusto e auspicabile ma non basta. Se infatti una persona che viene formata e lavora poi non ottiene protezione, non ha alcuna possibilità di rimanere legalmente in Italia. E a niente serviranno le retate contro gli irregolari nelle piazze italiane grazie alla «grande alleanza» richiamata dal ministro tra Stato e poteri locali per il presidio del territorio, se non ad alzare il livello di tensione tra lapopolazione alimentando così l’equazione: migrante uguale clandestino uguale pericolo.

La grande alleanza tra Stato e territorio nella quale crediamo noi Radicali è quella mirata all’integrazione: un piano che metta i Comuni nelle condizioni di fare bene accoglienza attraverso i progetti Sprar e puntando sull’inclusione sociale e lavorativa delle persone accolte, con politiche attive efficaci, da realizzare con investimenti adeguati ricorrendo ai fondi europei, che possono servire a potenziare i centri per l’impiego al servizio di tutti i cittadini, non solo stranieri. Chi vuole oggi con serietà contribuire a rendere le nostre città più sicure deve offrire ai cittadini soluzioni ai problemi e un governo ordinato dell’immigrazione. Non paure o scorciatoie. Per farlo servono nonne che tolgano acqua al bacino dell’irregolarità, dello sfruttamento e dunque della criminalità, cogliendo al tempo stesso le opportunità e i benefici che il nostro paese può ricevere, è già riceve, dalla presenza dei migranti. Nessuno dice che sia facile, ma è la sfida che abbiamo davanti, ed è una delle principali del nostro tempo.

Per questo ad aprile come Radicali Italiani, con Emma Bonino, tanti sindaci e un’ampia rete di organizzazioni laiche e cattoliche del terzo settore avvieremo la raccolta firme su una legge popolare per superare la Bossi-Fini. Vogliamo andare nelle strade, nelle piazze, trai cittadini a discutere del nostro progetto di riforma. Un progetto che intendiamo sottoporre anche ai tre candidati alla segreteria del Partito democratico, poiché crediamo che il principale partito di centro sinistra del Paese non possa sottrarsi a questa sfida.

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